C’è un punto di partenza inevitabile: “Se vuoi distruggere una nazione, distruggi la sua lingua”. È da qui che si apre il varco attraverso cui guardare Language: no problem, presentato alla Triennale Milano Teatro e ideato dalla coreografa Marah Haj Hussein. Non è solo una frase, ma una chiave di lettura che attraversa ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio.
Il pensiero corre inevitabilmente a Exit, l’opera commissionata dalla Fondation Cartier pour l’Art Contemporain per la mostra Native Land, Stop Eject, nel 2008 e poi riproposta nel 2015 e nel 2025 in una versione aggiornata. Lì i dati raccontavano migrazioni forzate, più di 500 lingue scomparse, e questo vuol dire anche estinzione delle comunità che le parlavano. Ma Language: no problem incrina questa apparente evidenza, mostrando che la scomparsa è spesso più lenta, più sottile, più insidiosa.
Tra danza e drammaturgia, la performance si muove dentro la complessità del multilinguismo, intrecciando frammenti audio di interviste a familiari e conoscenti: arabo, palestinese, ebraico, altre lingue ancora. È un’indagine sulle relazioni di potere e sulle pesanti gerarchie insite negli idiomi. Abbiamo esperienza del peso delle cose, ma non di quello del linguaggio — o meglio, del linguaggio dotato di peso. Qui, quel carico si avverte.
Il teatro diventa, allora, uno spazio di frizione: realtà antagoniste, confuse e intrecciate si incontrano senza mai risolversi. Con umorismo, rabbia, amore e una punta di assurdità, la performance abbraccia i limiti della traducibilità. Parole lasciate volutamente non tradotte, soprattutto quelle ebraiche infiltrate nell’arabo palestinese, ci costringono ad accettare l’intraducibilità come parte dell’esperienza e forse anche l’inevitabilità di certe condizioni storiche.
Eppure, non c’è rigidità. Il dinamismo attraversa tutta la scena: il viaggio in treno in Belgio si intreccia con le storie familiari in Palestina; scatole nere che si spostano, superfici che accolgono proiezioni, un piccolo ulivo che appare come simbolo fragile e potente del monte dove Gesù si ritira per pregare, vive l’agonia e poi il tradimento. Il movimento diventa cura della staticità, antidoto all’affossamento, rifiuto della negazione del cambiamento in corso. Marah sfida continuamente la separazione tra testo e corpo, cercando un punto in cui parola e movimento possano coesistere senza gerarchie.
Per esempio, cucinando un uovo. Nelle interviste, alcune donne raccontano l’incapacità di riconoscere l’odore dell’uovo perché prive delle parole per dirlo. Il linguaggio, allora, non è solo espressione: è integrazione dei sensi. Quante volte abbiamo sentito dire che la facoltà di pensiero dipende dall’ampiezza del nostro lessico? Qui questa idea prende forma concreta, quasi tangibile. Poi l’invito rivolto al pubblico: “Posso chiedervi di odorare?”.
La performance possiede una grazia che non addolcisce, ma accompagna. È piena di insidie, come tutto ciò che richiede memoria, attenzione e concentrazione, a cui siamo sempre meno abituati. Eppure riguarda tutti, soprattutto chi vive in quell’“Occidente” a cui la performer allude ripetendo “I am well integrated”. Una frase che suona insieme come dichiarazione e dubbio, integrazione e perdita.
Silenziare una lingua vuol dire anche silenziare una vita. Language: no problem non lo afferma soltanto: lo fa sentire. E in questo sentire, stratificato e mai pacificato del tutto, si rivela un dominio forse ancora più grande, quello su se stessi, quando ottundiamo le differenze anziché esaltarle.
Foto credits Boris Breugel

