Enrica Tseng: “I danzatori e le danzatrici sono ambasciatori di un’arte che è molto più grande di un tutù bianco”

di Elio Zingarelli
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La semplicità, la sincerità d’espressione, la spontaneità, la poesia di tutù bianchi adagiati sul linoleum e la verità degli scatoloni che molti preferiscono camuffare con locandine di spettacoli, recensioni autocelebrative e ritratti incensatori. Questi sono il tono conversazionale e il set design dell’incontro con l’italiana Enrica Tseng, oggi Artistic Advisor della compagnia Ballet Frontier dopo una carriera come Principal Dancer con diversi ensemble ma sempre all’estero. E poi c’è quel sorriso che punteggia il dialogo senza ostentare una miopia passionale o una sterile autoreferenzialità ma soltanto una serenità data dalla profonda e autentica conoscenza del proprio mestiere e la consapevolezza dell’alterità insita nell’arte coreutica, che nel suo caso si concretizza soprattutto nelle generosità dell’insegnamento e nella completa dedizione al suo lavoro.

Come è avvenuto il passaggio da prima ballerina a consulente artistica di una compagnia? Pensava si sarebbe dedicata, un giorno, a questo tipo di carriera? Quale aspetto della sua esperienza da palcoscenico oggi le risulta più “utile” per il suo lavoro dietro le quinte?

L’insegnamento è sempre stata una mia passione. Ho cominciato a impartire lezioni quando ancora danzavo, come del resto tanti ballerini fanno. Nello stesso tempo mi sono resa conto che insegnare aiutava anche me come danzatrice: ovvero, quello che dicevo ai miei allievi di non fare lo evitavo anch’io. Quando con mio marito, Chung-Lin Tseng, ci siamo trasferiti dalla Corea negli Stati Uniti, qui in Texas, ho cominciato a insegnare nella scuola della compagnia a Fort Worth. Poi abbiamo iniziato a valutare la possibilità di aprire la nostra scuola e una non profit per la compagnia con ragazzi giovani di talento che si esibivano insieme ad artisti ospiti per i ruoli principali. Nel 2018 abbiamo offerto i primi quattro contratti e oggi abbiamo 32 coreuti. È stato un duro lavoro. Ho sempre avuto un amore per la danza non solo come ballerina: osservavo i maestri ospiti lavorare, provare in sala con i ballerini e trasmettere la loro esperienza. Per questo non è stato difficile smettere di danzare.

Come si integra il suo lavoro con quello della squadra?

Un passaggio che è avvenuto abbastanza bruscamente. Quando ho messo piede nella scuola mi sono davvero resa conto di quando siamo stati fortunati ad avere una carriera lunga durante la quale pensi solo a te stessa. Quando insegni ci sono davvero tanti aspetti che devi tenere in considerazione. Poi, in realtà, mi occupo anche dei fondi, dei costumi, di ricercare teatri e orchestre sinfoniche disponibili a collaborare e dialogo con l’avvocato per il rilascio dei visti per i danzatori stranieri. Per questo mio marito insiste affinché io venga in sala anche quando non potrei perché quei momenti mi ripagano di tutte le fatiche.

Crede che ci sia qualcosa della sua formazione avvenuta in Italia che contraddistingue il suo lavoro negli Stati Uniti in termini di approccio e di sistema, in generale, e di approccio al sistema culturale?

Mi ritengo fortunata di essermi formata con insegnanti italiani, prima nella scuola della mia città, Chiavari in provincia di Genova, e poi a Milano con Bruno Telloli, primo ballerino della Teatro alla Scala. Lui, persona molto generosa, mi ha sostenuto tantissimo e mi ha cresciuta come artista credendo nel mio talento. Dal punto di vista culturale credo che l’essere italiana mi abbia dato un polso, una disciplina, un carattere che mi hanno consentito di  affrontare le sfide più ardue.

Cosa la gratifica maggiormente e cosa la preoccupa di più?

La gratifica arriva quando constato la messa in atto dei miei insegnamenti, il miglioramento dei miei allievi. Purtroppo il balletto attrae sempre meno pubblico e questo mi preoccupa molto. Noi cerchiamo di tramandare la tradizione dei grandi balletti anche se qui ci sono compagnie importanti con un budget enorme con il quale allestiscono produzioni sontuose. Fondamentalmente c’è un sacco di lavoro in house e l’abilità di mettere in scena questi balletti essendo io, mio marito e la sua assistente stati molto coinvolti in queste produzioni.

Invece, quali sono le principali opportunità che deve saper cogliere e quali garantire?

L’opportunità è sapere individuare il talento e coltivarlo: a volte non sono i danzatori con la tecnica perfetta ma quelli che comunicano, che ti toccano. In questi giorni abbiamo le valutazioni con i ballerini e sono davvero provata per la loro reazione. Intendo dire la loro volontà di rimanere nella compagnia, con noi, perché interessati al lavoro che stanno facendo in un contesto felice. Quando ci si rende conto di avere il gruppo giusto di ragazzi e ragazze bisogna tenerselo, lavorare, trasmettere e mettere in palcoscenico spettacoli bellissimi.

