Cala il sipario su Porselli in piazza Ferrari

di Mattia Guerrini
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Un destino ormai annunciato, quello di Porselli. Il celebre punto vendita al piano terra di Piazza Ferrari accanto al Teatro dei Filodrammatici, proprio vicino all’uscita artisti del Teatro alla Scala, è stato sfrattato e non riaprirà i battenti. Una notizia che lascia un vuoto nel cuore della danza milanese.

Non era un semplice negozio. Era una boutique, quasi un passaggio rituale per generazioni di ballerini. Entrare in Piazza Ferrari significava varcare una soglia speciale: era il negozio più importante della danza a Milano ed entrare lì era una vera magia. Se Parigi aveva Repetto, Londra Freed e New York Capezio, a Milano c’era Porselli. Per molte giovani allieve, il primo paio di punte Porselli coincideva con il primo sogno dichiarato.

La storia dell’azienda affonda le radici nel 1919, quando Eugenio Porselli fondò l’attività in una Milano che cercava di rialzarsi dopo la Grande Guerra, in un Paese provato e con un’industrializzazione bruscamente interrotta dal conflitto. Da piccolo laboratorio artigiano, Porselli seppe crescere rapidamente: già negli anni Trenta il marchio sbarcava a Londra e Parigi, portando con sé il saper fare milanese.

Negli anni, dire “Porselli” è stato come dire “danza”: tutte le ballerine “calzavano Porselli”: un’unica certezza. Le scarpette, realizzate con una cura meticolosa, non conoscevano compromessi: niente incollature industriali, ma cuciture precise. Accanto alle calzature, anche l’abbigliamento contribuiva a costruire quell’universo riconoscibile: body (i mitici leotards), tutù, accessori per le piccole danzatrici. Il logo elegante, con la ballerina stilizzata, campeggiava sulle pubblicità in bianco e nero delle riviste di settore, diventando parte dell’immaginario collettivo della danza “old style”, quando la tradizione era un valore assoluto, proprio come l’artigianalità.

Eppure la Porselli non è mai rimasta immobile. Dagli anni Cinquanta, nel pieno del boom economico, l’azienda seppe intercettare le nuove logiche di mercato lanciando le ballerine “da strada”: scarpe pensate per tutti, in colori vivaci e materiali di qualità. Un modo intelligente di rinnovarsi, restando fedeli alla propria identità.

La produzione è sempre rimasta a Milano, e la gestione familiare si è tramandata per oltre tre generazioni. Un modello imprenditoriale che oggi appare quasi romantico. Forse anche per questo la chiusura del punto vendita assume un valore simbolico: non è solo la fine di uno spazio fisico, ma il segno di un cambiamento profondo nel modo di intendere il commercio, ma tutto sommato, la danza stessa.

Resta il ricordo delle pubblicità stilizzate e la consapevolezza di aver fatto parte di una storia importante, che ha accompagnato i sogni di molti, indossando ai piedi un pezzo di Milano.

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