Jacopo Bellussi, 33 anni appena compiuti, una brillante carriera ad Amburgo come principal dell’Hamburg Ballet cresciuto con John Neumeier, il ruolo di responsabile artistico del Festival Internazionale del Balletto di Nervi nel 2025, poi passato recentemente ai Ballets de Monte-Carlo, è un artista italiano eccellente, sensibile, concreto e con le idee piuttosto chiare. Dopo aver debuttato con i Ballets de Monte-Carlo al Teatro Petruzzelli di Bari in Cendrillon di Jean-Christophe Maillot in ottobre ed essere stato Romeo per la prima volta nel Roméo et Juliette del balletto monegasco a Cremona e a Udine a marzo 2026, lo abbiamo incontrato per fare il punto sul suo sviluppo professionale e sul futuro del Festival di Nervi.
Adesso a quasi otto mesi dall’addio alla tua compagnia di elezione di Amburgo, come è evoluta la tua danza e come ti ritrovi in questo ambiente totalmente nuovo?
Dopo così tanti anni in una compagnia come Amburgo, che era diventata veramente la mia casa ma che era cambiata, ho sentito la necessità di un cambiamento anche io, di uno stacco. Non è stato facile, ma sentivo che dovevo farlo.
Tu hai chiuso ad Amburgo, con Romeo and Juliet di John Neumeier.
Sì esatto, io ho chiuso con Romeo il primo giugno 2025, e poi è successo tutto in fretta, perché mi sono precipitato a Nervi, e da subito ho iniziato a lavorare sul Festival che iniziava dopo tre settimane. Poi dopo Nervi, d’estate, mi sono focalizzato, ho fatto il trasloco e ho portato tutto… 14 anni di vita ad Amburgo li ho spostati a Nizza!
Il fatto di andar via da Amburgo a che cosa era legato, alla necessità di recidere un cordone ombelicale?
Ero stanchissimo, ho pensato di non farcela, e poi è arrivato un momento in cui la compagnia non rispecchiava più quello che volevo ed ho capito che si era chiuso un capitolo. Però con Demis (Volpi) ho chiuso bene, in modo rilassato. Col fatto che a giugno avrei dovuto seguire anche la questione di Nervi, non sono riuscito a finire la stagione: lui ha compreso dicendomi che quello che stavo creando a Nervi era davvero qualcosa di molto grande e ha capito la mia scelta. Mi ha proposto di fare un mio farewell show e dopo ho lasciato. Dopo dieci giorni che sono partito da Amburgo, Demis ha lasciato la compagnia.
Però non ho avuto rimpianti perché sentivo che l’interesse per i balletti di Monte-Carlo c’era sempre stato. Li vidi per la prima volta da bambino quando vennero a Genova, con la mia maestra che li adorava, prima ancora di andare alla Scuola della Scala. Anche grazie al fatto che comunque Jean Christophe Maillot si era creato ad Amburgo, sentivo questa connessione: due maîtres della compagnia ad Amburgo lo conoscevano molto bene, essendo stati suoi colleghi, quindi anche parlando con loro mi avevano sempre detto che Monte-Carlo sarebbe stato un posto adatto per me come stile. È molto più simile allo stile di Neumeier rispetto a tante altre compagnie e come radici lo noto anch’io. Come in Neumeier per esempio vedi tante caratteristiche vicine a Cranko, trovo che in Maillot vedi molte similitudini con Neumeier dal punto di vista coreografico e dal modo di concepire un balletto, anche se sono comunque diversi per molti altri aspetti. Per quanto mi riguarda, per ora non ho ancora lavorato con Maillot ad una creazione e finché non sei in uno studio a creare con un coreografo non lo vivi fino in fondo.

