L’arrivo in prima nazionale di Alice’s adventures in Wonderland di Christopher Wheeldon nel cartellone di balletto del Teatro alla Scala si è dimostrata un’ottima scelta che ha portato una ravvivante ventata di novità per il pubblico e per la compagnia. Si tratta di uno stile che difficilmente si è visto sul palco scaligero, molto cinematografico, vicino al mondo del musical: un codice notissimo a Wheeldon, basti pensare ai suoi lavori successivi come American in Paris.
È un raro esempio di balletto “contemporaneo” allegro, creato nel 2011 per il Royal Ballet. Senza grandi approfondimenti psicologici, questo spettacolo vola sulla storia di Alice raccontando i vari episodi delle sue avventure con la leggerezza e la drammaticità ancestrale dell’infanzia: gioia, paura, incoscienza, coraggio, innocenza. E trascina con sé il pubblico che, abituato ad altro, resta piacevolmente spiazzato. Basta vedere i sorrisi o ascoltare i commenti a fine spettacolo.
Basandosi sul romanzo di Lewis Carroll, scrittore, poeta, inventore e fotografo, Wheeldon si concede delle variazioni che rendono la vicenda attuale pur mantenendo tutti i canoni della tradizione.
All’inizio siamo ad un pranzo all’aperto di fine ‘800 dove Lewis Carroll, ospite in casa della famiglia Liddell al completo con tanto di ospiti esotici, pastori protestanti e illusionisti, fotografa Alice qui adolescente. Interessante come Wheeldon faccia della fotografia un elemento fondamentale della storia: è la bacchetta magica che lo trasforma nel Bianconiglio, aprendo il mondo delle meraviglie, e il tocco finale che chiuderà la storia di Alice uscita dal sogno e tornata alla realtà del giorno d’oggi.
L’idea geniale di Wheeldon è quella di trasporre i personaggi di questo pranzo nel mondo fantastico di Alice: la madre arcigna, che licenzia il suo filarino Jack accusandolo di aver rubato una tartelletta, è la perfida e comica Regina di Cuori, Jack è il fante di cuori, Carroll deus ex machina (fotografica) è il Bianconiglio che accompagna Alice in tutte le sue avventure. Il Rajà ospite è l’esotico Brucaliffo, l’illusionista è il Cappellaio Matto. Espediente che permette di riportare il sogno di Alice nella sua vita di tutti i giorni in una catarsi del personaggio divertente e intelligente.

Il mondo variegato di colori e di personaggi folli e affascinanti che Alice incontra, viene raccontato attraverso trovate teatrali originali e intelligenti. Bellissime le prime scene in cui Alice appena arrivata nella tana del Bianconiglio si ingigantisce e si rimpicciolisce, quando si affaccia sul mondo delle Meraviglie con le ballerine- fiori in platea tra il pubblico ma è troppo grande per passare dalla porticina di ingresso. Poi i rimandi all’estetica di Fornasetti, l’uso del ralenti per raccontare la corsa degli animali, la bandiera Start che viene aperta ironicamente prima su Art e poi su Tart (ancor la tartelletta rubata).
Si respira un certo nonsense inglese che può essere molto raffinato, si pensi alla delicatezza dello Stregatto che si scompone in mille pezzi quando starnutisce, ma anche molto truculento, come nella scena dell’apparentemente innocua casetta macelleria un po’ alla Tim Burton o al continuo minacciare decapitazioni della Regina di Cuori.

Altro guizzo del coreografo l’utilizzo della tap dance per sottolineare la folle euforia del quadro del Cappellaio Matto: mentre il sinuoso e ammaliante Brucaliffo scrive con il fumo dell’oppio domande esistenziali, e fa mangiare ad Alice un fungo chiaramente allucinogeno richiamando in un allegro valzer da fiera campestre le ballerine-fiori con il loro cavalieri.
Con tutto ciò si chiudono i primi due atti, una maratona di quadri folli che si susseguono con buon ritmo, tranne qualche momento un po’ prolisso, e dove, più che la danza, emerge la scena e tutto l’insieme della narrazione.
Il terzo atto invece è praticamente un divertissement concepito sulla struttura dei grandi balletti ottocenteschi dove tutti i personaggi hanno un loro momento di ripresa . È centrato soprattutto sulla figura della Regina di Cuori che balla il famoso Tart Adagio, parodia del Rose Adagio di Aurora nella Bella Addormentata, con quattro carte-cavalieri molto pasticcioni e terrorizzati, e un improbabile ma divertentissimo assolo con interventi del Boia su una Habanera che richiama Carmen. Qui la danza emerge chiaramente in stile neo classico e l’estro di Wheeldon si apre anche ad altri assoli, Bianconiglio e Jack, e ad ensemble molto efficaci come quello delle Carte da gioco. L’uso della controscena è frequente e ben giocato anche se a tratti in scena ci sono molti punti di attenzione, per cui lo spettatore rischia di perdersi nel capire che cosa deve guardare.
Il processo al giovane fidanzato Jack/Fante di Cuori, accusato di aver rubato una tartelletta e potenzialmente condannato alla decapitazione, termina con una cascata generale di tutti i personaggi in fila che ricorda un po’ il finale della Bisbetica Domata di John Cranko.

