Intervista a Giacomo De Luca: «…quindi il modo in cui osservo è anche il modo in cui analizzo me stesso»

di Elio Zingarelli
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«Ognuno di noi ha una stella da seguire. Vattinni […] Bisogna andare via per molto tempo, per moltissimi anni, per ritrovare, al ritorno, la tua gente, la terra dove sei nato. Non tornare mai più. Non ci pensare a noi. Non ti voltare, non scrivere. Non ti fare fottere dalla nostalgia. […] Qualunque cosa farai, amala.»

Un sentimento nostalgico così ambiguo che alcuni subiscono, altri scongiurano. Ma le parole che Alfredo rivolge a Totò in Nuovo Cinema Paradiso raccontano, in realtà, una delle esperienze più profonde e autentiche della cultura meridionale: la partenza. Andare via per costruire il proprio futuro, allontanarsi per comprendere davvero il valore delle proprie radici. Eppure, a volte, il viaggio produce un esito inatteso: il ritorno.

È una traiettoria che attraversa anche il percorso di Giacomo De Luca, artista contemporaneo nato a Lecce nel 1999, formatosi tra l’Italia e l’Europa e attivo sulla scena internazionale della danza e dell’arte contemporanea come dancemaker, performer e artista visivo. Oggi è coreografo associato di AiEP – Ariella Vidach (MI), organismo di produzione della danza, e fondatore di Visionary Artists For Change, network e dipartimento di ricerca artistica. Nel 2026, dopo oltre cinque anni di ricerca indipendente sul movimento e la sperimentazione transdisciplinare, emerge l’urgenza di tornare in Puglia: un tentativo di avviare a Lecce la propria base operativa, contribuendo al suo fermento culturale senza rinunciare allo sguardo internazionale maturato nel tempo.

Quindi, tra riflessioni radicali sul corpo, sulla creazione artistica e sulle fragilità del sistema culturale italiano, emerge una domanda che va oltre la danza: cosa significa oggi tornare nella propria terra d’origine? Questa conversazione racconta la scelta di un artista emergente che ha deciso di trasformare l’appartenenza e l’identità culturale in una nuova traiettoria per la danza contemporanea e la performance, ripartendo dal Salento.

Dopo 15 anni tra Milano e lestero hai deciso di ritornare in Puglia. Pensi si possa parlare di una questione meridionale coreutica e cosa vuol dire essere un danzatore pugliese in Italia?

La scelta di tornare nel mio territorio è una riflessione maturata all’estero: sentivo il bisogno di avviare un dialogo con le mie radici e con la comunità e, allo stesso tempo, avvertivo un forte desiderio di prendere parte a un nuovo sviluppo artistico, contribuendo a quel fermento culturale che percepisco sempre più vivo in Puglia. Negli ultimi tre anni, pur mantenendo una base a Milano, la mia attenzione verso il Sud Italia si è espressa anche attraverso progetti ideati per il territorio. Ho iniziato a collaborare con realtà attive e militanti, sia nell’ambito teatrale sia in quello artistico, e questo confronto ha alimentato la mia decentralizzazione di vita dalle grandi città. Avere oggi una dimensione lavorativa e spirituale lontana dal caos metropolitano è una necessità. È lì che riesco ad ascoltare meglio me stesso, il mio lavoro e il territorio con cui desidero costruire una relazione duratura.

Milano oggi è sempre più satura dal punto di vista culturale: non riesce più a sorprendermi; trovo le programmazioni prevedibili e la qualità della danza e dell’arte meno innovativa. Inoltre, la dimensione relazionale tra artisti indipendenti è più fragile, proprio perché vivere in una metropoli è diventato una forma di sopravvivenza. La realtà è che spesso si lavora freneticamente anche in altre città e l’essere parte di una comunità di riferimento vacilla. Vivere nel mio territorio oggi mi consente di sviluppare inediti orizzonti. Fin da piccolo, la mia fame di formarmi era strettamente legata al fatto che diventare danzatore professionista in Puglia non fosse possibile. Il mio non era solo un sogno poi realizzato, ma un’impellenza.

Cosa vuol dire essere un ballerino italiano allestero? Si può parlare di unUnione Europea della danza?

