È già ironica la presentazione di Christine Cox, Artistic & Executive Director della compagnia BalletX, che dice di sentirsi una rock star per la calorosa accoglienza del pubblico ingrigito, piuttosto brizzolato ma vivace, molto. È lei a introdurre le tre opere di danza che compongono la serata BalletX’s Summer Series: Petrushka, Scales on the wings of a butterfly e The last glass.
Il primo è ancora un work in progress del famoso titolo dei Ballets Russes qui nella versione di Amy Hall Garner che usa la partitura originale di Igor Stravinsky del 1911 (qui si utilizza la registrazione della The Philadelphia Orchestra con la direzione di Riccardo Muti, del 1982, invece sarà eseguita live al debutto completo del balletto nel gennaio del 2026). La coreografia è contrassegnata da un’atmosfera circense all’interno della quale ben si dispiega il percorso di consapevolezza di un solitario outsider alle prese con le vulnerabilità degli artisti. La vanità, la gelosia, l’esibizionismo, la meraviglia, il pudore e la sfacciataggine vengono tratteggiati dai danzatori e dalle danzatrici con dinamicità senza impantanarsi in campiture di colore ampie che invece rendono assai gradevoli alla vista i costumi di Emma Kingsbury. Non mancano momenti esilaranti tra pseudo culturisti che si sfidano, alcuni ostentando con buffonaggine lo sforzo per la fatica fisica.
Scales on the wings of a butterfly palesa in apertura di sipario un’immagine strutturalmente macroscopica. È come un agglomerato che subito si scompone in altri immagini per poi disfarsi definitivamente. E’ lo spettacolo dell’infinitamente piccolo fotografato da Noelle Kayser che mette in scena reazioni e interazioni impedendo la dissoluzione ma anche l’aggregazione del gruppo di danzatori e danzatrici sulle punte. La struttura dell’opera di danza è cumulativa: tra la filigrana di razionalità geometrica e il groviglio delle esistenze umane si imprimono tracce e si scorgono connessioni. È uno sguardo alla natura non soltanto come fonte di ispirazione bensì di interrogazione, e in questo senso anche ironico, sui suoi modelli di produzione, ospitalità, relazione e sopravvivenza. L’esito finale è di grande leggerezza e ariosità, forse simbolica, forse fittizia come quella che oggi depaupera l’autenticità. Resta un dubbio o forse un’occasione di meditazione!
L’ultimo pezzo coreutico dal 2010 è nel repertorio del BalletX di cui quest’anno ricorre il ventesimo anniversario dalla fondazione nel 2005. The last glass ricorda, molto, una di quelle parate che tante gente fa riversare in strada in occasione del carnevale multiculturale di San Francisco ma anche dei festeggiamenti dell’Independence Day ove musiche, costumi, arnesi decorativi vivacizzano lentamente strade frequentate selvaggiamente. Non è solo per l’attinenza con il titolo, Glass Pieces, ma il balletto di Matthew Neenan ricorda molto questo lavoro di Jerome Robbins per un’energia spiccatamente urbana, i ritmi ricorrenti, lo slancio trascinante, che è sia intimo che pubblico. Forse, è proprio una citazione la camminata lenta dei danzatori sullo sfondo che emula quella delle sagome scure nel lavoro del 1983. Alla fine del trambusto rimane solo una danzatrice davanti al sipario che si chiude alle sue spalle. Evoca una certa stanchezza, che a volte si deposita in fondo al cuore, un illanguidimento del piacere e della curiosità, un senso grigio e tepido di sazietà.
Questa serie estiva, mescolando i generi con intelligenza e coraggio, coniuga rigore e gioco amplificando il senso dell’oggi, ovvero la compresenza continua d’ironia e angoscia.
Crediti: Scott Serio for BalletX

