Così come ci suggerisce l’adesivo che la sigilla, prima che inizi lo spettacolo apriamo una lettera che ci è stata consegnata all’ingresso del Teatro Studio Melato.
All’interno uno sticker con il titolo dello spettacolo, First love, un cartoncino con il testo della canzone omonima di Adele e sul retro i crediti dello spettacolo, una spilla con un paesaggio montano e poi una foto che raffigura Marco D’Agostin con Stefania Belmondo a Passo croce d’Aune, in provincia di Belluno, nel 1995.
È già tutto qui. Un’invito di partecipazione ma anche un dono di ringraziamento.
Gli spettatori stanno ancora entrando ma Marco D’Agostin è già entrato e fermo sull’angolo in fondo a sinistra del palcoscenico, talvolta si genuflette per abbeverarsi da una borraccia. Poi dal fondo percorrendo il centro del palcoscenico viene avanti, poche parole di presentazione e il primo “scusatemi”.
Confuso, scosso, sorpreso dagli spettatori che invece di guardarlo fissano i sopratitoli che lui stesso gli ha indicato, il danzatore dimentica una parola della telecronaca di Franco Bragagna che ha imparato a memoria. Il telecronista commenta la gara 15km a tecnica libera dei Giochi Olimpici Invernali di Salt Lake City 2002 vinta da Stefania Belmondo. La campionessa italiana era, ma forse è tutt’ora, uno degli idoli del performer che da bambino studia sci di fondo; il ragazzo è attratto dalla sua eleganza anche quando si tira su le maniche mentre scia.
Non curandosi dell’ultima attenzione per l’estetica dello sci e dello snowboard, ma conservando l’outfit del 2018 ovvero, maglia arancione a maniche corte (il motivo è chiaro) con gli orli bianchi, un paio di jeans e delle sneakers, il danzatore inizia a “danzare” la “sua” partitura fisica che si sovrappone alla declamazione della più celebre gara della fondista italiana. È esaustivo e estenuante perché c’è un coinvolgimento, un’immedesimazione non con la storia ma con l’approccio alla vicenda raccontata. Il performer la definisce un’attitudine agonista rispetto allo stare in scena che è stancante.
“Scusatemi”, un altro, dettato dalla fatica. Poi arretra, si rintana nell’angolo speculare a quello occupato all’inizio. Che sarebbe l’amore senza la necessità di nascondersi! Si fa buio e sullo schermo una debole linea luminosa segna il traguardo che si avvicina. Marco D’Agostin riprende a muoversi come per adorazione che ci suggerisce all’inizio nell’inchino all’acqua, ma questa volta a quell’amore che si palesa con l’estensione a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupato e occuperà.
E quando la vittoria è stata conquistata, il suo viso, la sua postura, le sue mani racchiudono e palesano tutta la tenerezza, l’ammirazione e la nostalgia di un amante che nel suo first love trova conforto, appoggio e rincoramento. Ma soprattutto nel lasciarlo andare perché “I need to get away to feel again”, si duole Adele. È una dipartita che non produce infondatezza perché qui tutto acquista consistenza: è stabilito con esattezza il peso di una passione a lungo repressa, la danza, di una discesa, del buio che inizia a scendere insieme alla neve che prima era acqua e che ora disseta dall’alto il danzatore esausto, seduto a terra come il fauno, con il busto eretto e la testa reclinata mentre si giova di un cerchio luminoso astrale.
È lo stesso del racconto che Stefania Belmondo confida a Marco D’Agostin: lei che va ancora a sciare mentre inizia a nevicare, al chiaro di luna.
Foto Alice Brazzit

