BREL: una combustione lenta. Visto a Parigi da Elio Zingarelli, presto a Milano al Piccolo Teatro

Dal 28 al 30 maggio al Piccolo Teatro Strehler a Milano

di Elio Zingarelli
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BREL non è un omaggio. Non è nemmeno “soltanto” uno spettacolo di danza costruito attorno alle canzoni di Jacques Brel. È piuttosto una combustione lenta, un attraversamento fisico e sentimentale di un repertorio che ancora oggi continua a ferire, sedurre e interrogare gli spettatori del Théâtre de la Ville , a Parigi. Anne Teresa De Keersmaeker sceglie di scrivere il titolo in maiuscolo, quasi fosse un monolite o un grido, e insieme a Solal Mariotte trasforma il palco in un territorio dove la memoria della chanson francese incontra il corpo contemporaneo, le sue fragilità, il suo bisogno di contatto. La sua violenza.

Lo spettacolo si apre con un occhio di bue isolato nel buio. Un’immagine semplice, quasi archetipica, che richiama immediatamente i concerti di Jacques Brel all’Olympia di Parigi: quel cono di luce che lo inchiodava al centro della scena mentre il volto si deformava nel canto e il corpo sembrava consumarsi davanti al pubblico. Ma qui il cantante non c’è. O forse aleggia ovunque. La scena è abitata da due corpi che cercano di dividere il palco con un fantasma.

De Keersmaeker e Mariotte non illustrano Brel: lo interrogano. Lo mettono alla prova del presente. E lo fanno attraverso una coreografia che mantiene tutti i tratti distintivi della grande coreografa belga: il rigore geometrico, la ripetizione ossessiva dei gesti, il minimalismo che diventa vertigine, il rapporto quasi matematico fra musica e movimento. Ma in BREL questa struttura si incrina continuamente sotto il peso dell’emozione.

Il tema dell’asse orizzontale — centrale nel pensiero della coreografa — diventa qui materia concreta. I due performer si sdraiano sul pavimento, cercano il suolo, ne fanno un luogo di relazione e vulnerabilità. A un certo punto i loro corpi giacciono persino su un’americana abbassata davanti al fondale: un’immagine sospesa, quasi da relitto umano. Dietro di loro scorrono fiamme, poi antichi filmati d’inondazioni, vacche e maiali trascinati via dall’acqua, la natura che si ribella e inghiotte tutto.

In questo paesaggio quasi apocalittico, le canzoni continuano ostinatamente a risuonare mentre i testi vengono proiettati in basso come sottotitoli emotivi che accompagnano il movimento e lo contraddicono. Le parole di Brel diventano così materia scenica a tutti gli effetti: non semplice accompagnamento, ma presenza viva, che attraversa lo spazio e si imprime nello sguardo dello spettatore. Rifiammeggiano le parole, tornano a bruciare dentro immagini e corpi contemporanei.

Brel cantava l’amore, gli amici, la solitudine, la violenza sociale, ma quelle parole oggi arrivano da un’altra epoca. De Keersmaeker non tenta mai di renderle innocue o nostalgiche. Al contrario, le lascia attritare contro il presente, chiedendosi cosa possa ancora sopravvivere di quell’eredità.

Solal Mariotte, proveniente dalla breakdance e dalla danza urbana, porta in scena un’energia elastica e nervosa che dialoga magnificamente con la precisione austera della coreografa. I due si cercano e si respingono, si affrontano e si sostengono. A tratti sembrano una coppia consumata dal tempo; altrove diventano compagni di sopravvivenza. Verso il finale lei trascina lui, poi lui la prende in groppa: gesti elementari che parlano di dipendenza, cura, stanchezza, resistenza.

Quando entrambi sbattono le giacche sul linoleum, il gesto assume qualcosa di rabbioso e rituale, come se volessero scuotere via la polvere del passato o chiamare qualcuno all’ordine. Ancora più perturbante è il momento in cui lei si spoglia completamente. Il corpo nudo (ce n’era davvero bisogno?) diventa superficie di apparizione, filtro fragile e umano attraverso cui si proietta il volto di Jacques Brel che canta. Non è un semplice effetto visivo: è come se quel corpo contemporaneo si offrisse come medium, come pelle attraversata dalla memoria del cantante. Il viso di Brel vibra sulla nudità della performer, deformandosi con i movimenti del corpo. Per un istante il cantante sembra reincarnarsi lì, in quella presenza vulnerabile ed esposta, in un’immagine che unisce desiderio, fantasma e sparizione.

BREL lavora continuamente sul confine tra presenza e assenza: un confronto con qualcosa che continua a tornare, a insistere, a chiedere ascolto. La coreografia tenta di ristabilire un contatto con un repertorio diventato straniero.

Nelle riflessioni di Anne Teresa De Keersmaeker la danza è sempre stata un fatto profondamente sociale. L’asse verticale collega cielo e terra; quello orizzontale, già richiamato, è il luogo dell’incontro, dell’abbraccio, del sostegno reciproco. BREL sembra mobilitare entrambe le tensioni che lo rendono magnetico e irrisolto. Brel non è un monumento stitico della cultura francese imbrattato dalla cacche dei piccioni ma materia viva ancora capace di defecare e produrre attrito.

E alla fine ciò che resta sono due corpi bruciati dalla musica, attraversati da parole che non smettono di ardere, immersi in una calma eretica dove nessun gesto appare vano.

BREL
PRIMA ITALIANA
concezione, coreografia e danza Anne Teresa De Keersmaeker, Solal Mariotte
canzoni Jacques Brel

28 – 29 – 30 maggio  Piccolo Teatro Strehler

Biglietti a questo link

Foto Anne Van Aershot

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