“In dark times we must dream with open eyes” è la scritta che campeggia sulla felpa nera indossata da Andrea Risso. Il colore non è luttuoso, nonostante la giornata uggiosa, bensì lussuoso. Soprattutto dopo la Restaurazione del 1814, il vestire maschile si istituzionalizza in una divisa inscalfibile composta da pantaloni, giacca e gilet di lana nera. Ma il nero era anche uno dei colori più difficili da tingere, perché all’epoca non esistevano componenti chimici in grado di fissarlo. In pratica, un nuovo modo per esprimere il lusso senza ricorrere alle sue solite regole. E quale lusso più grande del proprio tempo e della libertà di gestirlo come si vuole? Il danzatore lo ha fatto aspettando un’aspettativa e poi, una volta ottenuta, trattandola con cura, intesa in senso progettuale. Una qualità spesso declinata soltanto in senso materno e femminile, e invece adottata da Andrea come postura verso se stesso, verso gli altri e, in definitiva, di fronte a un obiettivo, anche quello fotografico. E con questo atteggiamento ritorna all’istituzione che da sempre lo accoglie, anch’essa a volte inscalfibile. Non si tratta di una restaurazione invariata, ma di un’evoluzione del percorso di partenza. Perché, alla fine, Andrea sa che ciò che conta è ballare “tutta la notte e al mattino”, come scrive Lucio Dalla. Però senza dimenticare tutti i versi precedenti, letti sempre con gli occhi ben aperti.
Il primo post su Instagram è una prova di una variazione di Études con Isabelle Ciaravola. L’ultimo, uno shooting per Calvin Klein. Cos’è successo nel mezzo?
Sul mio profilo ci sono pochissimi filmati di danza perché non mi piaccio in video, per cui prima di postarli li guardo mille volte. Milano mi ha dato la possibilità di affacciarmi alla realtà della moda, che mi ha sempre affascinato. In generale ho sempre cercato di vivere amicizie, frequentare persone e avere stimoli differenti fuori dal teatro, che mi hanno permesso di conoscere fotografi e stylist. Già quando avevo 17 o 18 anni, per gioco e per piacere, mi prestavo a degli scatti. Lo switch è stata la campagna per Bottega Veneta. In piena emergenza Covid ho incontrato il team qui a Milano e, dopo due giorni, ero su un aereo per Valencia. Abbiamo scattato a fine novembre e poi la campagna è uscita a fine gennaio. Era la prima del nuovo direttore Daniel Lee, con me che ero un volto nuovo per l’industria della moda, e per questo sono stato subito contattato da diverse agenzie che mi hanno proposto altre opportunità. Per me è un modo diverso di esprimermi e di impiegare il mio tempo.
A giudicare dai tuoi social, l’immagine è un aspetto significativo. Curi di più la bellezza e il benessere interiori o esteriori, se pensi ci sia una differenza?
C’è un buon equilibrio fra i due. Per il mio lavoro sono molto esteta. Mi piace il bello sia in ciò che vedo sia su me stesso, a livello di cura personale ed estetica. Mi interessa molto anche l’equilibrio interiore.
Come ti sei scoperto artista?
Bella domanda. Penso un po’ per caso. Prima di fare danza avevo provato di tutto: calcio, nuoto, tennis, sempre con mio fratello. Poi una mia amica mi ha consigliato la danza. All’inizio mi sono dedicato alla show dance con la Federazione Italiana. Dopo uno stage con Frédéric Olivieri in Croazia ho studiato per un anno danza classica in Liguria per prepararmi all’audizione per la Scuola di Ballo dell’Accademia del Teatro alla Scala. Mi hanno ammesso al primo corso, avevo nove anni e ricordo quanto fosse difficile stare al passo. Tutto è avvenuto velocemente e mia madre, alla quale ero molto legato — e lo sono tuttora — mi chiamava frequentemente per chiedermi come stessi, ma io mi sentivo bene perché vivevo in una bolla. Durante l’adolescenza ho attraversato un periodo delicato. Devo dire che la situazione è migliorata negli ultimi due anni e anch’io ho preso coscienza dei miei miglioramenti e quindi della possibilità che la danza potesse diventare la mia professione, oltre che uno sfogo per quello che avevo dentro. Sul palcoscenico siamo circondati da altri, ma alla fine sei solo: sei tu con te stesso, e questo mi consente di esprimermi il più possibile. Come ballerino e come spettatore, ciò che apprezzo maggiormente è l’emozione, ovvero la capacità di esprimerla.

Come si svolgono le collaborazioni con i brand di moda? Perché un danzatore e non un modello?
L’industria della moda è cambiata rispetto ai volti che i brand hanno solitamente prediletto. Oggi, per una campagna pubblicitaria, si richiedono anche capacità di movimento e una padronanza che i ballerini hanno grazie alla consapevolezza del proprio corpo. Da qui il lavoro del movement director, fondamentale soprattutto per i social. Quando questa figura è presente, l’esito è differente.
Come riesci a mantenere intatta la tua visione artistica in contesti commerciali diversi?
Nelle situazioni più commerciali la necessità è più estetica, ma come danzatore ho una consapevolezza del corpo e del movimento che mi aiuta molto. Anche quando manca una direzione precisa, come nel mio lavoro in teatro, credo sia fondamentale il lavoro di squadra: nella moda come nella danza il risultato nasce sempre da una collaborazione.
Dopo queste esperienze, hai un senso più preciso del tuo stile?
Sì, assolutamente. La possibilità di collaborare con un mio amico stylist e quindi il confronto con la visione di un professionista sono stati molto utili. All’inizio la sua selezione e proposta degli outfit erano molto differenti da me: tutto ciò che io non avrei mai indossato, soprattutto riguardo ai volumi e ai colori. Ma devo dire che alla fine tutto funzionava molto bene.
