Alberto Cortés: la declamazione carnale di un corpo analfabeta

Al Triennale Milano Teatro per la nona edizione di FOG Performing Arts Festival

di Elio Zingarelli
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È un suono tagliente, aspro, inaspettato che accompagna l’alzata del sipario. Il violino di Luz Prado traccia, segna, macchia un ambiente scuro che sarebbe meglio definire dark. É la scena liberata da qualsiasi orpello di Analphabet in scena a Triennale Milano Teatro nell’ambito della nona edizione di FOG Performing Arts Festival.

“Ciò che è, non può essere scritto”, ha detto il regista, drammaturgo e performer Alberto Cortés,  e si legge anche nel programma di sala. Pertanto, è operazione ardua e delicata scrivere di una poesia, di un’emozione, del sudore autentico, quello di una passione pericolosa molto antica che deforma i corpi, o soltanto il loro apparire. L’artista spagnolo la condivide con un fantasma che evoca con il suo stesso corpo animato come una statua. È uno spirito romantico le cui canzoni e poesie d’amore sono delle delucidazioni sui punti di incontro “segreti”, particolari ambienti naturali parte dell’immaginario della comunità LGBTQ+. Si tratta dei luoghi del cruising legati all’incantevole sensazione di trovarsi “sospesi” dentro il sogno di un altro, ove ci si reca anche per una ricerca d’intimità nel corpo dello straniero.

Il corpo del performer, suo e del fantasma, è un corpo che può risultare straniero perchè queer. Un aggettivo che vuol dire “strano, eccentrico, diverso” ma che in tempi recenti è diventato un termine sotto il quale vengono riuniti  tutti i tipi di identità di genere e tendenza sessuale non – normativi, cioè non eterosessuali. L’accettazione sociale di queste categorie passa senza dubbio attraverso l’estetica contribuendo a spostare la teoria dell’accettabilità oltre le categorie comuni.

É quello che il performer si prefigge di fare attraverso una declamazione carnale di un testo. “Io sono analfabeta” si sente e si legge sul piccolo schermo in alto. Ovvero, l’analfabetismo come alternativa alla logica comune, uniformata perchè adottata e diffusa dalla gente comune. L’analfabetismo non contro le parole ma a supporto di queste per liberarle e liberare istanze sociali irrisolte e ancora difficili come un corpo poco vestito. Soltanto un paio di pantaloni e poi un paio di mutante che non scoprono, non coprono ma “semplicemente” alludono a ciò che forse dichiaratamente rappresentano i due corpi maschili, rigogliosi e completamente nudi che liberano la scena da altrettanto rigogliose siepi floreali.

Analfabeta può voler dire anche non saper pronunciare il proprio nome che è l’ultimo stadio della spoliazione, quando una vita fragile perde non solo diritti e protezioni ma anche identità. Il performer rievoca e rimbomba esistenze non garantite, vite sempre più nude di corpi reali, vulnerabili, attraversati dai conflitti del nostro tempo e dalle prepotenze del potere.

E non sembra che l’intenzione sia ipocrita perchè l’artista non lascia intendere senza fare comprendere. Il corpo è onesto nel suo esporsi in pose, angolazioni chiare, efficaci, eloquenti. Il corpo è sincero nelle sue intenzioni, è multicentrico e analfabeta perchè ricettivo verso ogni forma di richiamo così da non agire più per il suo io ma per il suo noi.

Alberto Cortés a conclusione dello spettacolo parla di un’orgia che non sazia ma affama. Le parole di un messaggio e gli abbracci di qualche spettatore entusiasta non sono sufficienti. Desidera che qualcuno desideri fare l’amore con lui come unica ricompensa di una performance che è un atto di pornografia. Purtroppo, se qualcuno ne ha ravvisato il desiderio non ha scorto la possibilità di farlo, perchè assuefatto a un ambiente addomesticato e avverso ai tormenti e ai desideri più atavici che con questa performance l’artista dispone e propone.

Foto Alejandra Amere

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