La calura anomale e asfissiante di un primo pomeriggio newyorkese accresce l’attesa e l’aspettativa della prima di Giselle dell’American Ballet Theatre (ABT), versione di Kevin McKenzie dopo Jean Coralli, Jules Perrot e Marius Petipa.
É la pomeridiana del 21 giugno che anticipa di pochi giorni l’anniversario di compleanno del balletto romantico la cui prima mondiale fu il 28 dello stesso mese nel 1841, e che è stato rappresentato dalla compagnia americana per la prima volta quasi un secolo dopo, il 12 gennaio 1940 con la coreografia di Anton Dolin. La versione vista è la settima dell’ABT ma con la scenografia di Gianni Quaranta e i costumi di Anna Anni concepiti per la precedente produzione creata per il film Dancers, prodotto nel 1987 da Cannon Film.
La scena è funzionale con lo sfondo prospettico, la casa di Giselle il cui palco ne è un’appendice, due praticabili sullo sfondo e strutture lignee simili a impalcature ma adornate con foglie autunnali di vite. Dopo quelle morti ci si aspetterebbe rami completamente spogli e invece, nel secondo atto, un fogliame verde lattiginoso, leggermente mutato dai toni blu delle luci di Jennifer Tipton i cui lampi bianchi rivelano comunque il colore originale su tela. Insomma, un foliage invertito ma indicatore della grandiosità della natura che ricopre una posizione centrale durante il Romanticismo, e un ruolo assai peculiare per lo scrittore Théophile Gautier che nel dilagarsi dell’industrializzazione e urbanizzazione, ispirandosi anche al romanzo di Heinrich Heine, De l’Allemagne, inventa un Eden pastorale, ovvero una foresta ambientata nella Germania medievale in cui Giselle è ambientato.
Si riconosce un’inesauribilità che conferisce al balletto una patente di classicità e una centralità a cui il critico di danza italiano, Vittoria Ottolenghi, era solita riferirsi con l’espressione “balletto al quadrato” perché tratta, attraverso l’arte coreutica, dell’amore e dell’ossessione per la danza. La contadina debole di cuore e che ama danzare muore dopo essere stata raggirata da Albrecht che è costretto a ballare fino allo sfinimento.
Christine Shevchenko con grande abilità tecnica restituisce tutta la gradazione sentimentale che appartiene alla protagonista mentre Calvin Royal III smagliante nel primo atto appare intimo e raccolto nel secondo. La partnership tra i due principal dancers si dipana senza alcuna effusione leziosa ma con autenticità e forse eccessiva celerità perché tutta la parabola dell’innamoramento deve concludersi nel primo atto.
La complessa perfezione del balletto implica il contributo di tutti i ruoli, anche quelli apparentemente secondari: ovvero, Hilarion (Andrii Ishchuk), la mamma di Giselle (Nancy Raffa), i due contadini (Sierra Armstrong e Jose Sebastian) e Myrtha (Fangqi Li). Davvero di rilievo l’interpretazione della regina delle Villi che coordina e gestisce entrate e uscite senza alcuna calo di carisma, intensità e presenza scenica nonostante la fatica fisica richiesta. La compagine newyorkese diretta da Susan Jaffe restituisce le geometrie coreografiche senza alcuna sbavature, con grande precisione e sincronia, nonostante la mole di lavoro a cui è sottoposta (dal 10 giugno al 19 luglio la compagnia rappresenta cinque differenti opere di danza). Il risultato, emotivamente impattante, si giova della partitura che il compositore, Adolphe Adam, compose in una sola settimana e qui affidata alla direzione di Ormsby Wilkins.
In definitiva, Giselle si mostra sempre capace di dischiudere ad ogni ripresa, ad ogni recita, ciò che è capace di restanza, nonostante tutto, ovvero il sentimento d’amore, e di rendere, attraverso l’arte, una delle tante possibilità d’interpretazione che la realtà ci offre interagendo con la nostra sensibilità.
Foto: Rosalie O’Connor.

