Angelo Greco: “Ballet is not just an art; it’s a language that connect us”

Nasce "Angelo Greco & Company": al Teatro Duse Bologna il 9 ottobre e al Teatro del Popolo di Concordia Sulla Secchia l’11 ottobre.

di Elio Zingarelli
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È una visitazione, come la nostalgia, nel senso di qualcuno che da lontano viene a farci visita con i suoi amici, alcuni dei quali la distanza ha imparentato. Angelo Greco rientra, in compagnia, in Italia con un gala prodotto da Angelo Greco & Company, e organizzato da GCDANCEVENTS. Il principal dancer dell’Houston Ballet riferisce di un ponte (bridge in inglese) il cui attraversamento non vuole essere una passeggiata che finisce immancabilmente nel ritorno, ma incremento del servizio culturale e delle opportunità per la collettività. Almeno, questo è l’auspicio. Quindi colmare, appunto To bridge, supplire qualcuna delle numerose mancanze materiali e immateriali che avvertiamo, propiziandosi il pubblico con i valori e la qualità della proposta nel panorama dell’offerta culturale italiana caratterizzata da gala già ben rodati, e in un contesto assai destabilizzato da pontieri e nuovi ponti prossimi alla costruzione. Sottaciute un pò l’agitazione della cronaca e senza porsi smodate ambizioni, Angelo Greco si riferisce a questo suo nuovo debutto alludendo a un’occasione di rincoramento per se stesso e per chiunque deciderà di andare a teatro.

Attraverso un post su Instagram hai annunciato la nascita della tua compagnia Angelo Greco & Company. Partiamo dal nome molto lineare e identificativo. Hai esitato nella scelta o è stata semplice?

É stata una scelta molto lunga. Pensavo fosse stato molto più semplice e invece abbiamo discusso  per circa tre settimane con tutte le persone che lavorano con me. Personalmente dubitavo soprattutto sull’utilizzo del mio nome che comunque credo possa facilitare le collaborazioni con altri coreografi, per esempio. Per me è tutto nuovo quindi devo affrontare le problematiche che emergeranno senza fretta e con cautela.

Durante la chiacchierata fatta più di un anno fa, avevi sostenuto che non fosse ancora il momento di rientrare in Italia. Deduciamo che qualcosa sia cambiato. È un primo passo verso un altro successivo e definitivo?

Ho scelto di ritornare in Italia perché l’ultima volta che mi sono esibito risale a sei anni fa nell’ambito del Roberto Bolle and Friends. Ora mi piacerebbe portare la mia esperienza americana, i miei amici, ovvero il mio passato prossimo e il mio presente alle mie origini. Sicuramente alla base di questa scelta c’è anche un motivo nostalgico.

C’è un attinenza con la mission della tua compagnia “Ballet is not just an art; it’s a language that connect us”?

Penso che la danza sia danza ovunque tu vada. Probabilmente i danzatori che ho invitato non sono molto conosciuti in Italia ma l’arte che rappresentano è popolare. E con la danza vorrei cercare di costruire un ponte tra gli Stati Uniti e l’Italia, o meglio attivare un cultural exchange di cui promotrice sarà la mia compagnia.

A ottobre ci saranno le prime due serate di gala, un format di cui spesso si denuncia la debolezza per la mancanza di un fil rouge tra i vari pezzi. A tal proposito, come hai selezionato o selezionerai i brani coreutici da presentare?

La compagnia ha aperto a maggio e abbiamo iniziato a lavorare a giugno. Quindi i tempi sono stati veramente stretti pertanto, non sono riuscito a portare tutto ciò che mi sarebbe piaciuto. Tuttavia, ci saranno dei passi a due di coreografi con i quali ho lavorato, come Helgi Tomasson, mio direttore al San Francisco Ballet per sette anni, ma anche il mio attuale dell’Houston Ballet, Stanton Welch, nello specifico il suo passo a due tratto dal Romeo e Giulietta che è stupendo. E poi Lago dei cigni, Lo Schiaccianoci e Diana e Atteone. Fin da subito è emersa la necessità di una maggiore varietà stilistica ma la danza classica e il balletto sono il mio più grande amore e mi rendo conto sia un rischio che però ho deciso di prendere. Poi mi piacerebbe anche collaborare con altri coreografi per inserire nelle mie serate alcune loro opere di danza di venti o trenta minuti che non siano molto conosciute in Italia, sempre mantenendo la sezione dei passi a due tratti dal repertorio classico.

Durata?

Abbiamo discusso a lungo anche su questo, l’obiettivo è non superare un’ora e mezza con intervallo. Oggi si fa fatica anche a vedere un film di due ore, per questo vorrei che l’approccio alla serata fosse piacevole insieme all’esperienza del recarsi a teatro. Un “come back to the theatre” che nutre e arricchisce tutti rendendoci più interessanti e attraenti.

Pensi di mantenere questa formula o stai già pensando a un format differente, per esempio uno spettacolo a serata intera o anche eventi collaterali?

