HAIR. The tribal love – Rock Musical: “Let the sunshine in “

di Elio Zingarelli
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L’ingorgo è già all’inizio. Nel foyer del Teatro Carcano si sta un pò stretti, in fila, prima che le maschere ci controllino il biglietto. Intravedo la locandina, HAIR. The tribal love – Rock Musical. Il regista Simone Nardini, che si prende cura anche dei costumi e delle scenografie, coordina, e secondo me alimenta pure, una ribellione contro l’establishment basata sulla commedia musicale di Broadway, Hair, messa in scena per la prima volta nel 1967, scritta e diretta dagli sceneggiatori e compositori Gerome Ragni e James Rado. Forse più noto è l’omonimo film drammatico musicale statunitense del 1979, con le coreografie di Twyla Tharp (Leone d’Oro alla Carriera dell’ultima edizione della Biennale Danza), diretto da Miloš Forman che in fuga dalla Cecoslovacchia, dopo la Primavera di Praga, racconta la voglia d’amore e di pace dei giovani del ’68.

Dopo la scannerizzazione del codice a barre una visione completamente fuori dalle sbarre. Nel ridotto davanti a una parete griffata “Teatro Carcano” tre giovani, giovani attori, seduti con le gambe incrociate, gli occhi chiusi, si tengono per mano. Sembra stiano meditando. Forse sui capi di abbigliamento, pare, appena acquistati su Vinted?  Le T-shirt, i jeans strappati, il trench, le giacche militari, l’etnico.

È già una democratizzazione e non è solo estetica. Il vintage, l’unisex definiscono un carattere antistituzionale per il quale la subcultura hippy rifiuta termini, metodi e narrazioni classiche. Attraverso una danza disinvolta e contaminata, alternando divertimento e spregiudicatezza, toccando punte di approfondita introspezione, gli artisti e le artiste guidati dalla coreografa Valentina Bordi dispiegano sul palcoscenico quelle modalità espressive nuove, vicino al surrealismo, peculiari della subcultura, con l’idea della distorsione della realtà, dell’accettazione dell’uso di droghe e sesso integralmente nudo da ogni pregiudizio, della disarmonia e di un senso della bellezza che sia il più vicino possibile alla strada. Bidoni imbrattati, lerci, raffiguranti dei volti (uno sembra addirittura quello della Vanoni), occupano abusivamente lo spazio fungendo da pedane, trampolini per le danzatrici e i danzatori. Anche tra una parete e l’altra della sala teatrale rivestite con striscioni rimbalzano intenti ed esortazioni pacifiste e antimilitariste.

“Qui succedono cose strane”, mi dice uno strano passandomi davanti prima che i musicisti inizino a suonare. La condizione è un trip psichedelico, di quelli che durano molte ore e hanno molto più senso se fatti all’aperto per una stimolazione maggiore dei sensi. Mi chiedo, infatti, come sarebbe stata questa rappresentazione a Parco Sempione con quell’arco assai pertinente, magari non durante queste giornate gelide, ma chissà durante un’altra summer of love dopo quasi 60 anni dalla prima che, a San Francisco, ha rappresentato l’apice e l’inizio della fine della mitologia hippy.

Prossimo al finale del musical una scena invernale, anche infernale. Sullo sfondo una distesa nivea di croci bianche predice una neve fittiziamente vera. É uno stato d’animo. É il dolore, ma forse anche il rammarico di non avere compreso e aver deriso il disagio di George, un coetaneo. Ma sotto la neve c’è sempre qualcosa: l’erba che continua a crescere, i fiori bianchi che tutti, o quasi, stringono tra le mani.

La vita è eterna. Let the sunshine, Let the sun shine in. É un coro, impattante, a tratti anche invasivo. Ma non è un’invasione. E scusate se è poco!

Foto Clara Mammana

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