Addio a Edith Eger, la ballerina di Auschwitz

Sopravvissuta all' Olocausto e diventata psicologa, ha insegnato al mondo come trasformare il trauma in forza interiore e possibilità di scelta

di Fabiola Di Blasi
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La notizia della morte di Edith Eva Eger segna la scomparsa di una delle voci più autorevoli e profonde nella riflessione sul trauma, la resilienza e la libertà interiore. La sua vita, attraversata da uno degli eventi più tragici del Novecento, si è trasformata in una testimonianza concreta della capacità umana di sopravvivere, ricostruirsi e aiutare gli altri a fare lo stesso.

Nata il 29 settembre 1927 a Košice, allora parte della Cecoslovacchia (oggi Slovacchia), in una famiglia ebraica ungherese, Eger crebbe in un contesto segnato da tensioni e odio antisemita. Durante l’adolescenza coltivò una passione per la ginnastica e la danza, che avrebbero avuto un ruolo simbolico importante nella sua esperienza nei campi di concentramento. Nel 1944, in piena Olocausto, fu deportata insieme ai genitori e alla sorella Magda nel campo di sterminio di Auschwitz. All’arrivo, i genitori furono immediatamente eliminati nelle camere a gas, mentre Edith e la sorella vennero selezionate per il lavoro forzato.

Uno degli episodi più noti della sua esperienza da cui deriva il titolo del suo libro più famoso (La ballerina di Auschwitz di cui abbiamo già scritto) riguarda il momento in cui fu costretta a danzare davanti a Josef Mengele, il medico delle SS responsabile di selezioni e sperimentazioni disumane. Eger raccontò di aver trovato in quell’atto una forma di resistenza interiore: pur in condizioni di totale privazione, riuscì a preservare uno spazio di libertà mentale.

Dopo Auschwitz, Edith e Magda furono trasferite in altri campi di lavoro forzato, tra cui Mauthausen, e sopravvissero fino alla liberazione nel 1945. Alla fine della guerra, entrambe si trovavano in condizioni fisiche estremamente gravi. Il ritorno alla vita civile non fu immediato né semplice: come molti sopravvissuti, Eger dovette affrontare il peso del trauma, del lutto e della perdita.

Nel 1949 emigrò negli Stati Uniti, stabilendosi inizialmente in Texas. Qui intraprese un percorso di studi che la portò a conseguire un dottorato in psicologia clinica presso l’Università del Texas a El Paso. La sua carriera professionale si sviluppò soprattutto nel campo della psicoterapia del trauma, dove si specializzò nel trattamento di disturbi legati a esperienze estreme, come il disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Lavorò a lungo in California e collaborò anche con l’Università della California a San Diego, diventando un punto di riferimento per pazienti e colleghi.

La notorietà internazionale arrivò in età avanzata, con la pubblicazione del libro La ballerina di Auschwitz (titolo originale The Choice), un memoir in cui intreccia la propria esperienza nei lager con la sua attività di terapeuta. L’opera non è solo una testimonianza storica, ma anche una riflessione profonda sulla libertà interiore: secondo Eger, non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere come rispondere.

Nei successivi libri, tra cui La scelta di Edith e Il coraggio di rinascere, Eger ha sviluppato ulteriormente questi temi, offrendo strumenti psicologici e racconti clinici per aiutare le persone a superare traumi, sensi di colpa e blocchi emotivi. Il suo approccio integra elementi della psicologia cognitivo-comportamentale con una forte componente esistenziale, centrata sull’assunzione di responsabilità e sulla possibilità di trasformazione. Il suo messaggio insiste sulla capacità di ciascun individuo di trovare un significato anche nelle esperienze più dolorose, senza negarle.

La sua morte, avvenuta a 98 anni nella sua casa in California, vicino a San Diego, chiude una lunga esistenza dedicata non solo alla sopravvivenza, ma alla comprensione e alla cura delle ferite psicologiche. La sua eredità resta viva nei suoi libri, nei suoi pazienti e nel contributo che ha dato alla psicologia del trauma.

Edith Eva Eger ha rappresentato una figura rara: una testimone diretta della storia che è riuscita a trasformare la memoria del dolore in uno strumento di conoscenza e aiuto per i giovani. La danza è stata sempre per Eger una metafora potente: la possibilità di scegliere, anche nelle condizioni più dure, come muoversi dentro la propria vita. Non una fuga dal dolore, ma un modo per attraversarlo senza esserne definiti.  Il suo lavoro continuerà grazie alla The Edith Eger Foundation. La sua storia  ha ispirato anche un docufilm “Edith – Una ballerina all’inferno” (2022), diretto da Marco Zuin premiato al Giffoni Film Festival.

Photo Jordan Engle

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