Parma, Amburgo, Messico, Canada, Londra: tante case ma soltanto una dove negoziare la propria libertà tra appartenenza e separazione. Francesco Gabriele Frola appare un po’ dispiaciuto – un po’ tanto – quando racconta della sua città, Londra, e della sua partenza. Una necessità esistenziale e artistica che, se anche già conosciuta dall’artista, oggi è vissuta con maggiore intensità. Non per quell’assuefazione alla propria passione che consuma e ossessiona certi artisti, ma perché valorizza ciò che fa senza sopravvalutare niente e nessuno (e non intendo riferirmi agli idoli e ai punti di riferimento che ognuno di noi ha).
Le cose di cui ci siamo sempre alimentati, a volte, smettono di saziarci o di affamarci. Basta prenderne atto, dirselo e cambiare ricetta. Ma può essere utile anche dirlo. Con chiarezza e coraggio. Non assolversi da qualsiasi presa di posizione pubblica relegando al proprio mestiere la propria opinione. Talvolta le parole sono necessarie non perché i fatti non contino, ma perché conta tutto.
Francesco Gabriele Frola, con le parole, definisce questa urgenza dell’esposizione, declinandola come una condizione necessaria a una vita pienamente vissuta, che intende condurre.
Commento a caldo sull’ultima esternazione di Timothée Chalamet.
Sinceramente!? Non mi soffermo molto su queste cose. C’è chi la pensa così e chi la pensa diversamente. Conta il fatto che Timothée Chalamet ha molti seguaci e quindi la sua dichiarazione potrebbe influenzare. Ma sia l’opera sia il balletto esistono da centinaia di anni e la loro sopravvivenza, al giorno d’oggi, credo sia legata più a un fattore economico che al flusso di persone che si reca a teatro.
Attualmente sei Principal Dancer del San Francisco Ballet. Perché hai deciso di lasciare Londra per la città californiana?
In realtà l’ultimo anno con l’English National Ballet è stato molto difficile per motivi personali. Londra per me è casa e mi manca moltissimo, ma la compagnia è cambiata recentemente e io non mi sentivo più entusiasta di quello che stavo facendo. Ho avuto l’opportunità di tornare a lavorare con Tamara Rojo, che è stata la mia direttrice a Londra, e così l’ho accolta nella speranza di poter ritrovare me stesso.
Cosa ti ha lasciato l’esperienza internazionale?
Viaggiare, soprattutto in luoghi con una cultura, una lingua e dei modi di vivere diversi dai tuoi, ti forma molto a livello personale. Conoscere persone che non hanno quello che tu hai avuto con la tua famiglia è un’esperienza significativa, anche per la scena. Se non vivi, non vedi, non senti certe emozioni, non puoi esprimerle neanche sul palcoscenico.
Tra tutti i paesi in cui hai vissuto e danzato, quale riserva una maggiore considerazione alla danza?
Ci sono stato solo due settimane per un concorso. A Cuba la danza è come il calcio in Italia. Il mio hotel era nella piazza di fronte al teatro e durante il breve tragitto portavo con me i costumi di scena. Alcuni tra i presenti, che giocavano a scacchi per strada, mi hanno fermato perché hanno riconosciuto l’abito teatrale e così hanno iniziato a parlare di Carlos Acosta e di altri celebri ballerini cubani. È stato scioccante perché non mi aspettavo nulla di simile: quell’entusiasmo e quel coinvolgimento.
Come ti relazioni e percepisci il palcoscenico? Lo senti come uno spazio ormai familiare, data la lunga frequentazione, o piuttosto un terreno sconosciuto con il quale familiarizzare ogni volta da capo?
