Nel 1875 l’archeologo Ernst Curtius inizia gli scavi della città di Olympia, portandola all’attenzione di un vasto pubblico. Il barone Pierre de Coubertin (1863-1937), suggestionato da tale scoperta, decide di ripristinare l’atmosfera degli agones olympikoi, la loro qualità aggregativa e cerimoniale, ovvero lo sport come istanza di comunione e di purificazione ma anche la costruzione di un nuovo culto attraverso l’invenzione di simboli e rituali precisi, con lo scopo di entusiasmare le masse.
I primi giochi olimpici si tengono ad Atene nel 1896 e, sin dal 1912, si definisce una specifica struttura cultuale della stessa cerimonia di apertura che diviene momento di riconoscimento del potere costituito della nazione ospitante, della sua floridezza e del suo grado di purezza. I giochi olimpici rappresentano un tempo extraordinario, l’unione di ordinario ed eccesso ma diventano quasi una nuova cultura performativa nazionalista che rappresenta soprattutto la cultura del paese ospitante. Emblematiche in tal senso sono le celebrazioni per le XI Olimpiadi di Berlino del 1936, del quale esiste un film documentario – Olympia (1937) – per la regia di Leni Riefensthal, che inizia la sua carriera come danzatrice dopo la sua formazione con Mary Wigman.
Per la cerimonia di apertura, un evento ex novo a metà fra rito e spettacolo e strumento fondante di una comunità, il regime invita Rudolf Laban che a partire dal 1930 assume l’incarico di direttore del settore danza dell’Opera di Stato di Berlino, rendendolo uno degli interlocutori culturali della politica di organizzazione del consenso del nazismo in ascesa. Ma il regime tenta di strumentalizzare il mito labaniano della “comunità in festa” il cui fine è mantenere un senso di umanità in una forma dignitosa. Le tensioni che si innescano fin da subito fra i due interlocutori portano alla soppressione della collaborazione.
Nel giugno dello stesso anno viene organizzata la Reichsbund fur Gemeinschaftstanz (Lega del Reich per la danza comunitaria), che un mese prima dell’apertura dei giochi olimpici si vuole incoronare con un coro di movimento di massa del Maestro. Nell’opuscolo di presentazione, l’evento viene definito Wir tanzen (Noi danziamo), come colui “che ha creato la forma della moderna danza comunitaria, il cosiddetto Gemeinschaftstanza (Danza comunitaria), e pone la sua opera nel contesto dell’ideologia nazista.” Le prove che si svolgono dal 13 al 20 giugno riuniscono le quattro sezioni, “Combattimento”, “Riflessione”, “Gioia”, e “Consacrazione”, accompagnate dalla musica sinfonica e corale composta da Hans Claus Langer e dai passaggi tratti da Così parlò Zarathustra di Nietzsche. Lo spettacolo viene censurato.
Durante gli Internationale Tanzwettspiele (Giochi internazionali di danza), che aprono le Olimpiadi, Laban, presidente della giuria, si rifiuta di assegnare il primo premio a un gruppo tedesco, così come gli è stato suggerito da Goebbels, Ministro della Propaganda, che ha tra l’altro l’incarico di realizzare una politica di Gleichschaltung (omologazione forzata ai principi nazisti) nell’ambito della danza tedesca. Per ritorsione, il governo impedisce la rappresentazione della sua coreografia.
Quando Laban, il 1 agosto 1936, in occasione dell’inaugurazione dell’Olympiastadion di Berlino, vede lo spettacolo di apertura con 10.000 persone, 60 danzatori e 80 danzatrici, e le coreografie di Haral Kreutzberg, Mary Wigman, Dorothee Gunther, con le musiche di Carl Orff e Werner Egk, rimane fortemente scosso perché “quella che aveva immaginato come una nobile festa dell’umanità […] si era trasformata in una manipolazione di massa da parte di gente politicamente castrata.”
Il dramma sintetizza una con-fusione tra nazionalismo e internazionalismo che gli studiosi riconoscono sia nei giochi che nel documentario del ‘37. Laban assiste alla formazione di una nuova comunità attraverso un evento rituale-performativo che prevede l’uso di cori di movimento a metà fra l’imposizione e la volontaria esecuzione, nella ricreazione dell’ideale di una gioventù forte che deve rispecchiare la massa degli spettatori.
George Mosse, nel libro The Nationalization of the Masses (1974), espone il concetto di nazionalizzazione della masse in relazione al regime nazista e fascista. Per lo storico, Hitler impone una forma di politica che coinvolgendo il cittadino in tutte le sue differenti espressioni lo induce a identificarsi con l’intera nazione. In realtà, lo spettacolo del 1936 solo apparentemente coinvolge spettatori e interpreti perché, invece, separa gli uomini dalle donne, la massa dal Führer, i tedeschi dagli ebrei. Si tratta di un’unione illusoria costruita sulla distinzione per età, sesso e status sociale, oltre che sull’esclusione dei non-ariani.
Laban, con le sue idee di comunità in festa, caratterizzata da un vincolo estatico e da un’omogeneità ritmica di movimento, vuole apportare un cambiamento nella società. Ma tanto più l’interesse è la società tanto meno questa si dimostra sensibile alle nuove intenzioni, cosicché il vecchio sogno di una palingenesi della società, prima romantico e poi espressionista, tramonta definitivamente.
Questa vicenda evidenzia la vaghezza della volontà di cambiamento e l’estraneità alle reali condizioni della società che contrassegnano l’Ausdruckstanz, ovvero un termine collettivo che si applica ad alcuni concetti di danza estremamente contraddittori, che vanno da posizioni propriamente espressioniste ad altre politicamente rilevanti.
Due elementi che rendono eventi come quello analizzato facilmente manipolabili da forze politiche che vogliono affidare a concetti fumosi e deboli dei contenuti molto chiari.

