L’auspicabile sogno di una notte di inizio estate: perché, accanto all’incuria pubblica, esiste anche una negligenza personale

di Elio Zingarelli
712 views

Il sogno. Ovunque. Al Teatro dell’Opera di Roma si sono appena concluse le recite del celebre Sogno di una notte di mezza estate di George Balanchine, uno dei grandi classici del balletto del Novecento, sulla musica di Felix Mendelssohn Bartholdy.

La stessa partitura accompagnerà il titolo omonimo con la coreografia di Paul Chalmer che debutterà a fine luglio al Teatro San Carlo di Napoli. E il sogno continuerà anche a Milano: durante la conferenza stampa di presentazione della nuova stagione, il direttore del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, Frédéric Olivieri, ha annunciato il ritorno dello stesso titolo nella versione di Balanchine, in programma per luglio 2027.

Il sogno, dunque. Viene in mente una celebre pubblicità, oggi un po’ datata, che contrapponeva i sogni alle «solide realtà». Quello slogan rivendicava una dimensione pratica, utile e tangibile. Ben diversa da quella evocata da chi, in altri ambiti, continua a richiamarsi al sogno come categoria quasi trascendente.

Oggi il sogno è diventato una formula ricorrente. Si invoca davanti a esperienze straordinarie, a risultati inattesi, a persone o cose ritenute eccezionalmente belle. E, inevitabilmente, arriva anche la citazione attribuita a Fëdor Michajlovič Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». Una frase ripetuta così spesso da apparire quasi uno slogan. Eppure si tratta, nella maggior parte dei casi, di una lettura semplificata. Manca infatti quel punto interrogativo che ne modifica radicalmente il significato.

Per Dostoevskij, in una prospettiva che richiama sant’Agostino, la bellezza è armonia, equilibrio, grazia. Da qui una domanda inevitabile: se la bellezza salverà il mondo, il mondo, ovvero noi, sta davvero salvando la bellezza?

La risposta non sembra scontata, soprattutto quando si sente parlare della necessità di esportarla «lì dove non c’è, per far sognare il pubblico». Un’affermazione che meriterebbe qualche cautela. Forse basterebbe un complemento di specificazione: «portare la bellezza della danza». Perché il rischio è quello di attribuirsi il suo monopolio, come se altrove fosse assente o insufficiente.

Più che esportare la bellezza, forse dovremmo imparare a riconoscerla. Anche dove non corrisponde ai nostri codici e alle nostre abitudini. Del resto, non è un bene da trasferire come un oggetto raro custodito da pochi eletti. È un patrimonio da preservare, condividere e rendere accessibile alle generazioni future.

Eppure continua a diffondersi un atteggiamento autoreferenziale, spesso allergico a qualsiasi forma di contaminazione, nostra assicurazione per il futuro. Una posizione che confonde la purezza con l’isolamento. Ma la contaminazione autentica nasce dalla conoscenza: non solo dal sapere accumulato, bensì dalla capacità di comprendere ciò che accade e di confrontarsi con esso.

Nell’angusta patria culturale, ignorare chi abbia composto la musica del Sogno di una notte di mezza estate non significa trascurare un dettaglio marginale. Significa, per i danzatori e le danzatrici, dimostrare disinteresse verso una parte essenziale del proprio lavoro. Allo stesso modo in cui ignorare l’esito di un’elezione o l’operato dei rappresentanti politici rivela una rinuncia alla partecipazione.

L’astensionismo, in tutte le sue forme, produce impoverimento. Al contrario, servono interesse, coinvolgimento e responsabilità. Soprattutto nei confronti delle generazioni che non ci appartengono.

Fosse solo perché oggi non è tanto l’asse dell’esperienza a portare la competenza, quanto quello generazionale. Se tutti cercano giovani, allora l’inesperienza deve possedere un valore. Oppure, a parità di competenze e requisiti, rappresenta semplicemente una convenienza per chi gestisce risorse e opportunità?

Dai “signori” e le “signore” ci si aspetterebbe una signorilità autentica: la capacità di riconoscere il valore degli altri senza pretendere soltanto riconoscenza, che non è accondiscendenza.

Un vero dialogo intergenerazionale e un reale rispetto delle competenze consentirebbero a ciascuno di svolgere il proprio ruolo con maggiore efficacia. Senza questa premessa, ogni proposta rischia di perdere consistenza.

Nell’economia dell’esperienza si vendono racconti, emozioni, visioni sognanti che non vuol dire irrealizzabili. Tuttavia, per vendere sogni che portano anche profitto (soldi, per essere chiari), bisogna svegliarsi prima che inizi la stagione, bilanciare produzioni e creazioni, evitare che gli slogan decantati collidano con gli atteggiamenti adottati (la negazione della prassi), fare i conti con la propria responsabilità, la propria dinamica collocazione nella geopolitica della danza (di cui pure è stato scritto) e della vita.

Occorre coltivare armonia e grazia. Perché, accanto all’incuria pubblica, esiste anche una negligenza personale. Ed è proprio questa che può trasformare il sogno in un incubo.

Eppure, nonostante tutto, quasi tutti — magri di valori e in sovrappeso di guadagni — potrebbero ripetere: «Noi vendiamo sogni, non solide realtà. Parola di?».

 

Articoli Correlati

1 commenti

Cahyaeka 28 Giugno 2026 - 7:41

È una riflessione molto profonda sulla responsabilità individuale, ma secondo lei, come possiamo concretamente superare questa negligenza personale per trasformare i nostri sogni in realtà? Ciao Telkom University Jakarta

Reply

Lascia un Commento