Io ho avuto la fortuna, o la sfortuna — dipende dal punto di vista — di nascere in una famiglia di artisti. I miei genitori erano primi ballerini a Torino e anche mia nonna danzava. Così ho trascorso gran parte della mia infanzia nei teatri perché, mentre mio padre e mia madre ballavano, io ero in camerino o dietro le quinte nelle braccia di qualche ballerino. Per me il palcoscenico è uno spazio piuttosto familiare. Spesso vedo molti artisti stressarsi prima di entrare in scena, anche se preparatissimi. Talvolta io non sono così preparato, non conosco tutti i conteggi eppure sono meno stressato di loro. È una sensazione difficile da spiegare.
Percepisci dinamiche di competizione?
Solitamente nella danza la competizione è molto sana, soprattutto tra gli uomini. Con i miei colleghi a fine lezione ci dilettiamo a provare salti nuovi. Ci divertiamo senza alcuna malizia. A volte, tra le donne, la competizione può essere aggressiva.
Che rapporto hai con il tuo lavoro? Senti che ci sia una differenza nel modo di intendere il mestiere di danzatore, il titolo di Principal Dancer o l’essere un artista?
Non credo ci sia alcuna differenza. La nomina ti gratifica molto ma ti dà anche il dovere di essere un esempio per le persone più giovani. Quando ti svegli devi fare comunque quello che hai sempre fatto, ovvero la lezione.
Sei diventato il danzatore che volevi essere?
Sì, penso di sì. Credo di essere fortunato per aver realizzato il percorso che ho sempre sognato. Se devo essere onesto, ho avuto un po’ di panico dopo la nomina a primo ballerino con il National Ballet of Canada. Non avevo le idee chiare su cosa avrei potuto fare dopo il raggiungimento di quel traguardo.
Chi o cosa ti aiuta a esprimere la tua artisticità e la tua personalità?
Solitamente sono memorie, pensieri. Ho conosciuto danzatori che vivono per la danza e che artisticamente sono davvero ammirabili perché capaci di recitare bene anche quello che non hanno mai vissuto. Io solitamente cerco sempre nella mia esperienza: scavo tra ricordi e sensazioni che già mi appartengono.
Assolo o passo a due?
Passo a due. Anche dal punto di vista tecnico è una delle parti più interessanti del mio lavoro. Quando provi balletti come *Onegin* o *Manon*, il lavoro di passo a due con la partner stabilisce una relazione che mi aiuta molto nell’interpretazione del mio ruolo.
Altre forme artistico-culturali che frequenti perché interessato?
Quando vivevo a Londra era tutto più semplice perché l’offerta era ampia e variegata. Qui a San Francisco è diverso. Devo dire che è stato difficile ambientarmi. È una città bella ma con molti problemi immediatamente riscontrabili. Non temo per la mia incolumità, ma c’è un disagio che, da europeo, non sono abituato a riscontrare anche nelle zone più centrali. Certo, se vivi a San Francisco puoi andare in spiaggia, in parchi meravigliosi, puoi vedere il sole anche d’inverno, cosa molto rara a Londra. Nonostante ciò sceglierei comunque la città inglese per vivere stabilmente.
Che ruolo svolge la ricerca nel tuo mestiere?
Per il balletto Nijinsky di John Neumeier ho fatto una ricerca davvero approfondita perché mi affascinava qualsiasi cosa. Ricordo un libro scritto da un giornalista che ha seguito il celebre danzatore durante una lunga crociera. Ovviamente è più facile fare una ricerca su spettacoli con una realtà da esplorare. Per Onegin ho letto il libro di Aleksandr Sergeevič Puškin in inglese, davvero complicato, e ho guardato anche il film. A seguito di questa documentazione ho cambiato piccole cose nello spettacolo a livello interpretativo, non coreografico. All’inizio vedevo Onegin come un uomo piuttosto aggressivo, poi più indifferente, intellettuale.
Si può constatare un abuso della parola bellezza. Cosa significa per te e come la intendi?
Artisticamente parlando credo che la bellezza sia molto astratta, o meglio soggettiva. Alcuni la trovano in un Picasso che però personalmente non gradisco molto. Nella danza, invece, le linee fisiche concorrono molto alla bellezza di un danzatore e oggi mi capita spesso, anche nelle scuole, di vedere giovani talenti con linee assurde. Forse ci siamo focalizzati troppo su questo tipo di bellezza, che è quella che abbiamo deciso.