La dame aux camélias con Ida Praetorius
La domanda che mi sorgeva ora era quali sono le principali differenze nel lavoro per un principal nelle due compagnie ma capisco che probabilmente lo scoprirai nel tempo.
Sì , lo sto scoprendo giorno per giorno: nel momento in cui sei in uno studio a creare, riesci a comprendere di più. Fino ad oggi, tutto quello che ho imparato sono stati balletti già rodati e non ho mai lavorato con Maillot direttamente su una creazione ed è soprattutto quello ti fa capire la differenza che hanno nel modo di lavorare. Con grande calma sto sentendo di entrare a far parte della compagnia a pieno: ci vuole ovviamente un po’ di tempo, ma anche l’essermi avvicinato geograficamente a casa, anche se sembra poco, mi ha dato grande serenità dopo tutti questi anni vissuti ad Amburgo.
Ti abbiamo visto spesso in Romeo e certamente è, insieme ad Armand, uno dei tuoi due ruoli di elezione principali: come hai affrontato questo ruolo su due punti di entrata diversi?
Il tutto è stato molto veloce: abbiamo avuto solo tre settimane più o meno per prepararlo e nel frattempo stavamo anche rifacendo Cenerentola. Inoltre stiamo preparando un programma corto che inizia adesso ad aprile, una nuova creazione. Mi è piaciuto molto lavorare con Romina (Contreras): abbiamo trovato subito una grande sintonia. Ad Amburgo avevo ballato con Ida (Praetorius), ballavamo praticamente tutto assieme e trovare una ballerina con cui ho sentito così subito una grande affinità anche in poco tempo non era scontato. Affinità dal punto di vista emozionale, ancora più che tecnico, perché per me fa veramente tanta differenza avere una partner che sento che “c’è”.
Sul ruolo si trovano molte analogie fra Neumeier e Maillot: come dicevo si vede che Maillot ha lavorato con Neumeier e che lo apprezza profondamente. Lo studio della drammaturgia, lo sviluppo della storia secondo un proprio filo concettuale è una caratteristica comune. Invece l’approccio è diverso sul vivere i ruoli in scena: con Neumeier c’era una certa libertà sulla coreografia, sulla musica, sulle posizioni in scena, l’importante era vivere il ruolo fino in fondo. In Maillot questo in parte c’è ma il rispetto della musicalità, degli accenti è imprescindibile. Con John avevi più range di libertà facendo i passi giusti. Ci vuole del tempo per abituarsi ad un modo diverso di lavorare. In fondo è anche la costa azzurra, un altro modo di vivere in un altro punto geografico (sorride).

Roméo et Juliette con Romina Contreras
Parliamo di Nervi: l’anno scorso è stato un successo di pubblico notevole.
È stato molto faticoso perché alla fine siamo partiti tardissimo con tutti i mille ostacoli che si sono dovuti superare prima di diventare operativi. Alla fine comunque abbiamo avuto un risultato decisamente positivo: abbiamo avuto spettacoli sold out con compagnie incredibili che tornavano a Nervi dopo anni di assenza. I tempi che abbiamo avuto per pubblicizzare gli eventi sono stati ridottissimi ed è stato incredibile riuscire ad avere un ritorno di questo tipo: anche in Giappone ad esempio hanno iniziato a parlarne sulle riviste di danza!
È stato un successo: ora certo c’è attesa e speriamo che non sia disattesa. Mi stanno scrivendo tantissime persone alle quali purtroppo non rispondo perché direi che sono nella vostra stessa posizione; non riesco ancora a dire nulla per il 2026 anche se, come mi è stato richiesto di fare, io l’ho già preparato tutto dal punto di vista del programma e dei contatti con le possibili compagnie ospiti.

I saluti al termine del Gala Porcile a Nervi
Il lavoro che hai fatto è stato un impegno importante: riportare il balletto internazionale a Nervi.
A Nervi il mio intento non è stato portare le compagnie, mettere in scena dei pezzi e basta. Intanto la prima cosa che ho voluto è stata la presenza di una persona che mi aiutasse e che fosse stata lì presente negli anni d’oro a Nervi. E che dal punto di vista storico del balletto fosse un’ispirazione: Maina Gielgud. Questa donna è un dizionario della danza, la stimo in modo incredibile, e mi ha aiutato tanto a percepire quello che come ballerina lei ha vissuto negli anni d’oro con Mario Porcile. Era importante capire come potevamo pensare di mettere assieme la parte storica, ritornare a quelli che sono stati i punti di riferimento del passato per esempio il Pas de Quatre, oppure l’omaggio a Paolo Bortoluzzi.
Da un lato volevo trovare punti di riferimento delle edizioni passate rendendo loro omaggio, dall’altro andare avanti portando compagnie che sono state in passato già a Nervi, facendo vedere come si sono evolute negli anni e le cose nuove che fanno oggi. Allo stesso tempo quindi unire passato e presente riportando la qualità a Nervi, e finalmente farlo tornare ad essere un festival di solo balletto, visto che erano anni che non lo era più.

