«Non volevo che la storia girasse intorno a Don Chisciotte, ma che fosse incentrata sulle reazioni della gente nei suoi confronti».
In questa dichiarazione di Rudolf Nureyev è racchiusa la chiave di lettura del suo Don Chisciotte, entrato nel repertorio del Teatro alla Scala nel 1980 con lo stesso Nureyev e Carla Fracci protagonisti e divenuto, nel corso degli anni, uno dei titoli identitari della compagnia scaligera.
La prima del 2 luglio, dedicata alla memoria del giovane allievo della Scuola di Ballo Davis Aloschi, con l’étoile Nicoletta Manni e il primo ballerino Timofej Andrijashenko nei ruoli dei protagonisti, ha riportato in scena un balletto che continua a conservare intatta la propria forza teatrale. Non tanto per la vicenda – liberamente ispirata all’episodio delle nozze di Kitri e Basilio tratto dal romanzo di Cervantes – quanto per la straordinaria intelligenza con cui Nureyev rilegge la tradizione di Petipa e Gorskij, trasformando un grande classico in uno spettacolo dalla drammaturgia moderna.
Nureyev concentra l’azione in tre atti e un prologo, eliminando ogni ridondanza narrativa: tutto procede con un’urgenza scenica sostenuta da una scrittura coreografica di estrema precisione, nella quale l’energia collettiva, sostenuta da tutto il corpo di ballo, diventa il vero motore del racconto.
A questo contribuisce in modo determinante anche la revisione musicale affidata a John Lanchbery. Nureyev gli chiese non solo di riorchestrare la partitura di Ludwig Minkus, ma di ripensarne l’intera architettura, inserendo nuovi materiali e conferendole un respiro più dinamico. Una scelta che restituisce alla danza un impulso costante e che trova nella direzione d’orchestra un interlocutore attento, capace di accompagnare il palcoscenico con precisione e naturalezza, senza irrigidire il fraseggio né sacrificare la brillantezza della scrittura musicale.

Colpisce soprattutto la capacità di Nureyev di lavorare per contrasti. Alla luminosità della piazza del villaggio, attraversata da fandango, jota aragonese, gitani e matador, resi con notevole compattezza, si contrappongono atmosfere più scure e visionarie, quasi goyesche, nelle quali si muove l’asmatico cavaliere della Mancia. Il Giardino delle Driadi, con il suo ballet blanc di ingannevole leggerezza, interrompe improvvisamente il vortice della festa per aprire uno spazio sospeso, rarefatto, di essenziale purezza, alla quale contribuiscono in modo particolare l’interpretazione e l’esecuzione di Agnese Di Clemente e Maria Celeste Losa, rispettivamente nei panni di Amore e della Regina delle Driadi. Non si tratta di semplici cambi d’atmosfera, ma di un continuo alternarsi di registri che impedisce allo spettacolo di adagiarsi sul solo virtuosismo.

Del resto, lo stesso Nureyev dichiarava di aver ricondotto i sei protagonisti alle maschere della Commedia dell’Arte: Don Chisciotte come Pantalone, Kitri e Basilio come Colombina e Pierrot, facendo del carattere dei personaggi il centro della narrazione, più ancora dell’intreccio stesso. Accanto a Nicoletta Manni, raffinata e ineccepibile tecnicamente, Timofej Andrijashenko interpreta Basilio. Il personaggio, forse il più emblematico dell’universo nureyeviano, richiede un equilibrio tra virtuosismo, presenza scenica e brillantezza attoriale. Il primo ballerino lo affronta con una tecnica solida, sempre governata e mai ostentata, ma soprattutto con una qualità interpretativa che restituisce tutta la malizia e l’ironia del giovane barbiere. Il suo Basilio convince perché non cerca mai l’effetto fine a sé stesso; il virtuosismo nasce dalla naturalezza del personaggio e dalla piena adesione al linguaggio teatrale immaginato dal coreografo.

E cotanta teatralità invade anche la sala, che finisce per mettere in scena una propria, involontaria commedia, a proposito della «reazione della gente» richiamata all’inizio. Le maschere del teatro chiamate a gestire chi occupa volontariamente i posti non assegnati, gli inviti alla pazienza rivolti agli spettatori impazienti, le proteste di chi vede il finale coperto dagli immancabili telefoni sollevati per immortalare gli applausi e, ancora, chi trasforma la serata in un contenuto per i social facendosi riprendere mentre annuncia con entusiasmo: «Guardate dove vi porto, al Teatro alla Scala per il Don Chisciotte di Nureyev». Un piccolo spettacolo improvvisato che, oltre il sipario, espande tristemente quello spirito teatrale e ironico che attraversa l’intero balletto.
A completare il quadro scenico, questa volta quello fittiziamente reale, contribuiscono le scene di Raffaele Del Savio e i costumi di Anna Anni, che continuano a restituire una Spagna intensa e immaginifica, fatta di colori caldi, architetture essenziali e una ricchezza cromatica capace di accompagnare con equilibrio tanto l’esuberanza delle scene corali quanto il lirismo sospeso delle pagine più poetiche.
Nureyev sosteneva di aver cercato di trasferire nel balletto tutto ciò che la lettura del romanzo di Cervantes gli aveva suggerito, pur sapendo che la danza poteva coglierne soltanto una parte. Forse è proprio questa tensione, mai del tutto risolta, a rendere ancora così vitale il suo Don Chisciotte: uno spettacolo che non pretende di raccontare un mito, ma continua a reinventarlo. E, mentre il nobile decaduto e Sancho Panza si allontanano verso nuove avventure, si ha l’impressione che anche il pubblico lasci il teatro con la stessa leggerezza con cui, per una sera, si è lasciato trascinare nel loro sogno.
Foto Brescia & Amisano

