La pensione dei ballerini? Magari!

L'uscita di Roberto Bolle a Che Tempo Che Fa ha scatenato la polemica sull'età pensionabile. Peccato che il vero problema della danza italiana sia un altro

di Fabiola Di Blasi
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Una breve frase di Roberto Bolle durante la sua ospitata a Che Tempo Che Fa è bastata per accendere una polemica inattesa. Nella puntata trasmessa il 17 maggio sul Nove, l’étoile, ospite di Fabio Fazio ha parlato della sua carriera e, rispondendo a una domanda del conduttore, ha ricordato che i ballerini possono andare in pensione a 47 anni. Un accenno rapido che però ha generato un’ondata di commenti e discussioni, soprattutto sui social dove tutti hanno diritto di parola (Umberto Eco lo diceva meglio…)

Personalmente non ho seguito il programma, ma ci sono arrivata a posteriori proprio per via della polemica scoppiata. Come tutti possiamo verificare, i commenti sono stati i più variopinti, cosa in parte comprensibile: si tratta di un’informazione che chi non frequenta il settore probabilmente non conosceva e che è stata lanciata senza il minimo approfondimento.

Andava spiegato, per esempio, che il motivo per cui un danzatore può andare in pensione a quell’età non ha nulla a che fare con privilegi di categoria. La danza è un’attività usurante che porta il corpo ai limiti delle sue possibilità per decenni, fin dall’infanzia. Dopo i 47 anni, per molti professionisti, continuare a svolgere quel lavoro allo stesso livello diventa semplicemente impossibile. Come nessuno si aspetterebbe di vedere un calciatore giocare a sessant’anni con le stesse prestazioni dei venti — e in quel caso nessuno parla di privilegi — dovrebbe essere evidente che anche la carriera di un ballerino ha una durata fisiologicamente limitata.

Andava chiarito anche un altro aspetto: a beneficiare realmente di questo diritto sono purtroppo pochissime persone. Come per qualsiasi pensione servono contributi e continuità lavorativa. Se non si è dipendenti di una fondazione lirico-sinfonica, accumulare i requisiti necessari diventa estremamente difficile. E se si considera che in Italia i corpi di ballo stabili rimasti sono ormai quattro più uno, forse invece di indignarsi per i presunti privilegi dei ballerini sarebbe il caso di accendere un riflettore sulle condizioni in cui versa l’intero settore.

Tra chi ha scelto di esporsi sui social riportando la discussione su un piano più concreto c’è Alessandro Staiano (parte di Danza Error System che pure ha pubblicato un video al riguardo), il quale ha ricordato come a percepire realmente questa pensione saranno, nella migliore delle ipotesi, duecento persone in tutta Italia. Giuseppe Picone ha sottolineato come si tratti comunque di pensioni tutt’altro che faraoniche rimarcando il fatto che c’è davvero tanto precariato. Ancora più diretto Michele Villanova, secondo cui chi si è espresso da Fazio «non si è saputo spiegare o non ha voluto spiegarsi fino in fondo». La pensione, osserva, è un diritto sacrosanto per chi ha lavorato una vita. Il vero problema casomai è un altro: dopo trent’anni di gestione fallimentare del settore, il rischio è che in futuro siano sempre meno coloro che riusciranno a maturarla.

Se davvero si vuole capire qualcosa della danza italiana, conviene ascoltare queste ed altre voci perché i “big” che vediamo in televisione, sui principali palcoscenici e nei grandi eventi tendono a non esporsi sui problemi più scomodi del settore. Lo si è visto anche durante la pandemia. La narrazione dominante continua a raccontare la danza come gioia, arte, passione, vocazione, bellezza, vita. Tutto vero ma per la maggior parte dei professionisti la danza è anche precarietà, ricerca continua di un ingaggio dignitoso e regolare, speranza di costruire una carriera. La pensione, a dire il vero, è l’ultimo dei pensieri: non ho mai sentito un giovane danzatore italiano parlarne, prima deve riuscire nell’impresa di mantenersi col suo lavoro.

Pensione, del resto, non significa scomparire dalla vita professionale. Come accade in molti altri ambiti, un ballerino può insegnare, fare divulgazione, tenere masterclass, collaborare a progetti, assumere ruoli direttivi… Anzi, sarebbe auspicabile che una parte dell’enorme patrimonio di esperienza accumulato in carriera venisse restituito alle nuove generazioni e al pubblico. La danza italiana avrebbe bisogno di molta più formazione, sia per gli artisti sia per gli spettatori.