Nel lavoro di compagnia, per lei, è più importante l’omologazione o la differenziazione?

L’omologazione, andare tutti insieme verso uno obiettivo finale. La danza, in realtà, è anche un’arte molto individuale, bisogna vedere il carattere di ogni ballerino. Però, il lavoro di team è più importante soprattutto quando fai i balletti classici.

Cosa tiene maggiormente in considerazione durante un’audizione?

Ovviamente la tecnica, ma anche la personalità e l’estetica. E poi la possibilità che il danzatore e la danzatrice possano integrarsi e coordinarsi bene con i membri già presenti nel corpo di ballo e che siano adatti per lo stile coreografico di mio marito.

Allora c’è uno stile o una metodologia che meglio caratterizza la compagnia?

Le coreografie di Chung-Lin Tseng sono basate sul balletto classico e richiedono molta resistenza e fisicità.

Come bilancia la necessità e/o l’importanza del repertorio classico con l’apertura al contemporaneo? Cosa pensa che il repertorio classico abbia ancora da esprimere ai giovani di oggi?

Il lavoro contemporaneo è molto importante perché aiuta tanto ad esprimere e a rilasciare il corpo. D’altra parte valutiamo e riflettiamo sempre a lungo prima di mettere in scena un balletto classico che comunque rafforza il senso del gruppo, di unità e il consolidamento fisico.

Dal sito della compagnia si evince un’attenzione al pubblico soprattutto in termini di inclusività e accessibilità. Quali sono i risultati di questa attività di sensibilizzazione? Il pubblico viene a teatro?

Quando gli spettatori si rendono conto del valore e della bellezza di cui hanno appena fatto esperienza ci ritornano volentieri. Inoltre, non posso dimenticare la reazione dei bambini che assistono agli spettacoli che facciamo gratuitamente proprio per loro. La possibilità di essere esposti all’arte, fare domande e recuperare il contatto umano credo siano opportunità molto importanti.

Quindi, in generale, come valuta la situazione coreutica in Texas?

C’è una bella varietà. Qui dove siamo noi c’è il Texas Ballet Theatre dove ballavo prima, e poi lo Houston Ballet, delle compagnie contemporanee davvero di alta qualità, molte scuole valide e poi si tengono le semifinali dello Youth America Grand Prix a cui hanno preso parte anche alcuni dei miei allievi. C’è tanto talento.

La vostra compagnia riconosce alla danza un ruolo importante in termini di “compassion for others” e “a vibrant and inspired community”. Lei crede che i danzatori siano interessati e consapevoli di questa grande responsabilità che la danza può assumere?

Secondo me si ma dipende anche da quello che noi riusciamo a trasmettere loro. I danzatori e le danzatrici sono ambasciatori di un’arte che è molto più grande di un tutù bianco. Devono continuare a mantenere viva quest’arte che è meravigliosa ma senza dimenticare l’evoluzione che è fondamentale soprattutto per la danza classica.

Come vede il futuro della compagnia?

Speriamo meglio ma dobbiamo considerare i tagli dei fondi federali. Ogni anno constatiamo un miglioramento, un progresso rispetto a quello precedente. Sono abbastanza fiduciosa. Ci sono tante compagnie che nascono e svaniscono poco dopo. Abbiamo ragionato a lungo prima di dare i primi contratti per evitare di strafare e non essere capaci di reggere. Collaboriamo con la Waco Symphony Orchestra dal 2019 quando abbiamo portato nell’omonima città la nostra produzione dello Schiaccianoci. Dopo la prima e unica serata il direttore esecutivo mi ha chiamata per ritornare l’anno successivo e di fronte al sold out abbiamo aggiunto una replica. É stato un grande impegno con ottanta bambini da gestire per cinque differenti cast. Ogni anno osiamo un pò di più ma con misura.

In cosa e in chi crede?

Bella domanda. Se penso a una persona allora sicuramente mio marito. Siamo sposati da trent’anni ma continua ancora a sorprendermi con la sua visione di principi filosofici. Lui è nato a Taiwan quindi è culturalmente molto distante da me. Quando c’è qualcosa che non riesco a inquadrare mi rivolgo sempre a lui. In generale credo molto nel lavoro: se c’è qualcosa che vuoi fare impegnati duramente per realizzarla. Bisogna contare molto su se stessi, avere anche un po’ di fortuna ed essere nel posto giusto. Ognuno sa quello che determina il proprio successo e purtroppo oggi vedo molto giovani sprecare delle possibilità, non avere consapevolezza di quello che hanno e che gli passa accanto.

C’è qualcosa che le manca e di cui avverte la necessità? Crede che la danza possa sopperire a questa mancanza?

La mia famiglia, l’Italia e la sua atmosfera, le passeggiate sotto i portici di Chiavari, il caffè in un bar. Ma è la vita che ti costruisci per la passione che hai a riempire questi vuoti.

CREDITI: Swan Lake, BF (Colin Woolums), String Quarter (Todd Wakefield)

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