Dopo l’Accademia mi immaginavo all’estero. Ebbi però l’opportunità di lavorare nelle produzioni d’opera e di balletto del Teatro alla Scala. Incontrai Carla Fracci e Sabrina Brazzo, che mi vollero come solista in una nuova produzione dedicata ad Alda Merini. Successivamente lavorai con Matteo Levaggi, con il quale iniziai ad approfondire il mio interesse per la coreografia. Proseguii poi alla Biennale di Venezia, selezionato da Sir Wayne McGregor per due edizioni consecutive del College Danza. In quel contesto lavorai con lui, oltre che con Saburo Teshigawara e il Merce Cunningham Trust. Fu un’esperienza decisiva: compresi cosa significasse intraprendere una ricerca d’autore e, partecipando alla creazione di nuove produzioni, appresi molto anche dai modelli organizzativi e produttivi di queste importanti compagnie internazionali.

Stavo per trasferirmi a Londra quando, a Bari, incontrai Emio Greco e per due anni lavorai intensamente con lui tra Amsterdam e la Puglia. Emio mi guidò a definire le mie necessità, indirizzandomi verso uno sguardo più critico sulla danza e sulle direzioni che il corpo può intraprendere. Mi allontanai così da una concezione orientata prevalentemente all’estetica e all’intrattenimento, per riscoprire il valore del gesto autentico, arcaico e viscerale, radicato nella mia identità e libero da influenze esterne.

Un’altra esperienza di significativa importanza è stata quella con Jan Fabre in Belgio, che ha dato al mio rapporto con il corpo, la performatività e la scena un’impronta catartica, nutrendomi come performer nelle pratiche più sperimentali del teatro e della performance contemporanea.

Essere un artista italiano all’estero significa muoversi in un sistema internazionale dove culture e linguaggi si contaminano. Più che di una vera “Unione Europea della danza”, parlerei di una rete di eccellenze composta da artisti e realtà molto diverse tra loro, che operano con determinazione e visione, mettendo in campo competenze e pratiche che spingono la danza e il teatro oltre i propri confini e verso nuovi orizzonti.

Quali funzioni possono svolgere le nostre istituzioni nella promozione degli artisti italiani allestero?

Penso che in Italia ci sia una reale volontà di contribuire alla crescita culturale: artisti, compagnie, festival e teatri, pur avendo idee interessanti e investendo molto, non sono sostenuti come si dovrebbe. I tagli ai fondi e i declassamenti nei punteggi ministeriali comportano numerose rinunce, danneggiando la formazione, la ricerca, l’innovazione e la produzione artistica.

Credo che in Italia persista un sistema obsoleto, vecchio e non più aderente alla società attuale e alle necessità concrete della comunità artistica. I ritmi e alcune scelte di produzione sono vincolati da condizioni ministeriali che limitano non solo la libertà creativa e lo sviluppo socio-culturale, ma anche la rilevanza dell’arte italiana all’estero. La cultura va sostenuta, preservata, finanziata e difesa.

Dopo il Covid ci si è aperti verso nuovi orizzonti digitali e un’economia delle relazioni e della produzione che, però, ha in parte ulteriormente indebolito l’intero comparto dello spettacolo dal vivo e dell’arte.

Che tipo di educazione sentimentale lascia addosso la provincia?

Essere stato sostenuto dalla mia famiglia fin da bambino è stato cruciale per il mio percorso. Sono cresciuto nei valori dell’umiltà, dell’onestà e nel credere che, se ciò che si fa lo si fa con tutto se stessi, accade sempre qualcosa di buono.

Il mio percorso artistico è stato un riscatto per tutta la mia famiglia: il sacrificio è stato sempre reciproco. Essere stato il più piccolo a lasciare casa per emanciparsi tra il teatro e una Milano dove tutto sembra possibile è sicuramente qualcosa che riguarda l’amore incondizionato e il potere del credere nel talento.

È stato fondamentale educarmi all’autodisciplina e avere una visione; portarla avanti e sapere che ogni mia scelta sarebbe stata sostenuta dalla famiglia mi ha incoraggiato a spingermi oltre. Oggi vorrei poter dare nuove possibilità alla mia città, ma la strada è lunga. Vivere nel proprio territorio per me significa essere fieri della propria identità. Bisognerebbe investire maggiormente nel Sud, nella scena culturale e sociale: sento che è il momento giusto.

 

Affermarti come artista ti ha fatto sentire più sicuro di te e incline a rischiare oppure è stata maggiore la pressione di soddisfare le aspettative del pubblico e del mercato?

