Ci sono artisti che lasciano opere e artisti che modificano il modo stesso di guardarle.
Simone Forti appartiene a questa seconda categoria. La sua ricerca ha cambiato profondamente il concetto di danza, spostando l’attenzione dalla forma al processo, dalla tecnica all’esperienza, dal gesto codificato al corpo come luogo di conoscenza. Con la sua scomparsa, avvenuta a Los Angeles all’età di 91 anni, si conclude il percorso biografico di una delle figure più decisive della postmodern dance americana, ma resta un’eredità che continua a interrogare la danza, la performance e le arti visive contemporanee.
Nel 2023 la Biennale di Venezia le aveva conferito il Leone d’Oro alla carriera, riconoscendo il valore di una ricerca che, fin dagli anni Cinquanta, ha abbattuto i confini tra discipline diverse, ponendo al centro il corpo come strumento di sperimentazione e di pensiero. Un riconoscimento che oggi assume il valore di un omaggio.
Per comprendere l’originalità della sua poetica bisogna tornare ai suoi anni di formazione. Poco più che ventenne, a San Francisco, insieme al marito Robert Morris, Simone Forti si dedica all’action painting, dipingendo muovendosi su grandi tele disposte a terra. Fin da subito frequenta i corsi di modern dance nella scuola di Anna Halprin e quelli di Welland Lathrop. Tuttavia, è soprattutto nelle lezioni di A.A. Leath che riconosce una modalità di lavoro capace di stimolare le molteplici possibilità della dinamica motoria e di restituirle, come lei stessa ricorderà, “qualcosa di quell’energia selvaggia”.
È proprio questa energia primordiale a costituire il nucleo della sua ricerca. Per Forti il movimento non nasce dall’applicazione di una tecnica precostituita, ma da un impulso naturale che permette al corpo di ritrovare un’immediatezza espressiva. Non sorprende, allora, che abbia sempre preferito definirsi genericamente un’artista, una movement artist, piuttosto che una semplice danzatrice o coreografa. Per lei era necessario seguire le leggi universali che coordinano la macchina anatomica, sviluppando una profonda consapevolezza del movimento e, allo stesso tempo, un rapporto empatico con lo spazio circostante.
L’esperienza maturata nel progetto Airport Hangar di Anna Halprin, nel 1957, le consente di partecipare in prima persona alla rottura dei codici tradizionali della danza. L’improvvisazione, la presenza simultanea di artisti provenienti da ambiti differenti e il superamento delle convenzioni sceniche aprono nuove prospettive di ricerca. Allo stesso tempo, però, Forti guarda criticamente ad alcuni aspetti del metodo di Halprin, giudicandolo ancora troppo subordinato a esigenze di carattere estetico.

Da qui nasce l’incontro con Merce Cunningham e con i procedimenti aleatori sviluppati insieme a John Cage. Pur apprezzandone il rigore, Forti avverte anche in quel contesto una struttura troppo rigida rispetto alla libertà che andava cercando. A partire da queste esperienze, tra gli anni Sessanta e Settanta, inizia così a delineare una poetica del tutto personale, nella quale l’esperienza del mondo fisico diventa l’origine di qualsiasi gesto, anche del più semplice. Il movimento viene prima osservato nella natura, affinché risponda alle sue leggi, e solo successivamente interiorizzato e restituito attraverso il corpo, senza alcuna intenzione narrativa ma come espressione autentica di ciò che si vive in quell’istante.
In questa ricerca assume un ruolo importante anche il periodo trascorso all’interno di una comunità hippy. L’alterazione della percezione provocata dall’uso diffuso di sostanze diventa per Forti un’occasione di riflessione sui meccanismi attraverso cui il corpo modifica il proprio rapporto con lo spazio, con l’equilibrio e con gli altri. Ricorderà come tutti si guardassero “come sul punto di innamorarsi”. Più che riprodurre quegli stati, l’artista riesce a farne esperienza consapevole, trasformandoli in una danza che non mira a rappresentare qualcosa, ma che si fonda interamente sul movimento.
Tra le esperienze più significative del suo percorso vi sono gli Zoo Mantras. A partire dalla fine degli anni Sessanta, frequentando il Giardino Zoologico di Roma, Forti osserva il comportamento degli animali. Non si tratta di un’imitazione del loro movimento, bensì della ricerca di elementi che possano essere condivisi tra uomo e animale. Ciò che la interessa è quell’atteggiamento interiore che si manifesta attraverso il corpo e che permette a ogni essere vivente di adattarsi, reagire e trasformare il proprio stato.
Come lei stessa affermava:
“Ogni volta che andavo allo zoo, scorgevo un animale che stava danzando. Non era la bellezza del movimento a farmi dire che stavo guardando una danza, ma l’atteggiamento interiore dell’animale. L’atteggiamento interiore proviene dalla relazione del movimento con tutti gli altri aspetti della vita dell’individuo.”
Con questi dialoghi interspecie, Simone Forti amplia ulteriormente la propria riflessione, nella convinzione che tutte le specie condividano gli elementi originari della danza, intesa come possibilità di rimanere connessi alla propria natura più profonda anche in un contesto di continui mutamenti.
L’improvvisazione come risposta all’esigenza di sperimentazione, un’osservazione dell’ambiente mai neutrale ma finalizzata alla costruzione di un’empatia con ciò che viene osservato, l’ampiezza della sua visione transdisciplinare e il costante rifiuto di una ricerca puramente estetica fanno di Simone Forti una delle figure più importanti dell’arte contemporanea. Le sue rivoluzionarie Dance Constructions, il dialogo con Robert Morris, Yoko Ono e gli artisti del Judson Dance Theater, così come il profondo legame con l’Italia e con la Galleria L’Attico di Fabio Sargentini, hanno ridefinito il concetto stesso di performance.
Nelle motivazioni del Leone d’Oro alla carriera, la Biennale di Venezia sottolineava come Forti avesse sostenuto la superiorità del corpo, o meglio del “pensare con il corpo”, come forza di sperimentazione, azione e reinvenzione. È probabilmente questa la sintesi più efficace della sua eredità: aver mostrato che il movimento non è soltanto qualcosa che il corpo esegue, ma un modo di conoscere il mondo e di abitarlo.
Con Simone Forti scompare una protagonista assoluta della ricerca artistica del Novecento, ma resta viva un’opera che continua a suggerire nuove possibilità di pensiero, ricordandoci che la danza può nascere ovunque esista un corpo capace di ascoltare, osservare e trasformare l’esperienza in movimento.

