Jiddu di Marco Berrettini e della compagnia *MELK PROD: la recensione

di Elio Zingarelli
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La diversificazione come soluzione a una mancanza. Questa è la premessa del lavoro Jiddu di Marco Berrettini con la sua compagnia *Melk Prod, nell’ambito del FOG Performing Arts Festival di Triennale Milano. Un cerchio luminoso proiettato sul linoleum bianco si consuma lentamente mentre i performer entrano, a uno a uno, disponendosi in cerchio. I costumi delle tipiche danze bavaresi non coprono né scoprono, ma alludono a fisicità diverse, altezze differenti che non limitano la dinamica filo–sfilo della maglia nera, l’unica, che presenta la scritta “JA” e “NEIN”, rispettivamente sul fronte e sul retro. Due parole corte, semplici, ma di un’ambiguità assoluta. E pensare a quante volte ci sono state propinate negli ultimi tempi, sempre con la stessa equivocità.

La figura del cerchio ritorna, luminosa, con colori differenti. A volte questa può essere una roundabout, ovvero una rotonda, dove la precedenza, in termini ontologici, è quella delle relazioni sulle cose, non delle cose sulle relazioni. In realtà, il performer più maturo sembra coordinare, supervisionare e dirigere il traffico. Ma la composizione complessiva dell’opera rende questa osservazione solo un’impressione.

Non lo è invece la diversità che si palesa su più livelli. È di movimento: sul palco, danze cecene, indonesiane, italiane, greche e anglosassoni si mescolano e si contaminano, tra coerenza e contraddizione. È musicale: Vertigo (suite) di Bernard Herrmann, Wish You Were Here dei Pink Floyd, Do You Thing di Moondog, Saturday Sun di Nick Drake. Le interferenze e gli incastri (di rilievo quello delle teste, davvero interessante) non livellano, le differenze persistono e, per renderle ancora più palesi, interviene la parola.

Come diceva Marx, “I proletari non hanno patria”, annuncia uno dei performer. Poi, per rendere il tutto ancora più udibile, arriva una collega con un microfono. Allora comincia a sentirsi una tromba in una lontananza che si riduce progressivamente. Non è sola: c’è anche una chitarra, non classica, ma non so bene identificarla. Il volume è alto perché vuole celare, occultare. I musicisti suonano muovendosi sul palco, mentre il danzatore tenta, tra sforzi e qualche dimenticanza, di concludere il suo discorso. “Il capitalismo è crisi”: questa è la chiusa. Poi lancia il cappello sul linoleum, come testimonianza, o forse testimone di quanto appena accaduto. È necessario almeno a risollevare l’attenzione di qualche spettatore—anzi, della maggior parte—che durante la declamazione ride, sbuffa, beve, legge il programma di sala e poi, ovviamente, controlla le ultime notifiche su WhatsApp. Non credo si tratti di superficialità, bensì di pienezza.

A un capitalismo che mutila, uccide, ruba, devasta, sorveglia, ma crea anche ricchezza e bellezza, un desiderio ardente di vite e opportunità che restano appena al di fuori della nostra portata—sicuramente della maggior parte, anche qui. E il desiderio è spesso possesso delle cose. Ecco che la precedenza si capovolge. Tutti i performer rientrano con pretzel e bicchieri di birra gonfiabili, insieme a facce e mani, anch’esse di proporzioni feticce. Qui l’incastro si inceppa e una danzatrice, come la palla di un flipper, viene sballottata dagli altri performer gonfiabili.

Allora lo sforzo è pensare le cose non meccanicamente, ma come una rete, dove prima vengono tutte le relazioni che si incrociano. Di nuovo umani, i danzatori e le danzatrici iniziano un canto che è anche un lamento. Dura a lungo e, alla domanda del danzatore “Basta così?”, prontamente dal pubblico arriva un “sì”. Anche questa è pienezza, volutamente provocata e saturata.

Superate le resistenze, di nuovo una lumiera circolare, come un bersaglio, pregna del senso profondo della collettività e della comunità. Ma dall’alto cade una freccia. Non fa centro.

© Carole Parodi

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