Le Chant du Compagnon Errant con Matthew Ball
Immagino quanto questa esperienza professionale ti abbia arricchito.
Molto, ma mi ha davvero lasciato esausto. Mi è piaciuta artisticamente ma organizzativamente penso che le persone nel campo dell’arte dovrebbero essere immerse nel teatro, dovrebbero rendersi conto di cosa significa portare queste compagnie in Italia, a Nervi. Perché a volte hai la sensazione che nessuno capisca chi stai invitando, e cioè il meglio del mondo, certamente d’Europa. Questo è un fiore all’occhiello di cui le persone dovrebbero rendersi conto. Forse è perché in Italia c’è troppo poco interesse sul balletto, ma i direttori artistici nei teatri dovrebbero sapere tanto di musica quanto di balletto, e non è così.
A mio avviso un direttore artistico dovrebbe dare lo stesso valore alle due arti insieme. In Italia rischi o di avere chi capisce di musica e non sa niente di balletto, oppure quelli che sanno di balletto ma non sanno niente di musica. E questo chiaramente non aiuta. Quando è arrivato Michele Galli sovrintendente al Carlo Felice da aprile 2025, abbiamo lavorato bene, mi ha appoggiato. E io ho continuato a lavorare come direttore artistico per l’intero anno e ho chiuso con gli ultimi master a marzo 2026.
A Genova però ora è tutto un po’ in stand by. Almeno per quanto riguarda l’arte, che la politica sia a destra, a sinistra o in centro, vorrei che fosse solo la qualità ad essere importante sopra a tutto: ma forse il mio desiderio è una cosa naïf! Vorrei che si potesse andare avanti indipendentemente da chi guida la città, da chi gestisce, da chi ti commissiona il lavoro, perché penso che l’arte e la qualità alla fine dovrebbero sempre vincere su tutto e tutti. Ci vuole qualcuno che percepisca l’importanza di questo lavoro e che lo dia in mano alle persone giuste, competenti nella materia, che lo possano portare avanti con un livello qualitativo alto. Però ci deve essere la volontà di fare tutto ciò.

Sylvia di John Neumeier con Ida Praetorius
Pensi di riproporre Gala benefici come quelli che fatti in passato al Carlo Felice?
Io vorrei assolutamente farne altri ad esempio per i Piccoli Cuori al Gaslini o anche per Sofia nel cuore. Ma quest’anno è stato veramente complicato: cambiare compagnia dopo anni di Amburgo, cambiare città e continuare comunque a dedicarmi all’organizzazione del Festival, almeno solo per quest’anno aggiungere altri impegni per me sarebbe troppo.
Certo, in effetti sei Principal anche al Ballet du Capitole de Toulouse, come sei rimasto con loro?
Non faccio più parte dell’organico ma con Beate Vollack siamo sempre in contatto per inviti come ospite, ovviamente mantenendo come compagnia principale Montecarlo.
Quali sono i progetti futuri del 2026?
Adesso stiamo lavorando a un programma nuovo che si chiama Miniatures ed è il prossimo programma che faremo a Monaco. E poi Coremeo che è un altro balletto di Maillot, uno al Grimaldi e uno al Garnier. Poi ci sarà un gala per la Principessa e per i 40 anni della compagnia: sarà molto interessante. È paragonabile un po’ al Nijinsky Gala, ma vivo tutte questo cose come totalmente nuovo. Quindi anche io lo scoprirò un po’ vivendo.
E poi andremo in tournée in Corea, anche con Le Lac, però non sappiamo ancora i cast, che solitamente si conoscono sempre all’ultimo momento, e poi andremo in Polonia. È una compagnia che ha una natura itinerante e anche in questo sta la differenza con Amburgo.
E poi c’è Genova: sono rimasto sempre tanto attaccato a Genova e per me è sempre stato importante il fatto di poter fare qualcosa per la mia città. Ora però vorrei anche vedere che dalla mia città qualcosa venga riconosciuto. Che ci si renda conto del valore di quello che viene portato. Perché non si può sempre solo combattere.
Pensi di tornare ogni tanto ad Amburgo a ballare? In che rapporti sei rimasto con la compagnia?
Molto bene, nel senso che Lloyd Riggins mi ha già chiesto di tornare a fare un paio di cose. Però ti dico la verità, c’è una parte di me che vive di quel ricordo… di quello che ho vissuto. Sono stati degli anni così belli, anche i balletti e i ruoli che ho fatto, alla fine, sai, va bene così. È stato un capitolo meraviglioso che mi ha dato tantissimo e adesso vivo un altro capitolo della mia vita.
Quando sono tornato a luglio a ballare il Song of a Wayfarer e mi hanno invitato a farlo anche al Nijinsky Gala, è stato così bello che mi sono detto che se anche questa è l’ultima cosa che ballo qui, va bene così…
Ci sono tante di quelle cose da ballare al mondo, che si va avanti.
Grazie mille, Jacopo.
Foto di copertina di Kiran West

