Lia Courrier: “La danzatrice di Giava conquista Parigi”

di Lia Courrier
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Margaretha Gertruida Zelle è  uno dei casi più singolari nella storia della danza, capitata sulla scena quasi per caso, inseguendo un talento che non è stato forgiato attraverso lo studio per vocazione ma più per sopravvivenza.

Nata in un agosto del 1876, nel villaggio olandese di Leeuwarden, Margaretha è figlia di una famiglia benestante e abituata al lusso. Le sue fattezze sono straordinariamente peculiari, in mezzo ad una popolazione dai colori prevalentemente chiari: i suoi capelli sono neri e gli occhi grandi e scuri, penetranti.

Un suo compagno di scuola, in una lettera, la descrive come “un’orchidea in un campo di denti di leone”.

Nel 1889 il padre attraversa un fallimento economico e la coppia, dopo un periodo di dissapori e scontri, decide di divorziare. Qui comincia la discesa agli inferi della ragazza di buona famiglia: dopo aver vagato da un parente all’altro Margaretha risponde ad un’inserzione di matrimonio pubblicata da un ufficiale in congedo per malattia. Ottenuto il consenso paterno, i due si sposano nel 1895 e poco dopo partono prima per l’isola di Giava e poi a Sumatra, dove il marito riprende servizio. L’entourage della coppia è formato da ufficiali e notabili e proprio tramite queste amicizie Margaretha ha occasione di assistere ad un’esibizione di danza, all’interno di un tempio, che affascina la giovane olandese per la particolarità delle musiche e per le movenze.

Quello che sembrava un biglietto verso la libertà per Margeretha, però, si rivela essere una trappola: il marito beve e picchia, ha una vita sessuale promiscua, al punto che le trasmette la sifilide. Uno dei due figli nati da questo matrimonio muore. Qualcuno sostiene che abbia contratto la sifilide congenita, in altre versioni si parla di un avvelenamento.
Margaretha divorzia dal marito, trovando rifugio nell’abitazione di un altro ufficiale olandese, sistemazione che le permette di immergersi nella cultura e nelle danze giavanesi, studiando i costumi popolari, la lingua e unendosi ad una compagnia di danza locale.

In questa fase della sua esistenza Margaretha muore a sé stessa per rinascere come Mata Hari, che in lingua malese significa “occhio del giorno”.

«Sono nata a Giava e vi ho vissuto per anni, sono entrata, a rischio della vita, nei templi segreti dell’India, ho assistito alle esibizioni delle danzatrici sacre davanti ai simulacri più esclusivi di Shiva, Viṣṇu e della dea Kālī, persino i sacerdoti fanatici che sorvegliano l’ara d’oro, sacra al più terribile degli dei, mi hanno creduto una bajadera del tempio. Conosco bene il Gange, Benares, ho sangue indù nelle vene»

È così che la neonata Mata Hari si presenta al mondo, dopo aver affidato il figlio rimasto al padre per partire alla volta di Parigi in cerca di fortuna.
In una Francia ubriaca di Belle Epoque, fatalmente affascinata da ogni forma di orientalismo, Mata Hari intuisce di essere la donna giusta al momento giusto e si fabbrica una storia fatta di poche verità e tante affascinanti menzogne. I suoi tratti somatici le appaiono come una predestinazione e non lasciano spazio al dubbio, così comincia la sua ascesa, nel 1905, con la sua esibizione al Museo Guimet, in una danza esotica ed erotica, indossando solo veli e accessori per decorare il capo e il torace.

Questa bellissima donna, dal profumo esotico dell’incenso, dalla sublime e misteriosa seduzione, accende i sensi di uomini donne con la sua danza, felina e sinuosa, alla fine della quale tutti i veli vengono lasciati cadere a terra, mentre lei, maestosa e fiera, si erge nuda, coperta solo di un piccolo reggiseno tempestato di pietre e un complicato copricapo luccicante.

Il vento orientale portato in Francia da Mata Hari conosce rapidamente il successo, invitata ad esibirsi non solo in contesti privati ma anche su importanti palcoscenici, tra cui anche una tournée in Italia a Roma, Napoli e Palermo. Nel 1911 la troviamo sul cartellone del Teatro alla Scala di Milano nell’Armida di Gluck, nel ruolo del piacere e poi ancora come Venere nel Bacco e Gambrinius. In questa occasione riceve anche i complimenti dell’allora direttore d’Orchestra Tullio Serafin che definisce la sua danza “una sicura opera d’arte”.

