Al Teatro Fraschini di Pavia è andato in scena per due serate un nuovo allestimento de Lo Schiaccianoci, la favola natalizia per eccellenza, presentata in una versione inedita firmata da Oliviero Bifulco. Un debutto che merita attenzione e che si inserisce in un panorama coreografico nazionale alla ricerca di nuove voci consapevoli. In un momento storico in cui la danza d’autore italiana appare sempre più rarefatta, lontana dal fervore creativo che ne animava la scena fino a una ventina d’anni fa, sorprende incontrare artisti ancora disposti ad assumersi il rischio di fare il coreografo: un mestiere complesso, spesso ambito e raramente compreso fino in fondo.
Tra questi si distingue Oliviero Bifulco, trentenne pavese diplomato alla Scuola di Ballo della Scala, noto al grande pubblico per la partecipazione al talent Amici e per l’esperienza come ballerino al Balletto di Bordeaux sotto la direzione di Charles Jude. Bifulco è oggi uno dei pochi esponenti della sua generazione a incarnare un’idea quasi d’altri tempi di “coreografo colto”: una figura nutrita dalla conoscenza della storia e della geografia della danza, dalla cultura del balletto, dall’ammirazione per i grandi maestri del passato e da una spiccata sensibilità per l’estetica e le arti visive. Su proposta del Teatro Fraschini, affronta per la prima volta la sfida di un balletto a serata intera, presentato in due recite – entrambe sold out – nello storico teatro neoclassico del Bibiena.
Accanto al coreografo, due ospiti d’eccezione nei ruoli principali: Carola Puddu, ex petit rat dell’Opéra di Parigi (anche lei resa popolare da Amici), e Andrea Risso, ballerino del Teatro alla Scala. A loro si affiancano la compagnia emergente Étoile Ballet Theatre di Ines Albertini e Walter Angelini, con sede a Piacenza, e l’Orchestra Giovanile Pavese diretta da Biagio Micciulla. Le scene, firmate da Riccardo Sgaramella – tra i più promettenti scenografi italiani della nuova generazione teatrale – introducono un primo atto solido e ben leggibile sul piano drammaturgico.
Il prologo vede la comparsa di Drosselmeyer (Fernando Palma Carvalho De Garcia), avvolto in un tabarro e con una gabbia di uccellini in testa, pronto a orchestrare magie e sotterfugi da una panchina innevata. Segue la festa in casa Stahlbaum, ambientata in interni dalle boiserie fatiscenti e dagli arredi brutalisti. L’epoca è quella degli anni Quaranta, in una realtà destrutturata e spoglia: l’albero di Natale, posto sul lato destro della scena, resta l’unico elemento esplicitamente natalizio, mentre la vicenda sembra poter accadere in qualsiasi momento dell’anno. Clara, in abito corto – scelta imperdonabile quella di mostrarla a gambe nude con scarpette da punta lucide – appare fin da subito come una ragazza timida e sognatrice.

La festa è sorvegliata dalle due governanti, riconoscibili dai grembiuli neri e dalle gorgiere bianche, che non restano sullo sfondo ma partecipano attivamente alla vita familiare, fino a essere immortalate nell’autoscatto con la camera oscura che chiude la scena. Sono l’unico vero elemento di rottura, o di dialogo, tra palco e platea: a loro Bifulco affida un vocabolario coreografico prettamente contemporaneo, mantenendo invece una matrice classica per il resto dei personaggi. Una scelta ponderata ed efficace. Ogni figura è ben delineata: Fritz (Giovanni Cianciusi), il fratello di Clara, si presenta subito come impetuoso e narcisista
La trama segue il soggetto originale: la bambola e il soldatino donati da Drosselmeyer che prendono vita, lo schiaccianoci regalato a Clara e rotto da Fritz, la fine della festa e l’inizio del sogno. È qui che prende avvio il “viaggio” della protagonista, distesa sul suo lettino bianco – chiara citazione della versione iconica di George Balanchine. Vengono messi in luce con efficacia i sentimenti contrastanti, le angosce e le paure descritte da E.T.A. Hoffmann nel libretto originale. Da sotto il letto spunta un topo, poi altri ancora, ovunque: tutto si dilata, tutto si deforma. Ha inizio la battaglia tra topi e soldatini in uniformi austriache; la compagnia appare affiatata e sostiene bene il crescendo drammatico del quadro.
Drosselmeyer svela infine a Clara il vero volto dello schiaccianoci, trasformandolo in un giovane uomo. È un momento costruito interamente su Andrea Risso, che qui può mostrarsi per quello che è: elegante e carismatico. Segue un passo a due travolgente, in cui i sentimenti di Clara esplodono verso lo schiaccianoci divenuto eroe cavalleresco, quasi come se anche lui avesse perso a tratti il senno per la ragazza, immersi in una romantica nevicata. Il valzer dei fiocchi di neve, affidato al corpo di ballo femminile in lunghi tutù bianchi, rappresenta una riuscita commistione tra tradizione e contemporaneità: elegante, impalpabile, quasi trattenuto, fino all’ingresso dei trampolieri candidi che suggellano il proseguimento del viaggio nell’atto successivo.

Meno convincente risulta purtroppo il secondo atto, ed è un peccato, soprattutto considerando che – come dichiarato dallo stesso Bifulco – è la parte su cui si è concentrato maggiormente. Tra le pareti dilatate della casa di Clara, al centro della scena campeggia una scala a pioli poggiata su una nuvola di bolle rosa, affacciata verso l’altrove. Qui si susseguono le danze di carattere: le amiche di Clara evocano il fulgore messicano di Frida Kahlo nella danza spagnola; Fritz e i suoi amici si sfidano in una competizione testosteronica nella danza russa; le governanti in sottoveste danno vita a un duo saffico nella danza araba, e così via. Nel tentativo di attualizzare queste danze e prendere le distanze dall’esotismo ottocentesco tanto in voga alla corte dello Zar, gli elementi in scena finiscono però per osteggiarsi tra loro, facendo smarrire il fulcro di questo “nuovo teatro dell’immaginazione” legato al mondo mentale di Clara.
Più nutrita appare la rilettura del valzer dei fiori, ambientato in un limbo tra sogno e realtà, dove amici e familiari della protagonista sono ricoperti di corolle di ogni tipo, colore e dimensione, come se la festa domestica si fosse improvvisamente trasferita in campagna. Anche il celebre passo a due viene ridotto all’essenziale ed è forse il momento più minimalista dell’intero spettacolo: niente tutù né calzamaglie, né confetti o zuccherini. I protagonisti appaiono vestiti in modo semplice e moderno, un ragazzo e una ragazza qualunque. Numerosi i lift e le pose inserite in una sequenza che segue il crescendo musicale. Puddu non è sempre puntuale, ma riesce comunque a sostenere il ruolo con grazia e solida tecnica fino alla fine.

Le variazioni – tarantella per l’uomo e Andante alla celesta per la donna – restano fedeli alla versione originale di Ivanov, ad eccezione del manège finale della variazione di Clara, qui addolcito con una sequenza di grand jetés – seguite dalla classica coda trionfale. Infine, le pareti della casa si richiudono e Clara (come da libretto) si risveglia nella sua stanza: scende dal letto, stringe il suo schiaccianoci e corre ad abbracciare la madre, in un tenerissimo idillio lumeggiato solo lateralmente, come in un film di Truffaut.
Foto di scena di Fabio Bellinzoni – Ventimillimetri, su gentile concessione

