Sembra si collochi perfettamente nel calendario degli eventi dei Giochi olimpici invernali Milano – Cortina 2026 per il dispiegamento di un mix gestuale sportivo e coreutico. É ALIENA, l’ultimo lavoro di Kataklò Athletic Dance Theatre di Giulia Staccioli, che quest’anno festeggia trentanni di attività e che nel 2010 ha compiuto un ulteriore passo in avanti con la fondazione dell’Accademia Kataklò, il primo triennio di formazione professionale dedicato al physical theatre.
Sul palcoscenico del Teatro Carcano c’è tanta materia, fisicità, volume adombrati e rischiarati dalle luci che forgiano uno spazio spoglio, anzi essenziale. Al centro una grande busta nera respira mentre sporgono arti umani che non si riconoscono immediatamente come tali. L’elemento scenico viene agitato dai danzatori, dopo essersi ormai palesati, mentre un’altra creatura si introduce quasi con discrezione.

Sembra uno dei personaggi di Peer Gynt, coreografia di Edward Clug, basato sull’opera di Henrik Ibsen. La fisionomia non è famigliare: alti tramboli animalier abbinati a un pantalone e un top con maniche lunghe aderenti, folti capelli biondi che coprono il viso, braccia mosse come per gestire un traffico che non c’è e un incedere delicato e superbo insieme che è, però, anche seducente. Dal latino se ducere, cioè «portare verso di sè», conducendo lontano dalla retta via. Inizia a delucidarsi il titolo dello spettacolo, ALIENA, il femminile di alieno (se l’interpretazione è giusta) ovvero, lontano, appunto, dal contesto di origine e per questo diverso rispetto all’ambiente o al sistema in cui si sta, obbligati o consenzienti, comunque impegnati a districarsi tra certe dinamiche non famigliari.

I danzatori e le danzatrici si sbrogliano dal disagio della visione con un’alternanza inquisitiva di pezzi d’insieme, assoli, passi a due contrassegnati da piegamenti, contorsioni, e ripetute cadute. All’inizio tutti ostentano addominali e pettorali da culturisti fittiziamente scolpiti da Olivia Spinelli, per fare il verso a una perfezione tanto paventata e standardizzata di cui subito si liberano sottoponendosi a docce luminose e poi esibendo manichini mutilati come fossero feticci. Ma di nuovo, tutte le intenzioni ascensionali (i lift, la busta incastrata nell’angolo in alto a destra, un pallone gonfiabile che si erge sormontato da un manichino torso) vengono vanificate dai corpi delle danzatrici coricanti con i loro grembi sulle teste dei danzatori mentre le portano fuori dalla scena, e poi ancora ricorrenti cadute, alcune anche autoindotte.
I quadri si susseguono ritmicamente accompagnati dalle musiche originali composte da GP Cremonini che concorrono a definire un’atmosfera difficile da datare, inafferrabile, che si rende più vicina agli spettatori soltanto nel finale. Le danzatrici e i danzatori trascinano sul palcoscenico delle sedie fornite di una piccola luce che illumina le loro divise più ordinarie e minimaliste, pantalone nero e camicia bianca. Così si consegnano al pubblico che applaude per i saluti finali. Sembra quasi un richiamo all’ordine, non in opposizione al disordine, ma come assetto confortevole nel quale continuiamo a cadere anche intenzionalmente, ma soprattutto premeditatamente, con calcolo. Una pianificazione anticipata, ALIENA da tutto ciò che è alieno.
Foto Marco Pozzi

