Balletto dell’Opera Nazionale di Riga: prima volta al Regio con “Il Lago dei cigni”

In scena un titolo icona del repertorio classico ma non c’è poesia

di Giada Feraudo
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(La recensione fa riferimento alla rappresentazione del 23 dicembre 2025)

Il Balletto dell’Opera Nazionale di Riga (The Latvian National Ballet), ospite per la prima volta in Teatro, si è presentato con un grande titolo del repertorio del balletto classico, Il lago dei cigni di Pëtr Il’ič Čajkovskij, nel nuovo allestimento basato sulle coreografie di Marius Petipa e Lev Ivanov e firmato dal Direttore artistico della compagnia Aivars Leimanis.

«[…] La nostra produzione mantiene lo spirito classico e introduce una dimensione visiva nuova, ispirata alla Baviera di Ludwig II (evidenti sono i riferimenti scenografici al Castello di Neuschwanstein e al Palazzo di Linderhof, che evocano l’epoca del re Ludovico II, il Re Cigno, ndr): è un trionfo dell’amore e della luce sulle tenebre, ma senza cancellare del tutto l’ombra del male», spiega Leimanis. Questa versione prevede inoltre una nuova variazione per il Principe Siegfried e alcune danze aggiunte.

Fin dall’apertura del sipario la scenografia delude un po’: l’immagine del Palazzo di Linderhof, per quanto, insieme al paesaggio, possa essere affascinante, non rende il fasto della corte che dovrebbe rappresentare, in particolare nel contrasto non proprio riuscito fra le danze che si svolgono negli ambienti interni, di cui si riproducono gli scaloni e le balaustre, ma che recano come sfondo la facciata esterna dell’edificio, collocato nel contesto delle montagne bavaresi. La scenografia migliora nel notturno dell’atto II e IV, dove a fare da sfondo è il Castello di Neuschwanstein, e nell’atto III, in cui si rappresentano gli interni del salone da ballo, qui perfettamente accordati al lusso e all’eleganza delle danze che vi si svolgono.

Purtroppo né i solisti né il corpo di ballo hanno brillato particolarmente per precisione, interpretazione e soprattutto pulizia nell’esecuzione. Soprattutto nell’atto bianco e, più in generale, in tutti i momenti in cui la scena era riempita dal corpo di ballo, si sono notate diverse imprecisioni: arabesque non tutte alla stessa altezza, direzioni leggermente diverse, braccia non perfettamente allineate. Dettagli che possono sembrare di poca importanza ma che in realtà, nell’ambito di una coreografia che richiede una grande precisione e in cui l’ensemble dev’essere perfetto, creano subito un senso di disordine e asimmetria. Ciò è stato piuttosto evidente anche nella quadriglia dei quattro cignetti, dove oltre alle sbavature sopra citate si è aggiunta una ben visibile scivolata dalle punte, che può capitare, certo (è successo anche alle grandi dive del balletto, vedasi Guillem o Zakharova), ma che in questo contesto si è aggiunta alle ahimé numerose imprecisioni.

Peccato anche per alcuni elementi puramente tecnici, come lo scarso utilizzo dello spot della testa nei giri, eccezion fatta per Fabio Sonzogni, il danzatore che interpretava il menestrello di corte, ma che è mancato al resto degli interpreti, in primis al principe Sigfried, Viktor Seiko. E che dire delle braccia, ovvero delle ali dei cigni? Qui sono state rese come dei semplici port de bras ma mancavano completamente quella morbidezza, quella plasticità, quella poesia che altri interpreti sanno dare e che visivamente ed emotivamente danno veramente l’idea di un magnifico cigno che sta per spiccare il volo.

Abbastanza convincente la protagonista Sabĩne Strokša nel doppio ruolo di Odette/Odile, meglio nei panni di Odile, ma anche nella sua esecuzione non sono stati particolarmente brillanti il lavoro delle braccia e soprattutto la precisione e la pulizia dei fouetté finali.

Il personaggio di Rothbart (Kãrlis Cĩrulis) è risultato un cattivo dall’aspetto duro, tecnicamente abbastanza pulito anche se salti e giri erano impostati troppo di forza, il che pone sempre problemi nel gestirne l’esecuzione, ma difettava di quell’aura di mistero e di fascino e di quella giusta quantità di istrionismo che, in fin dei conti, intrigano lo spettatore.

L’Orchestra del Teatro Regio è stata diretta dal Maestro Mārtiņš Ozoliņš , la cui interpretazione della partitura ha saputo valorizzare i complessi chiaroscuri che caratterizzano uno dei più celebri balletti di Čajkovskij.

Nel complesso una serata che lascia un po’ di amaro in bocca per una formazione, quella del Balletto dell’Opera Nazionale di Riga, che sarebbe andata benissimo per un altro teatro ma non per il Regio, da cui ci si aspetta l’eccellenza, ancor più dopo aver visto in scena il titolo precedente che, per quanto si possa sempre trovare qualcosa da migliorare, gli applausi se li meritava davvero tutti.

Crediti fotografici Andris Tone

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