Mata Hari, però, non ha una preparazione tecnica accademica, la danza che ha portato proviene da mondi così lontani da non riuscire neanche ad immaginarli, è parte di una tradizione molto distante dai canoni estetici europei.

Un celebre ballerino dell’epoca, Antoine, la demolisce tecnicamente e Mata Hari finisce in tribunale contro di lui, vincendo la causa, ma da quel momento le scritture e il successo conosceranno un momento di decadenza. Serge Diaghilev la rifiuta per i suoi Ballet Russes, Richard Strauss non ne vuole sapere di lei per la sua Salomé e anche la collaborazione con musicisti del calibro di Pietro Mascagni e Umberto Giordano vanno a vuoto, complice anche un momento di crisi del settore in Italia. In questo periodo un po’ sfortunato della carriera, si vede costretta a  modificare il suo repertorio, interpretando la gitana, per continuare a calcare le scene e mantenere il suo stile di vita bohémienne.

Nel 1914 si sposta a Berlino ma a quel punto gli avvenimenti sulla scena politica mondiale cancellano la Belle Epoque con un colpo di cannone.

Mata Hari-Margaretha inizia così la sua terza vita, che la porterà inesorabilmente alla morte. Le sue tante relazioni con ufficiali e uomini importanti la rendono una allettante pedina da sfruttare, così viene introdotta allo spionaggio. Margaretha forse prende alla leggera il suo ruolo, in un gioco più grande di lei e molto pericoloso. Non ha la stoffa per fare la spia, e tra l’altro è già da tempo nel mirino dei servizi segreti di mezza Europa, che controllano i suoi movimenti e la sua posta. Non ha dimestichezza con la scrittura, i suoi rapporti sono privi di informazioni interessanti, si rifiuta di utilizzare l’inchiostro simpatico, indispensabile per proteggere la segretezza dei contenuti, non si accorge dei tranelli, parla a sproposito, racconta fandonie sulle missioni. La responsabile del controspionaggio di Anversa, Elsbeth Schragmuller, inizialmente affascinata da questa donna e interessata ai suoi contatti tra gli uomini più influenti, dopo averla assoldata esprime le sue perplessità al suo superiore: “questa demi-mondane ci porterà solo guai”.

Ad un certo punto viene deciso di liberarsi di quell’agente impazzita e pericolosa. Non sarà difficile farla cadere in un tranello in cui praticamente si denuncerà da sola e così, il 13 febbraio 1917, Margeretha Zelle viene arrestata dalla Gendarmerie francese nella sua camera d’albergo a Parigi. Il processo, che dura per quasi nove mesi, a singhiozzo tra insinuazioni e assenza di prove, conferma l’inadeguatezza di Margarethe nel ruolo di spia, evidenziando come l’incarico fosse da lei stato vissuto al pari di un ruolo teatrale da interpretare. All’epoca la Francia era terrorizzata da una nuova sconfitta dei prussiani, così quegli stessi uomini che avevano concesso a questa donna misteriosa e affascinante ogni potere sui propri sensi e le proprie anime, scoprono di essere terrorizzati da quel potere femminile assoluto, potente e fuori controllo.

Il 15 ottobre del 1917, nel cortile del carcere di Vincennes, Mata Hari-Margaretha viene portata davanti al plotone di esecuzione formato da 12 soldati scelti. Testimoni oculari narrano che lei si presenta all’appuntamento con la morte indossando i suoi abiti più belli, rifiutando di essere bendata e legata.

Poco prima di morire lancia baci ai suoi esecutori.
Otto di loro mancano volutamente il bersaglio, soltanto uno la colpisce nel cuore.
Dopo la raffica, Mata Hari-Margaretha cade in ginocchio con gli occhi aperti e rimane lì per un istante che sembra eterno, per poi accasciarsi a terra.
Un ultimo, inutile colpo verrà esploso alla nuca, per essere certi del decesso: l’ultima sua esibizione è andata drammaticamente in scena.
Il corpo della donna viene poi gettato in una fossa comune, dal momento che nessuno reclama le spoglie, dopo essere stato trasportato all’Istituto di Medicina Legale di Parigi.

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