Il finale è un tocco da maestro. Al termine quando la Regina è sconfitta, Alice riemerge dal sogno e dal mondo sotterraneo del Bianconiglio. Scopriamo che tutto è legato ai giorni nostri, e che su una panchina stile “Notting Hill” Alice si era addormentata leggendo il libro con accanto il suo ragazzo Jack (che ascolta su uno stereo portatile la musica del Brucaliffo). Ballano insieme lo stesso passo a due che ballavano nel mondo delle meraviglie e si fanno fare una foto sul cellulare da un turista che passa: le sembra di avere un dejà vu, è Lewis Carroll nei giorni nostri, il Bianconiglio che riappare nella sua vita reale.
Tutto il Corpo di ballo scaligero ha ben aderito allo stile britannico di Wheeldon. L’ingenuità un po’ impertinente e sognante del bambino che c’è in noi è stata ben resa da Agnese Di Clemente, nel ruolo di Alice, che ha dei passaggi tecnici difficili anche se non particolarmente evidenti, e che sta in scena per la quasi totalità del balletto. Il suo Jack, Navrin Turnbull, è stato romantico e complice, con un bel legato fluido e presenza scenica.

Altro ruolo molto spesso in scena il Bianconiglio con i suoi occhiali rossi: abbiamo trovato esilaranti le controscene del Bianconiglio di Claudio Coviello, con la sua rincorsa dietro al tempo (ricordiamo tutti “presto che è tardi”?), le sue grattatine dietro le orecchie e la sua tecnica elegante e morbida che abbiamo amato rivedere sul palco scaligero.

Una sorpresa la Regina di Cuori di Nicoletta Manni: ruolo comico difficile da calibrare, il rischio di renderlo una mera macchietta è alto. Ma la Manni ha dato una serie di nuances al volto e ai gesti così naturali o al contrario così palesemente forzati, come gli improvvisi sorrisi a pieni denti, che addirittura la sua tecnica perfetta è passata in secondo piano. Restava solo l’interpretazione. Bravissimi anche i suoi cavalieri nel Tart Adagio perfettamente affiatati, sempre tutti in ruolo, tre storici elementi del Corpo di ballo Matteo Gavazzi, Fabio Saglibene, Daniele Lucchetti e poi il giovanissimo neo diplomato Francesco della Valle, che si è fatto notare in Minus 16 pochi mesi fa.

E poi il Cappellaio Matto di Christian Fagetti, una sfida per un ballerino classico, il tap, vinta a pieni voti insieme alla Lepre Marzolina di Domenico Di Cristo. Con Benedetta Montefiore il Ghiro, hanno ricamato la scena del tè dei matti, (il “Non Compleanno”), una delle più belle. Conturbante e tentatore il Brucaliffo di Mattia Semperboni, spaventose e ironiche Antonella Albano la cuoca e la Duchessa en travesti di Gabriele Corrado. Il rassegnato Re di Cuori era Marco Agostino e il Boia Massimo Garon. Divertenti i Valletti Pesce e Rana, Said Ramos Ponce e Edward Cooper. I disperati giardinieri che non riescono a dipingere le rose di rosso in un tripudio di cabrioles erano Gabriele Fornaciari, Alessandro Paoloni e Alessandro Francesconi, mentre le due sorelline di Alice erano Rebecca Luca e Martina Marin.
La musica di Joby Talbot è perfetta. Una colonna sonora sempre coerente con le scene, piena di colori diversi con cambi repentini di mood, movimentata, brillante. Frequenti i richiami a compositori del passato a Tchaikovsky, a Bizet e in particolare a Ravel, quando un accenno di valzer si fa sentire tra le note sospese nell’anticamera del mondo sotterraneo. Un lavoro di grandissimo pregio insieme al coreografo e al drammaturgo Nicholas Wright, diretto con grande brio e nitidezza da Koen Kessels.
La sinergia di musica e danza si completa con le scene di Bob Crowley , le luci di Natasha Katz e le proiezioni spettacolari di John Driscoll e Gemma Carrington.
Il tutto esaurito di tutte le recite dimostra come il pubblico sia disponibile a seguire le proposte più attuali del teatro e l’affezione agli interpreti di casa. Vero è che solo 7 recite forse sono poche per soddisfare tutti e che, se è buona norma che ci si alzi da tavola sempre con un po’ di fame, comunque questo successo dimostra che il pubblico c’è e reagisce agli spettacoli di valore. Ci sono sicuramente delle logiche precise alla base della programmazione scaligera ma qualche recita in più, magari con una politica di prezzi adeguata per permettere l’accesso a più persone sarebbe auspicabile. Il balletto e la danza stanno dimostrando di meritarselo da tempo. Speriamo di vederlo nella prossima stagione 26/27 che verrà annunciata domani.
Teatro alla Scala, 21 maggio 2026.
Foto Brescia & Amisano

