A dodici mesi dal debutto, La gioia di danzare torna in scena confermando un discreto successo di pubblico e l’interesse verso il progetto ideato dall’étoile Nicoletta Manni. Lo spettacolo – prodotto da Artedanza Srl e ispirato all’omonima autobiografia della ballerina – ha festeggiato il suo primo anniversario lo scorso 2 novembre al Teatro Comunale di Modena, registrando il tutto esaurito.
Il format, inaugurato nel 2024 a Lecce, città d’origine della prima ballerina étoile del Teatro alla Scala di Milano, e poi riproposto in numerose tappe italiane, mantiene una struttura semplice e diretta, condivisa con il marito e partner artistico Timofej Andrijashenko e con alcuni interpreti della Compagnia scaligera.
Un gala costruito con l’obiettivo dichiarato di esaltare le qualità tecniche e interpretative degli artisti, senza pretendere di rivoluzionare il panorama della danza nazionale attraverso sperimentazioni fini a sé stesse. Un progetto che, puntando sulla sobrietà, conferma il less is more. E funziona, proprio perché resta fedele a questa filosofia.
Per la tappa modenese, Manni ha chiamato accanto a sé i suoi friends più fidati: Alice Mariani, Agnese Di Clemente, Domenico Di Cristo, Gabriele Corrado, Mattia Semperboni ed Emanuele Cazzato, tutti membri di punta del corpo di ballo scaligero.

La serata si è aperta con il Grand Pas Classique, interpretato dalla “royal couple” Manni-Andrijashenko. Creato nel 1949 da Victor Gsovsky per Yvette Chauviré e Vladimir Skouratoff su musica di Daniel Auber, il passo a due – divenuto ormai cavallo di battaglia dei due coniugi – ha messo in luce la solidità del loro affiatamento e la sicurezza nelle tre impervie discese in successione tra salto dell’uomo e discesa dall’equilibrio della donna, e l’occhio più esperto di balletto lo sa, non è cosa scontata in questo punto.
A seguire, Agnese Di Clemente e Domenico Di Cristo hanno presentato Se tu non parli, coreografia di Massimiliano Volpini su musica di Arvo Pärt. Il brano, pur non aggiungendo elementi nuovi a una partitura già troppe volte utilizzata, si distingue per l’intensità interpretativa di Di Clemente, tersa e controllata anche nei momenti di maggior tensione fisica, in una successione coreografica del tutto deludente tra corse, rotolamenti sprezzati e torsioni quasi sgraziate.
Atmosfera rarefatta e suggestiva con La Luna, l’atteso assolo di Manni tratto dall’Heliogabale di Maurice Béjart (1976), ripreso sotto la supervisione di Luciana Savignano e già applaudito nel Gala Fracci alla Scala nel 2024.
Cambio di registro con il Summer Pas de Deux di David Dawson, eseguito da Alice Mariani e Mattia Semperboni sulle note di Max Richter, dove il dinamismo diventa coprotagonista insieme alla musica. Meno convincente, invece, il Passo a due del Cigno Bianco nella versione di Marius Petipa, interpretato da Gabriele Corrado e Maria Celeste Losa: qualche incertezza di partnering, pur risolta con eleganza, ha reso il quadro più riempitivo del necessario.
Molto più centrato, invece, il duo da L’altro Casanova di Gianluca Schiavoni, ancora con Di Cristo e Di Clemente: su un Andante del Concerto a due cori per violino scordato di Vivaldi, i due danzatori trovano una sintesi poetica e neoclassica tutta loro, intrisa di chiari echi balanchiniani.
Manni conferma poi la sua maturità artistica in Carmen di Roland Petit, ruolo che interpreta da oltre un decennio. La sua evoluzione è evidente: la tecnica si fonde con un carattere sempre più deciso e passionale, reso ancor più incisivo dalla presenza scenica di Andrijashenko, un Don José virile e intenso.

Interessante l’inserimento del passo a tre Largo di Matteo Levaggi, originariamente creato per gli allievi della Scuola di Ballo della Scala e concesso appositamente per l’occasione. In scena Emanuele Cazzato, Gabriele Corrado e Maria Celeste Losa, interpreti di questo brano abbastanza essenziale sulle note di Bach, dove ognuno dei tre danzatori riesce a inserire qualcosa di proprio, risultando un assieme estremamente raffinato e minimalista.
La chiusura “in grande stile” è affidata al pas de deux da Il Corsaro: Alice Mariani, nonostante qualche esitazione, conquista il pubblico con un’ottima serie di fouettés all’italiana.
Meno incisivo, invece, il finale Beddrha ci dormi, omaggio alla terra salentina e all’amore per la danza, su musiche di Paolo Buonvino e voce di Diodato, coreografato da Patrick De Bana. Un epilogo più emotivo che strutturale, dove Manni e Andrijashenko si lasciano travolgere da una passione assolutamente genuina e “autobiografica”.
Così, La gioia di danzare si conferma un format vincente, capace di coniugare qualità, accessibilità e calore. Un progetto che – anche grazie ai prezzi ancora contenuti e alla sua formula agile – può continuare a portare la danza a un pubblico sempre più ampio. Perché, è bene sottolinearlo, non sono solo i grandi nomi maschili a riempire i teatri: c’è una fetta di pubblico che sa ancora emozionarsi davanti alla semplice gioia di danzare.
Foto di Vito Lorusso

