Addio a Hans van Manen, l’architetto del balletto moderno

di Mattia Guerrini
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È scomparso all’età di 93 anni, lo scorso 17 dicembre, Hans van Manen, figura di spicco della danza del XX secolo nonché da molti considerato il vero caposcuola del balletto olandese.

«Anche se non narrano storie, i miei balletti parlano di relazioni, il che comporta emotività (…). Non stiamo cucinando torte al cioccolato. Noi facciamo danza».

Con queste parole Hans van Manen si raccontava a Leonetta Bentivoglio nel 2019, anno in cui il Teatro alla Scala di Milano gli dedicò una serata speciale con un triple bill emblematico del suo universo coreografico: Adagio Hammerklavier, Kammerballett e Sarcasmen.

Nato ad Amstelveen nel 1932, van Manen si formò con Sonia Gaskell, artista proveniente dall’esperienza dei Ballets Russes di Diaghilev. Appena diciannovenne entrò nell’ensemble del Ballet Recital, per poi approdare nel 1959 al Ballet de Paris di Roland Petit. Nello stesso anno fu però protagonista di una svolta storica per la danza europea: insieme ad altri diciassette danzatori si distaccò dall’antenato Het Nationale Ballet (allora diretto dalla stessa Gaskell) per fondare il Nederlands Dans Theater (NDT), con l’obiettivo di sperimentare nuove idee e forme coreografiche in netta rottura con la tradizione accademica. Van Manen ne divenne direttore dal 1961, guidandolo per oltre un decennio.

ADAGIO HAMMERKLAVIER © Hans van Gerritsen

La sua prima coreografia risale al 1957 e già dagli esordi il suo linguaggio si colloca con decisione nella geografia mitteleuropea, grazie alle prime collaborazioni a Düsseldorf, Monaco e Colonia. Ammiratore dichiarato di George Balanchine, Hans van Manen è stato il massimo artefice concettuale di un balletto europeo che, più che neoclassico, può definirsi pienamente moderno. In Europa seppe realizzare ciò che, negli stessi anni, Jerome Robbins e Glen Tetley stavano facendo negli Stati Uniti, diventando un modello imprescindibile — oggi quasi storicizzato — per le generazioni successive, tra cui spiccano Jiří Kylián e Nacho Duato.

5 Tangos © Angela Sterling

In quasi settant’anni di carriera ha creato un numero impressionante di lavori. Tra i molti, alcuni titoli bastano a restituire l’ampiezza e la coerenza del suo pensiero artistico: 5 Tango’s (1977), per quattordici danzatori su musiche di Astor Piazzolla; Trois Gnossiennes (1982) su musiche di Erik Satie; Sarcasmen (1981), apice di tensione erotica sulle note di Sergej Prokof’ev; fino a Grosse Fuge (1971), considerato da molti il suo capolavoro. Su musica di Beethoven, il balletto mette in scena coppie travolte da una relazione di attrazione e dipendenza, in un’estetica minimalista e concettuale: uomini a torso nudo con lunghe gonne nere e donne in aderenti tutine bianche, immagini ormai iconiche del suo stile.

Autore, come si diceva, di oltre 125 balletti per più di cinquanta compagnie in tutto il mondo, van Manen non ha mai affrontato una creazione a serata intera. Come lui stesso dichiarava:

«Se devo raccontare storie complete sono un disastro (…); preferisco narrare in sintesi per poter essere il più preciso possibile».

Una poetica della concentrazione e dell’essenzialità, che ha segnato profondamente il suo linguaggio.

Negli anni Settanta, tra una rivoluzione e l’altra, si lasciò affascinare anche dalla sperimentazione tecnologica, dando vita a lavori come Mutations (1970) e Live (1979), in cui una danzatrice veniva ripresa e proiettata in tempo reale. Centrale fu inoltre il sodalizio artistico con l’illustratore e fotografo Jean-Paul Vroom, artefice di gran parte delle messe in scena dei suoi lavori, caratterizzate da un raffinato estetismo spesso attraversato da un sottile, quasi erotico, senso dell’umorismo.

Grosse Fuge © Angela Sterling

Non meno importante la sua passione per la fotografia, che lo portò ad affermarsi anche come fotografo professionista insieme al compagno e collega Henk van Dijk. Spesso utilizzando i propri danzatori come modelli, van Manen continuò così a cesellare il linguaggio plastico e corporeo anche fuori dalla scena, ribadendo fino all’ultimo la sua visione rigorosa, sensuale e profondamente moderna della danza.

Ritratto di Hans van Manen 1979 – Robert Mapplethorpe, Rijksmuseum, Amsterdam.Bro

Foto di Angela Sterling e Hans van Garritsen

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