Come ritrovarsi: la serata inaugurale della quarantesima edizione di MILANoLTRE con il Ballet de Lorraine

Milano Teatro Elfo Puccini, 22 settembre 2026

di Elio Zingarelli
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Quarant’anni sono abbastanza per avere una storia, ma non abbastanza per smettere di interrogarsi sul presente. È da questa tensione che sembra prendere avvio la serata inaugurale della quarantesima edizione di MILANoLTRE, affidata al CCN – Ballet de Lorraine, compagnia associata al festival per il triennio 2025-2027. In scena quattro coreografie: Synchronicité e Works di Maud Le Pladec, Turning Burning di Jan Martens e The Fugue di Twyla Tharp, ma soprattutto una successione di immagini che, viste insieme, finiscono per comporre una domanda: come trovarsi, oggi, senza smettere di essere diversi?

La serata comincia nel silenzio, e forse è già una presa di posizione. Prima ancora della musica arrivano i corpi, le distanze, gli sguardi, la difficoltà di riconoscere una direzione comune. Il giallo acceso dei costumi, le mani che cercano un punto d’appoggio, le braccia che seguono la testa, i corpi che si avvicinano e si separano, un grande cerchio che progressivamente si trasforma in altre geometrie: tutto sembra parlare di una comunità che non è data, ma continuamente alterata. Composizione e disgregazione.

È una dinamica che attraversa l’intera serata senza bisogno di essere dichiarata. Anche la musica, quando arriva, non accompagna, piuttosto spinge, interrompe, costringe. Beethoven attraversato da Michael Gordon, Bach trasformato nel rumore dei passi, la ripetizione che diventa ritmo e poi variazione: il repertorio interrogato. È forse uno dei modi più interessanti con cui MILANoLTRE può festeggiare i suoi quarant’anni: non guardando indietro, ma verificando se ciò che appartiene alla storia della danza (che forse avrebbe più senso definire storia nostra, o ancora storia di ciascuno di noi che danza) è ancora capace di rilevanza e pregnanza nel presente.

Poco prima di un finale irrompe una frase semplice e quasi brutale: THE WORLD IS BURNING. I corpi si dispongono, la frase appare e, per un istante, tutto sembra fermarsi. Non occorre alcuna spiegazione politica: basta la sua evidenza. Il mondo brucia, mentre sulla scena un gruppo di persone continua ostinatamente a cercare una disposizione comune. È una contraddizione che appartiene anche alla cronaca dei nostri giorni: mentre fuori il linguaggio pubblico tende a irrigidire i confini, nel teatro forse si cerca di indefinirli senza bruciare i ponti. Mi sembra la postura complessiva della serata.

Anche quando il corpo si fa solitario, anche quando uno dei danzatori rompe una sequenza, quando un tacco si stacca e viene scagliato dietro le quinte, la separazione non diventa necessariamente rottura. Può essere una deviazione, un rifiuto, un modo di prendere distanza senza cancellare ciò che c’era prima.

Poi il silenzio ritorna come attesa, o disagio, o concentrazione. In ogni caso, una tensione che si allenta nella moltitudine finale. Dopo tanta disciplina, arriva il piacere elementare di stare nello stesso spazio.

È qui che la serata trova la sua misura: nella possibilità di continuare a ritrovarsi senza, forse, neanche cercarsi, sempre variandosi.

Il cambiamento non è un gesto eroico, ma un’abitudine silenziosa. Anche per un festival arrivato alla sua quarantesima edizione: senza proclami di nuove identità, ma con un movimento in continua osservazione.

Non tornare indietro, dunque, ma trovare un altro modo di stare insieme. Forse è questo, oggi, il significato più concreto del ritrovarsi.

Photo credits: Cesar Vayssié

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