Mettersi sempre in discussione è importante. La sperimentazione è di per sé il dissesto del sapere: è mettere mano al proprio archivio, un processo che porta alla genesi di uno nuovo. Se ciò che fai non ti è aderente e non nasce da un’urgenza personale, non ha ragione d’essere. Non si tratta di una forma egoistica, anzi: è un bisogno di essere in ascolto con se stessi, per poter convivere con gli altri.

La danza è una conversazione profonda, un rispetto verso se stessi e la materia, una devozione verso l’assoluto, una riverenza totale verso il pubblico. È un atto di seduzione tra te, ciò che fai e chi ti guarda. Non è intrattenimento, ma un’esperienza condivisa. Chi osserva l’arte ha necessità di farlo per scoprirsi, e lo stesso vale per me quando la pratico.

Se fai davvero qualcosa per te stesso, qualcosa che ami, non puoi considerare ciò che pensano gli altri. Io difendo la libertà di espressione e credo che la danza e l’arte non vadano spiegate: non devono essere capite, ma metabolizzate, vissute e liberate dal contenuto. Poi tutto corre così veloce che non c’è il tempo di pensare al pregiudizio altrui.

L’artista non ha il compito di creare per il pubblico: l’atto creativo è un’azione carnale, passionale quanto mentale, che bisogna espellere e cedere all’altro. Stare dietro alle idee, nutrirle, svilupparle e produrle richiede tempo, periodi di decantazione e riflessione, anche andando contro le esigenze del mercato, che spinge continuamente alla produzione.

Ci parli del tuo progetto per la città di Lecce. Quale traccia, secondo te, possono lasciare queste presenze nello spazio urbano e nella vita della città?

Da aprile scorso fino a dicembre 2026 porterò avanti una mostra diffusa tra Lecce e il territorio pugliese dal titolo Il Corpo Reliquia. Ciò che resta delluovo tra resistenza, archivio e spiritualità nel contemporaneo, articolata in più capitoli e sedi.

Il progetto nasce dalla mia selezione all’interno di “Futuri Emergenti Italiani” per BCC Arte & Cultura (Gruppo BCC ICCREA), come unico rappresentante del Salento nella mappatura internazionale di 100 artisti emergenti under 35 della performance e dell’arte contemporanea. Si tratta di un’iniziativa che mi permette di approfondire il rapporto con il territorio e di relazionarmi con una comunità di artisti, artigiani, operatori culturali e istituzioni per me di riferimento, con cui sto sviluppando un dialogo proficuo.

Il lavoro indaga la mia relazione con la materia organica e con la performatività, tra resistenza e fragilità del corpo, e nasce dalla mia fascinazione per l’uovo come archetipo e simbolo di rinascita sociale.

ph Michele Milani

La tua ricerca è molto incentrata sul corpo, di cui spesso parlano tutti gli artisti della danza. Questa insistenza perché il corpo è davvero così centrale o perché non si è in grado di parlare daltro?

Credo sia importante oggi tornare a una dimensione del corpo più consapevole, a un ascolto autentico. Il corpo, sia scientificamente sia spiritualmente, va ancora indagato: è il primo luogo in cui viviamo eppure spesso ignoriamo la sua sfera fisica, emotiva, alimentare e psicologica.

Tutto ci attraversa, ci influenza, ci cambia dall’interno. Il corpo assorbe, la mente elabora e noi spesso non ce ne accorgiamo. È anche un atto politico: il corpo parla e un gesto racconta molto.

Oggi viviamo in un mondo quasi totalmente digitale, dove le nuove generazioni crescono dentro realtà alternative e fanno sempre più fatica a costruire un rapporto concreto con il proprio corpo e con il reale. Molte persone vivono tensioni che spesso restano nascoste e che possono emergere solo attraverso la relazione e quello spazio di libertà che la creatività può aprire.

Ma oggi anche le relazioni sono più distanti, quasi bidimensionali. Io sto cercando di lavorare su ciò che accade tra corpo, relazione e percezione, per arrivare a un’esperienza di danza che sia altro, che sia più viva e più reale.

Scrivi anche recensioni. Scrivere di danza serve? Oggi viene fatto nel modo giusto?

Negli anni ho maturato uno sguardo critico, sia come spettatore sia come artista. Credo sia importante osservare la danza a partire dal coreografo, dalla sua storia, dalla sua ricerca, da ciò che intende comunicare e dalla sua relazione con la società.

