Rubriche Setteotto

“Vivi il movimento, non il suo riflesso”. Lia Courrier

In quasi tutte le sale di danza è presente un grande specchio che occupa una o più pareti. Sebbene si tratti di un elemento d'arredo estremamente elegante, che apre lo spazio dando l'impressione che la stanza sia grande il doppio, lo specchio non se ne sta lì per la sua bellezza, ma perché i danzatori lo utilizzano.

Quando il maestro spiega gli esercizi, per esempio, o quando un coreografo crea sequenze per i suoi danzatori, per convenzione si posiziona di fronte allo specchio, che viene considerato la direzione principale verso cui rivolgersi, dando le spalle al gruppo. Grazie allo specchio è possibile per gli allievi osservare il maestro sia da dietro che dal davanti, permettendo una visione totale del corpo di chi conduce, essenziale per comprendere meglio il materiale coreografico proposto. Ugualmente il maestro, o il coreografo, può usare lo specchio per vedere cosa accade dietro di sé, dando le correzioni anche mentre danza davanti al gruppo. Ma questo elemento ha anche un'altra importantissima funzione: tramutare il nostro osservatore interno in osservatore esterno, fornendolo di un paio di occhi da cui osservare, cioè i nostri, per correggerci da soli mentre danziamo. È uno dei tanti strumenti di cui disponiamo, insomma, ma è molto difficile utilizzarlo nel modo corretto, riservandogli il posto che gli spetta e che certamente non si trova in prima fila.

Lo studio e la pratica della danza ci pongono quotidianamente di fronte ai nostri limiti e con questa premessa può capitare che uno dei peggiori nemici del danzatore, il giudizio, faccia capolino. Non parlo solo del 'Sé giudicante', che già da solo sarebbe sufficiente a rovinare la festa, ma anche del giudizio degli altri, che in certe situazioni può diventare una minaccia percepita alla nostra libertà di espressione, togliendo sicurezza in noi stessi. In fondo la modalità con cui si svolge una lezione di danza è molto simile a certe dinamiche della scena: si fa la sbarra tutti insieme, ma poi quando si va in centro, dove per ragioni di spazio è spesso necessario dividersi in gruppi, una parte della classe diventa spettatore di chi in quel momento sta eseguendo l'esercizio. Gli sguardi degli altri possono divenire subdolamente invadenti per chi sta vivendo un momento di insicurezza o di estrema autocritica nei confronti del proprio lavoro.

Non sempre, in effetti, abbiamo una visione di noi stessi pienamente aderente alla realtà, né siamo davvero consapevoli di cosa il nostro corpo realmente comunica agli altri. Bisogna essere dei danzatori maturi e centrati per accettare la propria danza esattamente così com'è, comprendere come valorizzarla, senza critiche e giudizi autodistruttivi, usando lo specchio in modo equilibrato nel proprio lavoro quotidiano, senza dipendere da ciò che il nostro sguardo coglie nell'osservare la propria immagine riflessa. Personalmente preferirei non averlo in sala, per permettere ai danzatori di sentire il movimento dall'interno, senza questo bisogno di ricevere continue conferme da quelle occhiate fugaci, che frammentano l'attenzione e disturbano l'integrazione del corpo che danza. Anche perché, diciamolo, lo specchio ci rimanda un solo punto di vista, il nostro, si tratta di una visione parziale e incompleta, mentre invece la sensazione sentita del corpo che si muove è totale e sincera.

Il rapporto di amore e odio nei confronti dello specchio è un problema molto diffuso e spesso irrisolto, in particolare nelle lezioni di danza classica, forse perché si tratta di un linguaggio che parte dalla forma, dal risultato estetico, almeno ad una prima, superficiale analisi, quindi non ci si sente invitati all'introspezione nei riguardi della drammaturgia del corpo. Molti danzatori non si accorgono neanche della loro dipendenza dallo specchio, anche in situazioni nella quali dubito fortemente che riescano a vedere alcunché, per esempio durante il tempo di volo di un salto, quando l'unica cosa che può essere catturata dalla retina è una macchia fugace e amorfa. Quando vedo eseguire il piquès in primo arabesque, con la testa rivolta lì dove la tecnica lo richiede, ma con l'occhio che rimane incollato lo specchio, urlo: "piccioniii!!" perché quella pupilla fissa e vuota mi ricorda lo sguardo dei volatili, che hanno gli occhi di lato e sempre spalancati. Altre volte invece vedo movimenti assolutamente corretti, ispirati, pieni di una perfetta tensione, che si sgretolano non appena ci si guarda allo specchio, e l'immagine riflessa risveglia inesorabilmente il Sé giudicante che se ne sta sempre acquattato da qualche parte pronto a sferrare una zampata, con la conseguenza che, nel tentativo di mettersi a posto per rispondere ad una estetica preconfezionata, quel movimento così perfetto e puro perde totalmente di intensità. L'azione di guardarsi costantemente allo specchio, per controllarsi e mettersi a posto secondo quel suo sguardo piatto e senza volume, è ripetitiva e priva di creatività, e non dovremmo lasciargli più spazio di quello che si merita. Liberiamoci da ogni idea preconcetta sul movimento, e lasciamo che i nostri corpi vivano appieno la gioia e la pienezza di un arabesque che si sviluppa tridimensionalmente nello spazio, senza doverci sempre preoccupare di come apparirà dall'esterno. Nessuna finzione è interessante nella danza, solo la verità, anche se soggettiva, rende un movimento capace di risuonare nello spazio in modo significativo.

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