É il 21 marzo, noto per essere il primo giorno di primavera, ma non è sempre così. Alla Triennale Milano, Marcos Morau con la compagnia La Veronal mette in scena lo spettacolo La mort i la primavera. Un periodo convenzionalmente inteso di vitalità. Ma non è sempre così.
Quando il titolo di un’opera include il periodo della fioritura e sul palcoscenico del teatro c’è uno strato di terra, è pressochè facile il rimando alla versione di Pina Bausch de Il Rito della Primavera (1975). La torba è materia viva e insieme funeraria. L’immagine originaria non è carne e sangue, è spirituale ma anche rituale. Un organo a canne, microfoni con asta, un groviglio di rami aridi e un “Revox” appeso.
La vita e la morte come parti indistinguibili di un unico ciclo coercitivo ispirato all’omonimo romanzo dell’autrice catalana, Mercè Rodoreda. Nessuna tentazione o intenzione narrativa, lineare e didascalica. Ma un dispositivo impattante, perturbante e modulato dalla costruzione meticolosa di immagini che non sono mai finite ma sempre tensive. Visioni tese come le corde rosse costantemente manipolate, cordate al furgone rosso in sosta e in marcia, alle lunghe gonne nere dei performer. É la forza di trazione che richiama, per analogia visiva, tanto le installazioni immersive tra l’affascinante e l’inquietante di Chiharu Shiota, quanto l’intimità e il rigore del filo rosso dell’artista sarda Maria Lai con la quale, spesso, si è misurato l’immaginario stratificato e teatrale di Antonio Marras, seduto tra il pubblico. Anche i copricapi fumosi di rami secchi che due artisti indossano in momenti differenti ricordano certi headpieces dello stilista ispirati alla natura.

In questo dispositivo scenico denso, saturo, gremito, i fili — che poi sarebbero delle corde — reali o simbolici diventano elementi di connessione e al tempo stesso di intrappolamento: legano, ostruiscono, costruiscono e decostruiscono, ma soprattutto vincolano. Ai dispositivi del potere (anche quello culturale), alle dinamiche dell’obbedienza, al destino imposto dal gruppo di appartenenza, alle dinamiche di aggregazione, a retrivi temi mitologici. In definitiva, anche alla vita.
“Vorrete morire ma non potrete”, grida a gran voce una performer. Indugia più volte: “Vorrete morire ma non potrete”. In un infinito chiamato “adesso”, dove morire potrebbe essere l’unico segno resiliente di vitalità, la vita è avvertita come una minaccia. Un mondo che si basa sulla necrofilia, sui cadaveri talvolta occultati talvolta ostentatati, dipende da cosa è più conveniente. Qui, all’inizio sono celati, poi palesati. Un fantoccio con la faccia tumefatta, uno scheletro oltraggiato da una vivente dopo averne profanato la teca in cui era deposto.

Sono entità morte che subiscono passivamente gli abusi e le sopraffazioni dei vivi, che condividono, da vivi, la stessa condizione dei primi. Perchè non c’è discussione, ma solo un gran confusione. Come noi restiamo in ascolto della sospensione dei diritti, in particolare di uno che ci riguarda tutti, così i performer assorbono le regole perchè naturalizzate o neutralizzate. In realtà si dibattono molto con vemenza e irrequietezza. Ma lo fanno quasi sempre nello stesso modo. Sono stati disciplinati, come “automati” ma anche ultimati, ovvero svuotati da ogni speranza.
Tra differenti registri sonori e di movimento, i corpi diventano cifra dello stato di salute di quell’ ”adesso” privo di un al di là. L’albero disseccato tra l’organo e il furgoncino non torna più in vita e così pure l’uomo quando è morto. Si può pensare a lui per qualche tempo, dopo che se n’è andato, come la cantante nel fusto dell’albero, ma anche questo non dura a lungo. La memoria si consuma rapidamente.
Quando quel canto si perde, il verde diventa marrone, anzi nero, la tutela un gesto difensivo e le decisioni una somma di paure. Non è l’albero a essere sacro, ma il suo posto sulla terra ricoperta da rose. Tutte rosse. É la Terra ancora imbrattata di sangue.
Consentitemi un’ultima considerazione. Ma cosa deve succedere affinché il pubblico si alzi? Un pubblico entusiasta, intendiamoci. Si stendono le braccia, si “elevano” i “bravi”, accresce il fragore degli applausi. Eppure, nessuno si alza e allora viene da pensare: “Se qualcuno lo avesse fatto, forse, non ci sarebbe stato questo spettacolo da applaudire.”
Ph. Silvia Poch