Per me la condizione di spettatore è fondamentale: implica presenza, contemplazione, partecipazione e rispetto verso l’altro. Ho sempre letto la critica. Il mio interesse per la scrittura si è orientato negli anni verso una forma sperimentale di analisi dell’opera, che alimento attraverso incontri e interviste con artisti e maestri significativi per il mio percorso.

Con il tempo, il modo in cui osservo gli altri danzare e creare è diventato anche il modo in cui analizzo me stesso e mi metto in discussione. Non mi occupo di critica né scrivo recensioni, ma coltivo uno sguardo sensibile.

Credo però che le figure dei critici di danza e d’arte siano oggi più che mai fondamentali. La libertà di stampa deve essere preservata e le voci dei critici e degli storici dovrebbero essere ascoltate da artisti emergenti, affermati e dal pubblico, soprattutto in un’epoca in cui l’attenzione verso la scena, la qualità del lavoro e la presenza del pubblico sono sempre più fragili.

Cosa ti costringi a fare e cosa invece ti consenti di fare?

L’auto-motivazione e la determinazione sono fondamentali per poter andare avanti. Se non ci credi tu per primo, nessun altro può farlo al tuo posto, né investire tempo e risorse su di te. Bisogna lavorare sul proprio potenziale e coltivare il talento.

Onestamente non trovo il tempo per fare altro se non ciò in cui credo profondamente. Se vuoi essere un artista oggi, devi svolgere il tuo lavoro al meglio, per te stesso prima che per gli altri. L’artista indipendente è ormai quasi una figura imprenditoriale: deve saper affrontare sfide diverse e possedere competenze trasversali, dal campo creativo a quello amministrativo e produttivo.

ph Giulia Marras

Qual è la parola che ti piace di più dire e quella che ti piace di meno dire?

Credo che le parole abbiano un peso e che il modo in cui vengono pronunciate faccia la differenza: quelle che ripetiamo quotidianamente finiscono per orientare il nostro modo di pensare e di stare al mondo e, in qualche modo, ci avvicinano a ciò che desideriamo realizzare.

Se dovessi sceglierne una, direi: «Vai!». È una parola che spesso mi ripeto e che mi spinge all’azione. Quelle che invece evito sono le negazioni che ti fermano prima ancora di agire: «No», «non si può fare». Andrebbero quasi abolite, perché rischiano di ostacolare il pensiero e di impedirci di immaginare nuove possibilità.

È più difficile restare nudi davanti agli altri o a se stessi?

Credo che siano difficili entrambe le esperienze. Forse la seconda lo è ancora di più, perché implica la libertà e il coraggio di essere davvero se stessi; dunque, in alcuni casi, la prima scelta è subordinata alla seconda.

Io non ho mai lavorato con il nudo e penso che oggi sia un tema che andrebbe in parte riconsiderato. Ho la sensazione che il nudo diventi evidente quando il contenuto o la qualità interpretativa sono deboli. In questi casi il corpo nudo rischia di trasformarsi in un escamotage per attirare l’attenzione, distogliendo lo sguardo del pubblico da una scrittura coreografica e del movimento poco onesta.

Quando il nudo è realmente sensato e integrato nella drammaturgia, quasi smette di essere percepito come tale e non è provocazione, ma semplicemente presenza. Al contrario, oggi capita spesso di vedere un utilizzo quasi automatico e banale, che finisce per indebolire il lavoro complessivo invece di rafforzarlo.

C’è qualcosa che ti manca e di cui avverti la necessità? Credi che la danza possa colmare questa mancanza?

Credo che nella società contemporanea l’iperproduzione e la logica del consumo ci inducano a desiderare continuamente qualcosa in più, anche quando non ne abbiamo realmente bisogno.

Penso che occorra portare avanti un dialogo radicale con se stessi, guardarsi dentro e capire cosa si vuole fare, perché lo si fa e per chi lo si fa. Imparare a conoscersi, ad accettarsi e a ritrovarsi è una condizione essenziale per creare qualcosa di sincero.

Se c’è qualcosa che oggi sento particolarmente vivo, è un desiderio creativo. Negli ultimi anni è emersa in me la volontà di tornare a confrontarmi con l’arte del balletto. Mi piacerebbe lavorare con una compagnia di balletto per sviluppare una creazione contemporanea che, allo stesso tempo, dialoghi con l’eredità coreografica del passato, rileggendola attraverso uno sguardo attuale e corpi più consapevoli e versatili.

Foto Mario Sguotti

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