Nella stessa intervista, un’altra frase di Bolle lascia interdetti. L’étoile ha dichiarato che continuerà a danzare finché avrà la possibilità di vivere esperienze straordinarie come quella della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Lo si capisce ma è inevitabile osservare che se gli stessi pochi nomi continuano a occupare le vetrine più prestigiose, quelle opportunità non verranno offerte ad altri.

Non si tratta di mettere in discussione il valore di un artista che ha costruito una carriera internazionale e continua a esibirsi a livelli altissimi, ma di prendere atto di una dinamica evidente. La torta è spartita sempre tra pochissimi nomi, le possibilità di fare strada e di avere ingaggi sono tutte per loro. È il paradosso del nostro sistema culturale: gli artisti più noti attirano pubblico e consenso ma la loro presenza costante al centro della scena rende più difficile il ricambio generazionale, a meno che gli stessi non mandino avanti i giovani talenti (e non si intende i propri figli).

Una delle conseguenze di questa tendenza è anche che il pubblico resta ignorante, conoscendo esclusivamente poche celebrità che vengono associate al mondo della danza di cui non si sa niente. Si finisce così per immaginare un settore privilegiato, fatto di teatri scintillanti, notorietà e compensi elevati. Un mondo incantato in cui tutti sono felici e sorridenti, distanti dai problemi della gente comune. La realtà, invece, è molto diversa. Le compagnie stabili si contano sulle dita di una mano, i contratti a tempo indeterminato sono sempre più rari e gran parte dei professionisti vive senza fissa dimora tra collaborazioni temporanee, scritture intermittenti e partite IVA.

La televisione (un altro mondo spietato), quando arriva dà visibilità e guadagni ma spreme e consuma rapidamente chi ne beneficia. Il teatro, da solo, non basta più a garantire una carriera stabile. In nessuno dei due casi si può parlare di privilegi.

Per molti danzatori, dunque, il problema non è andare in pensione troppo presto. È riuscire ad arrivarci. E questa, a dire il vero, non è una questione che riguarda soltanto la danza, ma l’intero comparto dello spettacolo dal vivo dove le assunzioni sono sempre più rare. Non si può discutere di età pensionabile senza guardare alla scomparsa delle compagnie, alla precarizzazione del lavoro artistico e alla difficoltà di costruire percorsi professionali continui.

La polemica di questi giorni avrebbe potuto diventare l’occasione per raccontare al grande pubblico come funziona davvero il lavoro di un ballerino. Invece ci si è fermati a quel numero: 47. C’è da dire che in passato Bolle aveva in parte approfondito, come riporta nel 2020 Vanity Fair su un’ospitata a SkyTG24. https://www.vanityfair.it/people/italia/2020/11/30/roberto-bolle-47-anni-vado-pensione-ballerini-normale-foto Questa volta cosa è accaduto? Tempi televisivi? In generale, c’è una tendenza a parlare della parte mezza piena del bicchiere (per chi ce l’ha). E allora basterebbe che gli autori cambiassero le domande, visto che a questi personaggi vengono poste sempre le stesse e ogni intervista risulta uguale alla precedente. Per esempio, come vive un giovane danzatore italiano? Quanti ballerini riescono a maturare una pensione? Quanti danzatori riescono a lavorare con continuità? Quanti hanno un contratto stabile? Quali prospettive esistono per un giovane che intraprende questa professione? E cosa succede quando la carriera sul palcoscenico finisce? Visto che lei ha un seguito enorme, ci parli dei problemi di questo mestiere, ci fornisca i numeri, faccia un appello alle istituzioni… E così via.

Il vero scandalo non è che i ballerini possano andare in pensione a 47 anni. È che la maggior parte rischia di non arrivarci mai. Mentre i corpi di ballo diminuiscono, le opportunità si riducono e intere generazioni di artisti vivono nell’incertezza. Di questo si dovrebbe parlare quando si parla della danza italiana. E dovrebbero saperlo tutti, soprattutto le famiglie che accompagnano i propri figli lungo un percorso che può dargli grandi soddisfazioni ma anche profonde delusioni e comunque sempre al costo di grossi sacrifici.

 

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