Siamo ancora alla fase iniziale di questo percorso, ora bisogna pensare alle politiche dei prezzi, alla vendita biglietti e poi alla comunicazione dell’evento. Ma, con il mio manager, Samuel Rodriguez, stiamo già discutendo di un futuro progetto in Italia nel giugno del 2026. Invece, già da ottobre di quest’anno, il gala sarà affiancato  da masterclass il cui fine è offrire delle borse di studio presso alcune delle più prestigiose accademie di danza. Stiamo lavorando con lo Houston Ballet per il Summer Program, con The Ballet Academy of the Vienna State Opera e mi piacerebbe coinvolgere l’Accademia del Teatro alla Scala di Milano. Oltre alla possibilità di studiare con artisti internazionali mi piaceva l’idea di restituire l’opportunità che mi è stata data quando ero un giovane allievo.

Le prime date si terranno a Bologna e Concordia, nord Italia. C’è un reale impegno a ricoprire anche altre zone nella nostra penisola?

Certo, abbiamo già parlato anche di questo. Vorremmo fare un tour in tutta Italia e poi, il mio grande sogno sarebbe andare in Sardegna dove sono nato ma non ho mai ballato. Sarebbe davvero un ritorno alle origini.

Nel messaggio che hai affidato ai social parli di uno scambio culturale tra l’Italia e gli Stati Uniti, che hai qui già menzionato. Sarà unidirezionale o ci si auspica un ensemble di danzatori italiani nei teatri statunitensi?

La mia compagnia è nata proprio come un cultural exchange, ciò vuol dire la possibilità di portare ballerini italiani negli Stati Uniti. Mi rendo conto sia un grande impegno ma posso contare sul sostegno di altre persone: il mio manager, la mia designer, Emma Sophia Rubinowitz, l’agenzia che mi rappresenta in Italia e i sostenitori che rendono possibile tutto ciò perché amano l’arte e la sostengono.

A tal proposito, tre principal dancers e due first solists dagli USA. Come hanno risposto alla tua chiamata?

All’inizio ero un po’ imbarazzato nel porre l’invito ma quando ho ricevuto la risposta positiva di massima disponibilità ed entusiasmo ne sono stato davvero grato.  Con me ci saranno Aaron Robinson che conosco dal 2016 ed è appena arrivato all’Houston Ballet, Misa Kuranaga che è stata la mia partner per sei anni e ora finalmente possiamo danzare di nuovo insieme un pezzo che coniuga delicatezza e rapidità, e poi Karina González che è nella compagnia dell’Houston Ballet da 15 anni e con cui ho danzato recentemente Giselle in tournée a Tokyo. Ancora, Gian Carlo Perez e Tyler Donatelli due danzatori molto forti e virtuosi che sicuramente entusiasmeranno il pubblico. Mi preme dire che questi danzatori e queste danzatrici sono prima di tutto persone eccezionali, semplici e  passionali e poi anche grandi artisti. Le ho scelte perché innamorato della loro umanità e della loro danza e questo è molto importante perché per essere un artista devi sapere chi sei, conoscere i tuoi pregi e difetti, metterti in gioco costantemente. Lavorare nella stessa compagnia, più o meno tutti, rende possibile avere subito una visione d’insieme prima di esibirci in Italia. Non ti nego che mi sarebbe piaciuto portare anche altri danzatori ma procediamo con calma.

Come pensi si collochi la tua iniziativa nel nostro paese a fronte degli ultimi cospicui tagli alla cultura e alle frequenti esternalizzazioni alle quali ricorrono molti teatri?

Non è facile rispondere a questa domanda. La mia compagnia non profit ha sede legale in Texas. Nonostante i sistemi assai differenti che ci sono nei due Paesi spero che la mia serata possa smuovere piccole cose e non essere un’esperienza fine a se stessa. Credo sia utile ribadire sempre quanta disciplina la danza richieda e le difficoltà e i sacrifici che il nostro mestiere implica. L’unione tra noi danzatori e il sostegno di chi ti sta affianco può essere di gran supporto.

Prevedi o speri un’evoluzione del tuo progetto?

Si ma ci vuole tempo, impegno, constante lavoro, sostenitori e interesse da parte del pubblico.

Quali sono le principali difficoltà e responsabilità che richiede il tuo ruolo?

Mi fa strano considerarmi un direttore artistico ma voglio semplicemente portare il mio grande amore, ovvero la danza classica, ovunque e la mia fortuna è conoscere artisti di alto livello di cui posso fidarmi.

Il tuo auspicio circa la presenza degli spettatori e la loro capacità di riconoscere la qualità della tua offerta?

Credo che, generalmente, l’Italiano sia una persona molto passionale e per questo in grado di apprezzare questa serata. Torno a Concordia dove tutte le persone mi hanno visto crescere per cui credo ci sarà una certa accoglienza. Per quanto riguarda Bologna le preoccupazioni sono maggiori ma qui subentra il lavoro di marketing e il rapporto di fiducia con l’agenzia che mi rappresenta. Non nascondo che ho riscontrato delle difficoltà quando ho proposto ciò che solitamente si fa negli USA per avvicinare il pubblico agli artisti. Comunque è prevista una conferenza stampa a settembre dove io interverrò da remoto e stiamo pensando di realizzare un incontro in presenza a Concordia.

Perché vedere il tuo gala?

Semplicemente perché sarà una serata speciale, con artisti incredibili e persone eccezionali. Spero possa essere gradita da tutti.

Photo credits  Alana Campbell e Alex Reneff – Olson

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