Rubriche Setteotto

In attesa della nuova legge sullo spettacolo, Lia Courrier ci parla della professione dell’insegnante di danza

In attesa di leggere sulla Gazzetta Ufficiale la nuova legge sullo spettacolo dal vivo approvata lo scorso 8 Novembre, che tanto ci ha fatto discutere in questi giorni, vorrei ripercorrere con voi le tappe che negli ultimi anni hanno caratterizzato lo smembramento e l’umiliazione della nostra figura professionale, quella degli insegnanti di danza, raccogliendo anche qualche impressione a caldo scambiata con i colleghi. Sorvolerei qui su ciò che riguarda i danzatori, perché altrimenti non mi basterebbe una enciclopedia in sedici volumi per raccontare quanto radicati e antichi siano i problemi di questa sfortunata categoria, assoggettata addirittura ai Decreti Regi dei tristi anni del ventennio.

Anni fa il Coni ha messo le mani sul settore danza inventandosi, con il benestare dello Stato che non vedeva l’ora di scaricare questa patata bollente, i contratti per le ASD con il tetto dei 7500 euro. Tutte le scuole di danza, fino a quel momento registrate come Associazioni Culturali (anche questa una quadratura non proprio regolare, dal momento che le associazioni culturali dovrebbero operare senza scopo di lucro e invece le scuole di danza sono delle attività commerciali), hanno quindi provveduto al cambio di assetto perché questo consentiva loro un notevole sgravio fiscale sul costo del lavoro. La legge, però, prevedeva che per godere di questa agevolazione i collaboratori dovessero essere dilettanti, infatti ASD sta per Associazione Sportiva Dilettantistica, dove il dilettantismo non è riferito tanto ai frequentatori dei corsi ma proprio agli insegnanti. Bene: ci pieghiamo tutti a questa orrida classificazione, perché noi siamo flessibili per natura e piuttosto che perdere il lavoro ci va bene anche essere chiamati dilettanti, nonostante molti di noi abbiano alle spalle anni e anni di studio e lavoro sul palcoscenico. Poi però, il Coni dice che per poter insegnare devi avere un diploma rilasciato da un ente sportivo a loro affiliato, allora ti pieghi ancora un po’ e paghi l’obolo per avere questo inutile pezzo di carta che in realtà serve solo a per farti rientrare nel loro sistema fiscale, oltre che a venderti corsi di formazione. Bene. Il Coni infine dice anche che, se hai il titolo da loro riconosciuto e l’insegnamento è la tua prima ed unica occupazione, nonché guadagno, vuol dire che non sei un dilettante ma un professionista (ma va?), e quindi devi aprirti una posizione IVA. Dico io, ma pensano proprio che siamo tutti stupidi? Possibile che i rischi d’impresa debbano essere tutti a carico del lavoratore? Ma lo sanno quanto guadagna in media un insegnante di danza? E la chiamano Democrazia.

Negli stessi anni una ridicola proposta di legge per lo spettacolo dal vivo, firmata nientemeno che da Carlucci/Barbareschi, conteneva anche una sezione dedicata all’insegnamento della danza, esattamente come quella appena approvata. Si vaneggiava di esami, istituzione di commissioni regionali, ovviamente corsi di formazione per tutti, poiché una certificazione sarebbe stata obbligatoria per chiunque insegni a ragazzi al di sotto del 14 anni (perché mai uno di 15 dovrebbe studiare con un cattivo maestro non mi è ancora dato di capirlo). Il miserabile risultato di tutto questo bailamme presentato, con il benestare degli intellettuali pieddini, come la soluzione definitiva alla situazione penosa degli insegnanti di danza, è stato che la legge non si è rivelata finanziabile. Chiusa nel cassetto per anni e probabilmente riciclata in nuova veste solo per mettere a tacere un malcontento e un disagio che per fortuna comincia a farsi sentire fin dentro ai salottini laccati della Casta, ossia tra persone che con il mio salario non sopravviverebbero neanche per 24 ore. Colleghi diamoci una sveglia. Riconosco che la situazione attuale non è più gestibile e c’è bisogno di un cambiamento: i ‘diplomi’ Coni sono pezzi di carta utili solo a livello fiscale e sarebbe sano per tutti smetterla di percepirli come garanzia di preparazione e qualità, perché in questo senso sono buoni solo per accendere il caminetto, se solo ne avessi uno. Ma il cambiamento deve essere in meglio.

Già ai tempi della proposta Carlucci/Barbareschi erano state fatte delle richieste molto chiare per dare una svolta significativa: ricevere un riconoscimento da parte del Ministero e non da un ente privato che per di più si occupa di sport. Estinguere il monopolio della AND con la costituzione di distaccamenti regionali, come accade per i conservatori di musica, tenendo conto di tutte le tipologie di danza e non solo del balletto. Una sanatoria diretta a chi ha una comprovata e pluridecennale esperienza nel settore. L’emissione di un contratto di riferimento che abbia costi del lavoro contenuti e tuteli il lavoratore.

Sono del parere che la dignità si conquisti con i diritti e non con i corsi di formazione, tanto più che la Costituzione Italiana dice che l’arte è libera e libero ne è l’insegnamento. Sono una forte sostenitrice della formazione permanente per chi insegna danza, ovviamente, come ho più volte ribadito proprio dalle pagine di questa rubrica, ma vorrei sentirmi libera di decidere come farlo e con chi. Finora sulle comunicazioni ufficiali è sempre stata portata attenzione solo su questo aspetto della formazione per gli insegnanti, come se fosse una rivoluzionaria panacea per tutti i mali, ma io onestamente piuttosto che pagare per seguire un corso, solo per ottenere l’ennesimo pezzo di carta, smetto di insegnare danza. Ciò che mi consola è che probabilmente, con i tempi italici, ora che gli effetti di questa legge si faranno sentire nelle nostre vite, io sarò troppo anziana, forse trapassata o quantomeno avrò già cambiato mestiere.

Oggi è il 29 Ottobre 2020

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