“Gode save the queer” (si con la e) è la scritta dipinta su una tela che giace nel disordine creativo e costruttivo del 59 Rivoli, una casa dell’arte contemporanea a Parigi, in cui si può vedere e vedere nascere opere d’arte dalle mani degli artisti che operano nei loro corner, piccoli nomadi atelier. L’edificio, un ex banca, non è molto distante dal Théâtre du Châtelet che ha accolto e raccolto un codice queer, ormai molto presente sui palcoscenici contemporanei.
L’occasione è Afanador di Marcos Morau, presentato in prima assoluta il 1° dicembre 2023 al Teatro de la Maestranza di Siviglia. Un incontro tra danza e fotografia, tradizione e avanguardia, ispirato ai libri Ángel Gitano: hommes de flamenco, che parla di uomini, Mil Besos, che si focalizza sulle donne, e alle iconiche sessioni fotografiche di Ruvén Afanador in Andalusia dedicate ai fondamenti della cultura spagnola (flamenco, corrida, religione).
Nipote di un fotografo e lui stesso studente di fotografia, il coreografo Marcos Morau (non il solo, in realtà) parte dall’estetica teatrale e espressiva del fotografo colombiano – americano capace di rendere la moda, il ritratto e la danza visioni oniriche e surreali, fuori dal tempo.
La composizione coreografica procede, quindi, attraverso una costruzione fotografica più o meno palesata, considerata la presenza di un fotografo che scatta il flash accecando una drammaturgia non così esplicita eppure famigliare, perchè sono immediatamente riconoscibili alcuni momenti che la compongono.

Ad animarli gli artisti e le artiste del Ballet Nacional de España, diretto da Rubén Olmo, fondato nel 1978, con la duplice missione di preservare il repertorio della danza popolare e accademica tradizionale e creare nuove opere. Pertanto, i ballerini, oltre alla padronanza della tecnica classica, sono specializzati anche in bolero e flamenco. Dura alcuni minuti lo zapateado enfatizzato dalla visione unica degli zapatos de flamenco con il sipario calato che lasca intravedere solo la danza dei piedi tutti in fila uno accanto all’altro. Ma il paradigma corale del balletto classico distilla tutti i singoli momenti dal turbinare della sfrenata danza di seduzione dell’ensemble che si dispiega tra le pareti bianche del palcoscenico irto di sedie, come quello di Café Müller (1978) ove appare un cavallino meccanico, come quello di Kontakthof (1978), entrambi lavori di Pina Bausch.
I danzatori e le danzatrici abbozzano lo spazio con le distorsioni dei loro corpi e lo sporcano di nero con le straordinarie forme dei loro costumi. Ci sono tutti gli elementi iconografici e gli accessori – lo scialle, il ventaglio, le nacchere, la bata de cola, un lungo strascico a balze tipico del costume femminile – ma ridistribuiti secondo una sensibilità queer che li rende interscambiabili. Una varietà alternata, ma ancora alterata per alcuni, che funge quasi da sollievo a quel vuoto abissale, puro, essenziale che restituisce immediatamente agli spettatori un senso del volume urgente di una saturazione. La policromia emozionale che esala un omoerotismo in una dinamica concitata con la musica irruente e il canto ancestrale tra le forme spigolose non restituiscono una freddura. Respiriamo! È tutto caldo, pieno, bollente come i due pentoloni che liberano fumo, quello freddo della morte e quello caldo di una notte di passione, anche questi interscambiabili perchè parenti. Cos’altro è la corrida se non l’incontro tra la vita e la morte? Un’antichissima sfida qui richiamata dalle traiettorie circolari dei movimenti, dalla faccia del toro proiettata su un grande muro. Un profonda consapevolezza della tragica prossimità di vita e morte, così radicata nella cultura gitana e in coloro che sono direttamente coinvolti, ovvero i toreri. Simboli di coraggio e di virilità eppure la “vestizione del torero è un momento molto rituale, e anche molto femminile, specie quando s’infilano le calze” dice John Galliano riferendosi al torero Miguel Abellàn.
Sul piano dell’evento biologico – vita, morte – i giudizi di valore non hanno più alcun significato e sono in ogni caso inapplicabili, mentre nelle società umane le nozione di identità “naturali” fisse o stabilite si traducono spesso in discriminazioni sistematiche nei confronti di persone e famiglie queer. Ed è qui che viene sfondato l’ultimo fondamento della cultura spagnola che Afanador tratta nei suoi scritti e scatti: ovvero, la religione. Gesù offre l’occasione di opporsi alla discendenza della genealogia e di cogliere le libertà di una famiglia presenziale ed elettiva.Tale è l’ensemble d’azione dei danzatori e delle danzatrici che per affermare un’identità adeguata ai nostri tempi lottano incorporando energie maschili e femminili, in parte desessualizzandole, e dove le relazioni – parentele scelte sono più cogenti di quelle ereditarie. Oggi, la religiosità è reinventata su una misura consolatoria, la danza occidentale ostenta una natura eminentemente laica, il suo primitivismo (come istinto indomabile per il ritmo incorporato) è minacciato dalla ricaduta ideologica delle concezioni sia democratiche sia socialiste, da destra e da sinistra. In questo contesto, Afanador rappresenta un dispositivo visivo – coreutico attivatore di uno stato di estasi nel quale l’unità della persona e della comunità è costituita e garantita mediante una reinvenzione continua di sé e del proprio rapporto con gli altri.
Tra resistenze e mobilità, il gruppo si dibatte in una spazialità obbligata, con il desiderio di comprendere e comprendersi sul margine di un’alterità sfuggente, nella consapevole e incomprimibile animalità (quella del cavallo e del toro) che si annida nell’homo sapiens.
Afanador è una “ridon-danza” che vuole offrire un cambio di prospettiva valorizzando al contempo tradizione, creatività e sperimentazione.

