Per Amedeo Amodio esiste un legame dichiarato tra intenzione teatrale e svuotamento della scena, quasi a voler eliminare il superfluo per lasciare emergere il dramma nella sua forma più nuda. È questa la chiave della sua Carmen, andata in scena il 23 e 24 maggio al Teatro Comunale Nouveau, secondo appuntamento della stagione danza bolognese, ospitata temporaneamente nella sede fieristica mentre proseguono i restauri dello storico teatro del Bibbiena.
La ripresa dello spettacolo si deve alla Daniele Cipriani Entertainment, che custodisce gran parte delle sue produzioni con firme di Amodio. Questa Carmen ha inoltre sostituito la celebre Coppélia annunciata inizialmente in cartellone, a causa della distruzione di parte dell’allestimento originale nei magazzini. Una sostituzione che, tuttavia, non ha fatto rimpiangere il titolo perduto grazie a un cast di assoluto rilievo: Anbeta Toromani, Alessandro Macario e Luca Curreli, accompagnati dal Corpo di Ballo dell’Opera di Tirana.

Storico danzatore di formazione scaligera e cofondatore nel 1979 di Aterballetto insieme a Vittorio Biagi, Amodio creò questa Carmen proprio per la compagnia reggiana nel 1995, debuttando al Teatro Valli. La protagonista della novella di Prosper Mérimée — poi trasformata nell’opera immortale di Georges Bizet — diventa qui figura universale e metateatrale, sospesa tra palcoscenico e vita reale.
La musica di Bizet, adattata da Giuseppe Calì, è già di per sé materia drammatica potentissima, ma acquista ulteriore respiro grazie all’esecuzione dal vivo dell’Orchestra del Comunale diretta da Paolo Paroni. A contribuire alla poetica dello “svuotamento” sono anche le scene e i costumi di Luisa Spinatelli: essenziali, mobili, di rielaborazione storica, eppure capaci di evocare continuamente il senso di privazione e libertà che attraversa la protagonista.
Lo stesso Amodio descrive così l’intuizione alla base dello spettacolo:
“Sulle ultime note dell’opera si chiude il sipario. In palcoscenico inizia lo smontaggio delle scene. A poco a poco il personale e quanti altri hanno assistito allo spettacolo da dietro le quinte, vengono catturati dai fantasmi del dramma appena trascorso.”
È questo il dispositivo che sostiene tutta la costruzione coreografica. Carmen non deve “interpretare” Carmen: lo è già. Ed è proprio in questo ribaltamento metateatrale che risiede la forza dello spettacolo.

La prima immagine è spiazzante: Carmen muore, il sipario cala e lo spettacolo sembra finito. Un coup de théâtre che disorienta volutamente il pubblico e che introduce subito il clima tragico dell’opera. Le ombre proiettate sugli elementi scenici – sempre mossi a mano dai macchinisti – anticipano il destino dei personaggi con raffinatezza visiva. Quando il sipario si riapre, il teatro mostra il suo lato nascosto: i camerini assediati dagli interpreti che si trasformano lentamente nei personaggi del dramma. Il corpo di ballo, diviso simmetricamente tra uomini e donne, costruisce danze corali dal sapore quasi espressionista, che fungono da controscena alla vicenda.
La Carmen disegnata da Amodio non è più la sigaraia sivigliana dell’immaginario tradizionale: è una violinista che, terminato lo spettacolo, rientra nei camerini. L’ingresso di Anbeta Toromani, vestita di nero con il violino nella custodia, possiede una forza scenica immediata. La tecnica resta impeccabile, ma ciò che colpisce maggiormente oggi è la maturità interpretativa. Non più soltanto la giovane prodigiosa emersa anni fa dalla televisione e poi affermatasi al Teatro San Carlo, bensì una tragedienne consapevole, magnetica soprattutto nell’Habanera, capace di abitare il personaggio con un’intensità mai eccessiva.
Accanto a lei, Alessandro Macario costruisce un Don José personale e malinconico, lontano dagli stereotipi del maschio brutale e possessivo. Nel passo a due del secondo atto emerge tutta l’intesa della coppia, anche grazie a una coreografia ormai sedimentata nei loro corpi dopo anni di repliche. Eppure non c’è automatismo: rimangono vivi il trasporto e la tensione.

Una conferma della serata è Luca Curreli nel ruolo di Escamillo. Oggi freelance ma forte di un percorso già consolidato al Norwegian National Ballet, Curreli si conferma uno dei talenti italiani più interessanti della sua generazione. Il suo Escamillo unisce precisione tecnica, carisma scenico e una presenza squisitamente teatrale. Personalissimo il momento della vestizione davanti allo specchio, pochi minuti prima del finale: un gesto lento, quasi rituale, che Amodio trasforma in meditazione sul destino e sulla perdita della libertà.
La danza di Amodio mantiene un rigore classico evidente, ma lo attraversa continuamente con aperture moderne e soprattutto eclettiche. Dalle punte ai piedi nudi, dall’essenzialità scenica ai movimenti corali, il coreografo costruisce un linguaggio che può dividere chi lo guarda, ma che possiede coerenza e identità precise. La sua Carmen non cerca il naturalismo e disprezza il folklore: preferisce interrogare il teatro stesso con tutti i suoi fantasmi, tra illusione e immaginazione, finzione e realtà.
Foto di Erald Deda e Alma Hani

