Giselle al Castello Sforzesco

di Elio Zingarelli
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C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che Giselle sia tornata in scena al Castello Sforzesco la sera del 27 giugno, quasi a vegliare il proprio compleanno. Il giorno successivo, infatti, il balletto romantico per eccellenza avrebbe compiuto centottantacinque anni dalla sua prima rappresentazione parigina del 28 giugno 1841.

Nell’ambito del palinsesto “Estate al Castello 2026″, un anniversario sfiorato, ma non celebrato apertamente: alcuni capolavori non hanno bisogno di ricorrenze per continuare a parlare al pubblico.

Nella suggestiva cornice del Cortile delle Armi, il TAM Ballet ha riportato in scena una produzione che guarda con rispetto alla tradizione, recuperando le storiche coreografie di Jean Coralli e Jules Perrot e accompagnandole con scenografie dipinte a mano di raffinata eleganza. L’effetto, complice la pietra del Castello e il cielo estivo di Milano, è quello di un dialogo continuo tra la monumentalità dello spazio e la delicatezza della pittura, quasi un grande acquerello animato.

A guidare il racconto sono stati due ospiti di prestigio internazionale: Marija Kastorina, Prima Ballerina del Teatro Nazionale di Opera e Balletto della Lituania, e Viacheslav Gnedchik, Solista del Balletto Nazionale Ungherese, artisti dalla solida formazione accademica e da una carriera costruita nei principali teatri europei. La loro esperienza emerge soprattutto nella capacità di evitare ogni enfasi superflua, affidando la forza narrativa alla precisione del gesto e alla qualità dell’interpretazione.

Il successo della serata poggia anche sul lavoro del Corpo di Ballo del TAM Ballet, chiamato a misurarsi con una delle pagine più esigenti della storia del balletto. La compagnia affronta la sfida con convinzione, restituendo un insieme credibile e ben amalgamato, nel quale emerge il progetto artistico che anima questa giovane realtà: coniugare il rispetto della tradizione con la crescita di nuovi interpreti, affidando proprio ai giovani il compito di mantenere vivo il grande repertorio classico.

La vicenda è nota e, forse proprio per questo, continua a emozionare. L’amore ingenuo di Giselle, il tradimento di Albrecht, la follia che spezza il primo atto e la trasfigurazione del secondo conducono lo spettatore dentro un universo in cui il soprannaturale diventa il luogo del perdono più che della vendetta.

Se il primo atto convince per freschezza narrativa e fluidità dell’insieme, è nel secondo che emergono gli aspetti più complessi dell’interpretazione. O meglio, nel finale, introdotto dal rintocco delle campane, che richiede un equilibrio sottilissimo: ogni gesto deve apparire inevitabile, essenziale nella sua forza espressiva. In questa occasione, l’alba è sembrata talvolta perdere un po’ di quella limpidezza narrativa che rende memorabile l’epilogo di Giselle. Alcuni passaggi sono risultati meno leggibili, quasi confusi nella loro costruzione. Non dovremmo mai smettere di chiederci: «Perché?».

Viene spontaneo ripensare alla cura quasi artigianale con cui Carla Fracci, durante una delle sue ultime masterclass al Teatro alla Scala, spiegava e illustrava ogni inclinazione del busto, ogni sospensione del braccio, ogni sguardo, suggerendo un paradosso tanto vero quanto affascinante: la semplicità è la conquista più difficile.

Resta anche un piccolo aneddoto colto tra il pubblico. Una signora, apparsa in scena in un ruolo del primo atto, seduta accanto a me seguiva tutto con un’attenzione speciale. Si intuiva un legame profondo con chi stava danzando: un sorriso di approvazione dopo un passaggio ben riuscito, un velo di apprensione nei momenti più delicati. E quando gli applausi tardavano ad arrivare, si voltava verso il marito con un’espressione che tradiva una lieve delusione, accompagnando il gesto con le mani, quasi a voler suggerire discretamente al resto della platea il momento giusto per riconoscere il lavoro degli artisti. Quanto affetto, quanta dedizione e quanta partecipazione possono continuare a vivere anche oltre il palcoscenico!

Rimane, così, la sensazione che Giselle non appartenga soltanto a chi la interpreta, ma anche a chi continua a custodirla, a insegnarla, a trasmetterne la memoria e a emozionarsi ogni volta che il sipario si apre.

foto di Valerio Marchetti

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