C’è qualcosa di sospetto nelle cose che ci promettono di stare bene. Good vibes only è una di quelle formule apparentemente innocue che diventano una piccola “ideologia contemporanea”: niente attrito, niente tempo morto, possibilmente tutto condivisibile e monetizzabile.
È da qui che Francesca Santamaria parte con Good vibes only (beta test), presentato all’ADI Design Museum nell’ambito dell’anteprima di Danae Festival. Il tema è lo scrolling, ma sarebbe riduttivo parlare dell’ennesima performance “sui social”.
Il corpo “scrollante”, attraversato da frammenti sonori e video provenienti da YouTube, TikTok e altri territori della nostra alimentazione mediatica, si muove dentro una coreografia precisissima e semplicemente rigorosa.
Per rappresentare un gesto che nella vita quotidiana compiamo distrattamente, la performer deve trasformarlo in una prestazione. Quello che percepiamo come tempo perso diventa performance.
Fare bene, essere efficienti, essere visibili, migliorarsi continuamente: qualità virtuose o forme di pressione? Allora beta test è soltanto il primo titolo di una trilogia o una versione provvisoria di noi stessi, sempre in attesa di un aggiornamento?
Santamaria traccia a terra con dello scotch azzurro un rettangolo. È il temenos: il confine che separa lo spazio profano da quello sacro, il luogo ordinario da quello in cui può accadere qualcosa di diverso. Un recinto fragile, provvisorio, ma sufficiente a cambiare la percezione di ciò che contiene.
Anche il feed è un territorio delimitato, uno spazio separato dentro il quale entriamo continuamente: scorriamo, attraversiamo immagini, voci e corpi, passando da un frammento all’altro come dentro un rituale senza religione.
Santamaria solleva la maglia mostrando una canotta bianca con un QR code. Lo si scansiona e si arriva a una pagina che invita a sostenere economicamente il progetto con un simbolico “buy me a coffee”. Dopo aver osservato una riflessione sullo scrolling, dunque, il pubblico viene invitato a scrollare davvero. E dopo essere stato interrogato sull’economia dell’attenzione, viene invitato a finanziarla.
È una contraddizione? Sì, e proprio per questo funziona.
La performance non pretende di stare fuori dal sistema che critica. Ci sta dentro fino in fondo. Deve produrre visibilità, coinvolgimento, futuro, persino un modello di finanziamento.
Good vibes only non offre morali sul digitale né alternative allo scrolling. Anzi: mentre osserva la logica della prestazione, la performance stessa deve performare, trovare pubblico, costruire un seguito, chiedere sostegno.
Conoscendo Francesca prima di Santamaria, è difficile fingere una distanza completamente neutrale. Rispetto al sistema dispiegato si intende. Ma forse è anche questo il privilegio, o il piccolo vizio, o il biasimo di chi guarda da vicino: non per forza accettare di essere dentro lo scotch ma riconoscere una prossimità che rimane nonostante le distanze, e forse, anche, le nostre scelte.
Crediti fotografici: Clara Mammana, Emanuele Padovani

