Angelo Greco porta i suoi “friends” sotto le Due Torri

La recensione di Mattia Guerrini

di Mattia Guerrini
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È un Teatro Duse sorprendentemente gremito quello che ha accolto, a Bologna, la prima italiana del Gala Internazionale di Danza, progetto con cui Angelo Greco – oggi Principal dello Houston Ballet – ha inaugurato la compagnia da lui fondata lo scorso maggio. Una tappa dal forte valore simbolico, pensata per riportare in Italia, idealmente “a casa”, un bagaglio artistico maturato in oltre un decennio di carriera all’estero.

Classe 1995, nato a Nuoro ma cresciuto a Concordia sulla Secchia (Modena), Greco ha abbandonato da giovanissimo il calcio per dedicarsi alla danza classica. Dopo un periodo di formazione al Balletto di Castelfranco Veneto, nel 2012 entra alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala, dove si diploma nel 2014. Entra subito nella compagnia scaligera, diventando solista l’anno successivo sotto la direzione di Makhar Vaziev. Ma il vero punto di svolta arriva nel 2016, quando sceglie di trasferirsi al San Francisco Ballet. Qui, appena ventunenne, inizia un percorso che lo porterà a essere nominato Primo ballerino nel 2017. Dalla scorsa stagione, è una delle stelle dello Houston Ballet.

Il programma del gala – replicato anche nel teatro di Concordia – ha offerto un andamento coerente, saldamente ancorato al repertorio classico. Un vero e proprio ponte tra Stati Uniti e Italia, sotto la guida dal maître Elias Garcia Herrera, con un cast di un buon livello: accanto a Greco, cinque danzatori dello Houston Ballet e del San Francisco Ballet: Misa Kuranaga, Karina González, Aaron Robison, Gian Carlo Perez e Tyler Donatelli.

Greco ha dichiarato di aver voluto sin da subito restituire all’Italia ciò che ha appreso in America, con l’auspicio di creare in futuro borse di studio internazionali per i giovani talenti italiani. Non è un caso che il gala, dedicato a suo padre, sia anche un manifesto del suo percorso artistico, intrecciando repertori raramente visti in Italia con coreografie più tradizionali.

Ad aprire la serata L’Air dEsprit, creazione del 1978 di Gerald Arpino (cofondatore del Joffrey Ballet), su musica di Adolphe Adam. Un omaggio a Olga Spessivtzeva e alla tradizione romantica di Giselle, in cui Greco, al fianco della brava Kuranaga, brilla per eleganza, controllo nella legazioni in tipico stile ottocentesco; formidabile anche la capacità di tenere la scena nei passaggi più tecnici, come il complicato lift con la partner in equilibrio sulla schiena.

La parentesi più contemporanea è stata affidata a Sons de l’âme – 8th Movement, coreografia di Stanton Welch (direttore artistico dello Huston Ballet) su musiche di Chopin. Qui, Karina González e Aaron Robison danno forma a un duetto rarefatto, giocato su dinamiche interne che si fonde bene col successivo Passo a due del Cigno bianco, presentato in una versione molto classica rielaborata da Helgi Tomasson.

Più effervescente il passo a due da Diana e Atteone, in cui la First Soloist Tyler Donatelli spicca per precisione e brillantezza, mentre il cubano Gian Carlo Perez, non sempre impeccabile nei passaggi virtuosistici, convince di più nello Schiaccianoci, accanto a Kuranaga.

Chiudono la serata due grandi classici del repertorio: il passo a due dell’Atto II di Giselle (con González e Robison) e Le Corsaire, in cui Greco, tra manège controllati e doppie revoltade, conferma pienamente il suo statuto di stella internazionale, dimostrando che, dopo anni di lavoro, studio e sacrifici, il talento può davvero brillare ovunque. In fondo, a volte, basta volerlo.

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