Finchè c'è tango c'è vita Rubriche

Torna Vittoria Maggio con “Finché c’è tango c’è vita”: l’avventura di un fotografo

Finche c'è tango c'è vita questa settimana ruba il titolo al racconto di Italo Calvino, pubblicato nella raccolta “Gli amori difficili” nel lontano 1970, che offre ancora spunti di riflessione e una visione moderna di quella che oggi viene definita iperfotografia.

“L'avventura di un fotografo” è un breve racconto con protagonista  un uomo che parte da una posizione di totale rifiuto dell'abitudine di fotografare tanti istanti della propria vita che inizia in quegli anni. Arriva poi a una scelta opposta, consapevole e determinata di fotografare ogni minimo secondo della vita della sua amata, fino a imprigionarla in un ossessivo sguardo indagatore della sua quotidianità e al paranoico finale che lo vede fotografare le stesse fotografie che ritraggono la loro ormai finita storia d'amore.

In milonga ogni tango è un momento d'amore condiviso con la persona con cui stiamo ballando e  non c'è milonga che non abbia il suo fotografo che col suo sguardo digitale immortala ogni sera quell’amore di pochi minuti,  quell’abbraccio, quel sorriso, quella concentrazione, quelle scarpe, quel passo ….

In ogni città abbiamo un buon numero di fotografi cui noi tangueri siamo molto affezionati; alcuni di loro sono anche timidi ballerini ed é bello vederli a volte scendere in pista e magari essere fotografati nel loro tango da uno di noi più esperti tangueri.

È un gioco di specchi, come la foto del nostro articolo di oggi, dove vedete uno specchio che riflette  un passo che viene ritratto dal fotografo nascosto e  rannicchiato nel suo angolo.

Il fotografo tanguero, che difficilmente vive del suo essere fotografo, ama il tango tanto quanto noi e immortala attimi, luci ed ombre, figure intere che si corteggiano, si abbracciano.

Con noi condivide la stessa passione, con noi crea un dialogo di tacito e mutuo accordo.

In questo dialogo, fondamentale per creare lo scatto da ricordare,  a volte non è chiaro se il fotografo sia colui che impugna la sua macchina fotografica o il tanguero che lo osserva: il gioco dello specchio li unisce nel loro tango di “click”.

A volte il fotografo del tango ha la sua “musa della serata”, dama o cavaliere che più lo ispira e, come ogni artista trova in quella donna o in quell'uomo qualcosa in più o di diverso in una sua determinata  espressione, in una sequenza, in un movimento, di cui cogliere l'attimo.

Il fotografo cerca di nascondersi alla vista di noi tangueri: ogni tanto ci chiediamo dove sia, perché sappiamo che c'è, che ci sta guardando col suo occhio digitale, con la sua mirada che fermerà il nostro momento. Il suo sguardo è nostro amico.

In milonga sappiamo quanto lo sguardo sia importante: si invita con lo sguardo, si guardano gli altri ballare, si guarda se gli altri ci stanno guardando… ma lo sguardo più indagatore e realistico che fonda la soggettività con l’oggettività è proprio quello del fotografo. Per lui è sempre una nuova avventura, una nuova ricerca perché sa che quello che si aspettano i tangueri l'indomani della serata è proprio lo scatto fotografico, testimone concreto di quel momento, dell'essere stati lì, fermati in quella emozione che forse non si ha avuto il tempo di assaporare li ed ora.

Questo forse il significato della nostra ansia iperfotografica moderna anche nel  ballare il tango e condividerlo su un social per mostrarlo, quasi a rassicurarci del nostro esistere.

Non sto certo criticando questa abitudine, sono io la prima a cercare la mia immagine nel set fotografico della milonga ballata: amo i fotografi che più entrano in armonia con le mie corde, quelli che con la post produzione magari ritagliano e sanno esaltare qualcosa di me che ancora io stessa non so o di cui non mi sono accorta.

Non posso fare a meno però di chiedermi quale sia il bisogno che ci spinge a cercare lo sguardo del fotografo per poi vedere immortalato il nostro abbraccio in quel tango.

Una volta ci fotografavamo solamente nei momenti importanti e cardini della nostra vita, oggi qualsiasi istante che viviamo vogliamo fotografarlo e condividerlo. Se morissimo oggi, avremmo sicuramente una freschissima foto aggiornata da … condividere al cimitero!

Chissà, forse la risposta è proprio questa: forse non è solo questione di  ipernarcisismo di cui sicuramente siamo vittime digitali…. Forse il nostro bisogno di fotografarci sempre e condividere con gli amici è l'unico modo di affermare la nostra esistenza in un mondo dove l'esistere è ormai legato a un attimo, lo stesso attimo in cui puoi non esserci più.

E allora ben venga lo sguardo del fotografo anche nel tango, che come specchio di noi stessi cerca la nostra anima, la coglie, la fissa e in poche ore ce la riconsegna, in bianco nero o a colori, in un classico smartphone 6×9… già perché non le stampiamo nemmeno più le foto, anzi le archiviamo nelle nuvole: le usiamo,  le consumiamo, le dimentichiamo.

Però se ci rubano il telefonino con le immagini della nostra vita dentro, impazziamo, ci sentiamo perduti….come se avessimo perso la nostra vita…. Speriamo che il nostro fotografo del tango le abbia archiviate meglio di noi!

Come sempre  buon Tango a tutti, a chi lo balla, a chi inizierà a ballarlo, a chi lo ascolterà oppure lo guarderà, a chi lo ama e a chi lo rifiuterà e male ne parlerà … A chi vive insomma perché Finché c'è tango c'è vita!

Un abbraccio!

Crediti fotografici: Antonio Tomasino

 

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