Temi come visibilità e appartenenza attraversano la vita e l’arte: quanto è importante oggi affrontarli?
Penso che l’arte in generale, la moda così come la danza, sia comunque un buon modo per sentirsi parte di qualcosa. Se non viene vissuta come fine a se stessa, ci aiuta a uscire da una dimensione molto focalizzata, o meglio totalizzante, e ci consente di riflettere anche su altro.
Quali sono le caratteristiche del collettivo Scala che consideri essenziali e in quale misura hanno influenzato il tuo percorso creativo?
Mi sarebbe piaciuto fare anche esperienze all’estero, in città come Berlino o Amsterdam, che mi hanno sempre affascinato artisticamente. Ma sono molto felice di far parte del corpo di ballo del Teatro alla Scala: è un luogo che continua a offrirmi grandi stimoli e produzioni importanti.
Come valuti il livello di coinvolgimento del pubblico, o meglio dei pubblici?
Ultimamente la risposta mi sembra migliorata, ma credo ci sia ancora spazio per avvicinare nuove generazioni alla danza. In altri Paesi esiste una comunicazione più allineata ai linguaggi contemporanei. Oggi viviamo in un’era molto digitale e credo che questo possa essere un’opportunità importante per creare connessioni nuove con il pubblico, senza snaturare il teatro come luogo fisico ed esperienza reale.
Invece, come valuti il livello di coinvolgimento dei tuoi colleghi coreuti?
A livello generazionale questi temi interessano molto di più i giovani, e questo emerge chiaramente anche nelle conversazioni tra colleghi. All’estero molti ballerini comunicano il proprio lavoro in modo più diretto e spontaneo, mostrando aspetti che prima rimanevano invisibili. Il mondo va veloce e penso sia importante trovare un modo autentico per restare connessi al presente.

A che punto sei con la tua danza? A che punto sei con la tua vita?
Poco tempo fa avevo messo in discussione tutto. Poi è arrivata l’aspettativa, che è stata un lungo processo durato più di un anno tra la richiesta e l’effettiva concessione. Pensavo che la danza non funzionasse più per me. Allora mi sono dedicato ai social, anche alla moda. Poi ho colto l’opportunità di danzare nel balletto Caravaggio di Mauro Bigonzetti e con Roberto Bolle. Ho accettato pensando che mi avrebbe fatto bene vivere la danza in un contesto diverso e, di fatto, ho realizzato che il palcoscenico è ancora il mio luogo naturale. Il problema, quindi, non era la danza, né ero io: avevo semplicemente bisogno di ricentrarmi. Nel tempo mi sono riconosciuto molto in una visione più emotiva e contemporanea del movimento e dell’espressione, ma allo stesso tempo sentivo il desiderio di esplorare anche altre parti di me, artisticamente e umanamente. Questo mi ha portato a cercare stimoli diversi anche fuori dal teatro, esperienze che mi hanno arricchito e aiutato a guardarmi con maggiore lucidità. Oggi rientro con una consapevolezza diversa di me stesso e di ciò che voglio artisticamente e umanamente.
Preferisci parlare o ascoltare? Cosa fai più frequentemente?
Ascolto. Parlo anche, ma mi piace soprattutto osservare.
Cosa ti emoziona di più?
La cura e l’attenzione verso gli altri e verso se stessi. Forse è una forma di gentilezza, anche se non so definirla esattamente.
Se dovessi scrivere dei tuoi ricordi, cosa scriveresti?
Qualcosa legato al me bambino. A casa di mia nonna, in Liguria, ho trovato dei video in cui ballo piccolissimo. Scriverei di quei momenti, di come vivevo quella danza senza la ricerca di qualcosa, per il puro gusto di farlo.
Se dovessi danzare su una musica, quale sceglieresti?
Qualcosa di italiano, tipo Vanoni. Non so perché, ma ora mi viene in mente Innamorarsi a Milano. Un’atmosfera un po’ malinconica.
Che dialogo hai con le persone a te care?
Con mia madre ci sentiamo quattro o cinque volte al giorno, da sempre. Anche con il mio migliore amico, seppure la distanza abbia dilatato i tempi di risposta. Recentemente il mio rapporto con il telefono e con i social è cambiato. A un certo punto ho capito che quel ritmo non mi rappresentava più e ho sentito il bisogno di viverli in modo più spontaneo. Per me tutto parte sempre dalla danza: resta il centro della mia identità artistica.
Ti dici mai “non posso farlo”?
Sì, però qualche volta lo faccio lo stesso, sempre con la premura di non fare nulla di male o fatto male. Sto imparando a essere più elastico. Per esempio, il mio rapporto con la solitudine è cambiato: sto molto bene da solo, ma durante i mesi in aspettativa ho dovuto rivedere il mio modo di vivere le giornate, anche a livello sociale e relazionale.
Libro preferito?
Te ne dico tre: Un uomo di Oriana Fallaci, Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, I dolori del giovane Werther di Goethe, che ho iniziato a leggere quando ho cominciato a interrogarmi di più su me stesso. Mi rivedevo molto in quelle atmosfere, ovviamente filtrate.
C’è qualcosa che vuoi dire?
No! Non credo.
C’è qualcosa che ti manca e di cui avverti la necessità? Credi che la danza possa sopperire a questa mancanza?
Mmm… no. Non penso che la danza possa colmare quello che mi manca. Ma ho voglia di ritornare in palcoscenico. La danza può nutrire questo desiderio, forse.
Grazie Andrea.
CREDITI Hadar Pitchon, Brescia&Amisano