Senti che l’arte possa emergere meglio da uno stato di instabilità emotiva o piuttosto da un’idea pienamente formata?
Credo si possa fare un discorso simile a quello sulla bellezza. Entrambe le condizioni sono possibili. L’instabilità, forse, ti aiuta di più nell’espressione dell’emozione, che risulta più ampia. Ma è un discorso molto personale. Se Michael Jackson non avesse vissuto quella vita sarebbe diventato chi è diventato? Non lo so. Stessa cosa per Freddie Mercury: essere un omosessuale in Inghilterra quanto lo ha condizionato? The Show Must Go On l’avrebbe cantata così come ha fatto poco prima di morire per AIDS? È un dibattito aperto.
Pensi che l’arte abbia la capacità di rendere visibile la continuità tra trauma collettivo ed esperienza individuale? E in che modo pensi che la crisi globale influisca sul sistema danza?
Ritorno a Timothée Chalamet. Alla fine la danza è un mondo molto piccolo che attrae un gruppo di persone che comunque rappresenta una minoranza. Non condivido il modo e il contesto in cui l’esternazione è stata fatta, ma non mi sorprende il contenuto, che credo sia condiviso dalla maggioranza. Anche se il mondo dell’arte e del balletto cercano di parlare di quanto accade nel mondo, possono davvero condizionarlo? Dubito, perché non ci sono i follower degli attori o comunque del cinema. Aggiungo anche che se fossi stato un direttore probabilmente avrei anch’io reagito come hanno fatto i dirigenti di alcuni dei più importanti teatri, diffondendo video a sostegno del nostro settore.
Cosa manca al sistema danza per un maggior appeal? Se pensi ci sia questa necessità.
Penso si tratti di responsabilità culturali, anche quando tutto è fissato in termini economici. Uno spettacolo di un certo livello non sarà mai finanziato unicamente e totalmente dalla vendita dei biglietti. È lo stesso nel calcio, che io amo molto, con i giocatori che ogni anno guadagnano milioni. Ma in questo caso ci sono sponsor con ampie possibilità che invece mancano nell’arte. Se noi avessimo questi aiuti potremmo fare spettacoli completamente gratuiti per ragazzi, così che possano approcciarsi alla nostra arte, capire cosa sia davvero un balletto.
A cosa dovremmo fare attenzione a non perdere in questa corsa dei giorni?
Il balletto puro, magari avendo l’accortezza di non dipingere di nero il volto dei bambini ne La Bayadère. In generale, non dovremmo dimenticarci di vivere. Viviamo poco. Il modo di parlare della gente è selettivo perché si ha paura di sbagliare e di essere messi in disparte per le proprie opinioni. Se viviamo costantemente temendo di dire ciò che vorremmo dire non viviamo appieno e ci relazioniamo con fatica.
Cosa ti spaventa di più?
A volte mi spaventa la mia indifferenza al giudizio altrui. A me piace dire le cose come stanno e, se anche dico una cavolata, preferisco essere diretto e non rimuginare a lungo su ciò che non ho detto. Ovviamente bisogna conoscere i limiti e avere l’intelligenza di sapere cosa si dice. Ma in generale non mi interessa che la gente mi giudichi, perché questo succederà sempre.
C’è qualcosa che ti manca e di cui avverti la necessità? Credi che la danza possa sopperire a questa mancanza?
Ho lasciato l’Italia quando avevo 15 anni. A quell’età non vedevo l’ora di andare via, ma ora inizio ad avvertire la mancanza di una colazione condivisa con la mia famiglia, di vivere la quotidianità con loro. Mentre i miei familiari pranzano insieme il giorno di Natale io sono da qualche parte per fare uno *Schiaccianoci*. È una mancanza che si intensifica, complice anche l’età che avanza probabilmente, e che la danza non potrà mai colmare.

