Il Trittico Lander/Kylian/Béjart apre la seconda parte della stagione del Teatro alla Scala

Serata del 25 settembre 2025

di Nives Canetti
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La riapertura della stagione del ballo dopo l’estate è sempre un momento fortemente atteso al Teatro alla Scala e la sera del 25 settembre abbiamo visto il Trittico Lander/Kylian/Béjart.

Un certo senso di dejà vu era nell’aria quando a febbraio fu annunciato il cambio di programmazione del trittico previsto dopo la pausa estiva. In effetti lo spettacolo attuale è stato la riproposizione del trittico del 2019 ideato  dall’allora e attuale Direttore Frédéric Oliveri,  un piacevole programma in cui però il brano di apertura era Symphony in C di Balanchine, seguito da Petite Mort e Boléro.

Oggi invece il compito di aprire la serata, rappresentando la classicità della scuola di accademia, è stato affidato a Études di Harlad Lander. Lavoro del 1948, creato presso il Balletto Reale Danese per presentare attraverso lo stile Bournonville il lavoro di una classe di danza in forma di balletto, diventato cavallo di battaglia dell’Opéra di Parigi nella versione rivista del 1951, Études torna alla Scala dopo 24 anni. E forse il peso degli anni si fa sentire. Oggi come oggi è un esercizio di stile in 20 sezioni dedicate ai passi di una lezione messi in coreografia in progressioni sempre più difficili: è un saggio di lusso, un defilé, oseremmo dire a tratti piuttosto noioso, necessariamente ripetitivo come una lezione, con una struttura in crescendo che parte dalla sbarra per arrivare al centro, intercalato da un passo a due che omaggia La Sylphide.

E in effetti è il momento del centro che trova il suo apice dove i solisti mostrano il loro lato virtuosistico migliore, sbocciando in assoli interessanti, in una bella mazurka piuttosto energica,  e in un finale non raffinatissimo ma decisamente esaltante dove tutto il corpo di ballo è coinvolto in una sequenza di grandi salti da accademia.

Nonostante sia esecutivamente faticosissimo per il corpo di ballo e per i solisti, che affrontano difficoltà decisamente ostiche, come eseguire trionfi di brisé, oppure 16 fouetteés in 6 ballerine in sincrono o pliè in punta stando in arabesque, il balletto sembra quasi più divertente da ballare che da guardare. Études è sicuramente un termometro della salute della compagnia di ballo e per reggere bene necessita di una tecnica dalla precisione chirurgica e di una sincronia perfetta del corpo di ballo, che non sempre c’è stata, quasi fosse mancato un po’ di tempo di preparazione, nonostante il livello del corpo di ballo sia sempre molto alto. Anche l’ironia nell’esecuzione della musica di Czerny/Riisager a tratti è invece risultata più che altro dissonante. D’altronde Études è una vetrina di pura danza accademica che il pubblico ha certamente apprezzato in quanto tale. Grandi applausi al termine, grazie anche alla prestazione dei solisti: Alice Mariani con Mattia Semperboni, Navrin Turnbull e Gabriele Corrado.

Dopo l’intervallo alla riapertura del sipario, ecco un altro mondo, moderno ma di sapore settecentesco: Petite Mort di Jiri Kylian , con le note dell’adagio del K488 di Mozart che arrivano dopo l’iniziale sibilo nel silenzio dei fioretti di sei ballerini, simbolo di seduzione e di schermaglia amorosa. Sembrano concentrarsi tutti all’unisono e prepararsi all’incontro con sei ballerine, da loro stessi evocate con un enorme telo nero che prima le svela e poi le fa sparire, eterna lotta e gioco fra essenza maschile e femminile. Di seguito iniziano i sei passi a due che raccontano appunto questo gioco di seduzione, che si snoda su una coreografia dalla musicalità assoluta, con dinamismi e accenti precisi, movimenti veloci su tempi lenti dove le pause e i passaggi devono essere senza soluzione di continuità, in particolare sui tre passi a due finali sulle note dell’andante del K467 di Mozart.

La velocità di esecuzione talvolta rischia di creare delle rincorse in affanno sui tempi, mentre la fluidità dell’esecuzione e la presenza in ogni singolo momento è fondamentale. Questo non succede alla Scala dove tutto viene ballato più che degnamente dai solisti scaligeri con rispetto della musicalità e dell’intento coreografico. Due giganti dell’interpretazione di questo capolavoro, i cui video nell’interpretazione di Petite Mort sono imperdibili sul web, ovvero Elke Schepers che lo ballò con Johan Inger alla creazione per NDT e Massimo Murru protagonista con Sylvie Guillem di tutti e tre gli ultimi passi a due, hanno ripreso questo capolavoro senza tempo per le sei coppie che abbiamo visto il 25 settembre ovvero Martina Valentini con Domenico Di Cristo, Agnese Di Clemente con Eugenio Lepera, Giulia Frosi con Nicola Del Freo, Nicoletta Manni e Darius Gramada, Alice Mariani e Christian Fagetti e infine Alessandra Vassallo e Marco Agostino.

Inappuntabile senza grandi abbandoni l’interpretazione al pianoforte di Takahiro Yoshikawa, impegnato con l’Orchestra dell’Accademia diretta da Simon Hewett nei famosissimi brani dai concerti 21 e 23 per pianoforte e orchestra di Mozart.

In chiusura Boléro. Martina Arduino lo ha approcciato con uno spirito più seduttivo rispetto alla sua intenzione di sei anni fa, non solo con il corpo ma anche con le espressioni del viso. Se da un lato il rapporto con i ballerini, che man mano si aggiungono ballando alla base del tavolo, diventa di complicità e seduzione tramite l’eye contact e l’espressione del viso, dall’altro si stempera la ieraticità distaccata della figura della Melodia che fomenta il Ritmo rimanendo un oggetto inarrivabile prima di soccombere al parossismo finale. L’interpretazione di Boléro è peraltro molto personale tra i tanti artisti che lo approcciano in questi ultimi anni  e il lavoro di Béjart nel creare un capolavoro che sorprende sempre, soprattutto per chi non ha riferimenti di interpretazioni celebri del passato, ha una sua grande e immortale efficacia. Fantastico e ipnotico il corpo di ballo maschile con in testa Gabriele Corrado, Mattia Semperboni, Gioacchino Starace (anche lui interprete principale il 26) e Navrin Turnbull.  Nonostante il valore di Simon Hewett, direttore ad Amburgo e a Stoccarda, ci meravigliano le palesi difficoltà da parte dell’Orchestra dell’Accademia che ha reso un’esecuzione non sempre omogenea, con alcune evidenti problemi nel reparto dei fiati, fatto piuttosto strano dopo aver ascoltato l’ottima prestazione nella Cenerentola di Rossini di pochi giorni fa.

La sala scaligera era praticamente sold out grazie ad un pubblico di balletto che ci è parso finalmente negli ultimi anni più folto, più giovane e più interessato che nel passato. Sarebbe fantastico se anche questo germoglio di pubblico avesse la possibilità di assistere a serate uniche, quelle epiche, dove l’elettricità è percepibile in sala, come la nostra generazione di fortunati boomer ha avuto il privilegio di vivere nella storia della Scala.

Ultime recite il 30 settembre, il 2 e il 3 ottobre.

Foto Brescia e Amisano

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