Alla fine dell’estate del 1954, George Balanchine continuava a dare prova della propria appartenenza americana con una creazione singolare: Ivesiana. Il titolo non lasciava spazio a dubbi. Nel maggio di quello stesso anno era infatti scomparso Charles Ives, compositore che molti considerano tra i primi autenticamente “classici” della tradizione nordamericana.
Balanchine conosceva la sua musica da almeno vent’anni, ma fino ad allora l’aveva ritenuta troppo complessa per essere coreografata. Evidentemente qualcosa cambiò. Dispiaciuto di non aver mai potuto incontrare personalmente il compositore, Mr. B decise di rendergli omaggio con un balletto costruito proprio su alcune sue partiture.
La prima di Ivesiana ebbe luogo il 14 settembre 1954 al New York City Center, allora sede stabile del New York City Ballet prima del trasferimento al Lincoln Center. In sala era presente anche la vedova di Ives.
La struttura originaria comprendeva sei sezioni, concepite come un collage di diverse composizioni del musicista americano, coreografate con uno stile volutamente essenziale e costumi minimi. In quella occasione apparve per la prima volta una giovanissima Allegra Kent, scelta a sorpresa per interpretare la figura femminile nello psicodramma di The Unanswered Question, indossando un semplice body bianco.
La reazione della critica fu tutt’altro che entusiasta. In un breve spazio della rivista Time del 27 settembre 1954, significativamente intitolato “Balanchine Puzzler”, si racconta che il giorno successivo alla prima molti tra i principali critici dell’epoca si rifiutarono di esprimere un giudizio sul balletto.
Il pubblico appariva perplesso: la musica di Ives era considerata troppo peculiare, alcune immagini – come i ballerini inginocchiati nell’oscurità – risultavano macabre, e interpreti come Tanaquil LeClercq e la stessa Kent sembravano addirittura bizzarre.
Il contesto rende l’episodio ancora più curioso. Solo una settimana prima, il 20 settembre, Balanchine aveva presentato Western Symphony, un balletto completamente diverso, di tutt’altra immediatezza. Eppure, nonostante il carattere di “rompicapo” in bianco e nero costruito sulla musica complessa di Ives, Ivesiana aveva comunque suscitato un certo interesse nel pubblico.
La versione di Ivesiana del 1954 comprendeva le sezioni: Central Park in the Dark, Hallowe’en, The Unanswered Question, Over the Pavements, In the Inn, In the Night.

Photo © Paul Kolnik
Già nel marzo 1955 Balanchine iniziò a rimaneggiare la struttura. Hallowe’en venne sostituito con Arguments, che a sua volta fu eliminato per far posto a Barn Dance. In queste trasformazioni rimasero però costanti gli interpreti principali della sezione, Patricia Wilde e Jacques d’Amboise.
Le modifiche non si fermarono qui. Barn Dance e Over the Pavements furono infine rimossi dal balletto, mentre In the Inn venne completamente ricoreografato. Il risultato fu una revisione profonda, sia strutturale sia estetica, culminata nel 1961 in una versione radicalmente rielaborata.
Nonostante questo lungo processo di gestazione, Ivesiana finì via via col scomparire dal repertorio del New York City Ballet.
Il balletto riapparve brevemente nel 1975, un anno dopo il centenario della nascita di Ives, allo New York State Theater. In una recensione pubblicata il 12 maggio di quell’anno sul The New Yorker, la critica Arlene Croce propose una lettura illuminante dell’opera.
Secondo Croce, Ivesiana rappresentava per Balanchine un omaggio all’America, ma per la prima volta non filtrato da uno sguardo europeo. Diversamente da lavori costruiti su Igor Stravinsky o da balletti come Western Symphony e Stars and Stripes, qui il coreografo sembrava adottare una prospettiva autenticamente (pan)americana.
Balanchine, scriveva Croce, attraverso le partiture di Ives “vede gli americani dalla stessa distanza con cui gli americani vedono se stessi: quella distanza fatta di spazi vasti e livellanti che separano gli individui sotto il cielo neutro dell’America. Il balletto parlerebbe così di assenza di confini, di viaggi senza destinazione, di situazioni più che di mete. Il palcoscenico diventa una scatola senza lati, dove i danzatori appaiono e scompaiono come se precipitassero ai bordi dell’eternità”.
Dopo quella ripresa, Ivesiana non è mai più stata rappresentata integralmente nella sua versione in quattro parti. È sopravvissuta solo la sezione più celebre, The Unanswered Question, riallestita negli ultimi vent’anni dalla compagnia di Suzanne Farrell a Los Angeles e riproposta dallo stesso New York City Ballet nel integralmente nel 2013 e poi nel 2023, all’interno di un trittico americano accanto a Western Symphony e Stars and Stripes.
Una sorte curiosa, quasi paradossale: un balletto nato come mosaico complesso ridotto oggi a un solo frammento. Ma fortunatamente esiste una registrazione televisiva canadese del 1964, della durata complessiva di circa venti minuti, che documenta una delle versioni del balletto.
Il primo movimento, Central Park in the Dark, appare quasi ancestrale e lontano dal Balanchine neoclassico più noto. Una valle di corpi femminili attraversa lentamente la scena per poi oscillare in ginocchio lungo tutto il palcoscenico, mentre al centro Sara Leland e Francisco Moncion eseguono un passo a due convulso, fatto di lift e sviluppi estremi, come se la protagonista brancolasse prima di crollare al suolo.
Il secondo movimento, The Unanswered Question, resta la pagina più iconica del balletto. Suki Schorer, nel ruolo originariamente creato per Allegra Kent, appare sospesa nella penombra su una musica dal forte carattere cinematografico. La coreografia non è virtuosistica o tagliente: al contrario, è rarefatta ed essenziale, costruita su grandi estensioni e spaccate aeree mentre quattro uomini in nero la sostengono senza mai farle toccare terra.
Il registro cambia negli ultimi due quadri. In the Inn si presenta come un passo a due classico, in pieno stile balanchiniano, mentre In the Night conclude il balletto con un epilogo silenzioso: i danzatori inginocchiati attraversano lentamente la scena.
Ivesiana resta così un caso singolare nella produzione di Balanchine: un lavoro raffinato, audace e sorprendentemente moderno che, nonostante le numerose revisioni e l’originalità della concezione, non ha trovato una presenza stabile nel repertorio. Un balletto enigmatico, quasi perduto. Curioso, malinconico, eppure sublime.
Ivesiana è visibile cliccando a questo link
Foto di Martha Swope e Paul Kolnik

