Rubriche Setteotto

“SetteOtto”: Lia Courrier e Il VERO nuovo anno

Ogni passaggio al nuovo anno è tempo di bilanci. No, non preoccupatevi, non vi tedierò con un mio resoconto personale di scarso interesse, piuttosto vorrei concedermi una riflessione di ampio respiro sulla condizione dell'insegnamento della danza in Italia, argomento che ritorna prepotentemente in ogni  discussione tra colleghi e a cui io sento il dovere di dare una voce.

Nonostante i problemi nel nostro settore siano veramente tanti e gravi, siamo comunque afflitti da quella tendenza tutta italiana a scaricare la patata bollente, incolpando sempre a qualcun altro: le Istituzioni, lo Stato, la Politica e chissà che altro. Certo, è palese il modo in cui siamo praticamente invisibili per questi organismi, con la questione monopolio dell'Accademia Nazionale di Roma che pende sulle nostre teste  bloccando ogni possibile movimento verso il riconoscimento della figura dell'insegnante di danza, anche se pare che un piccolo spiraglio si stia aprendo, con l'equipollenza alla laurea per le scuole di cinema e audiovisivo, teatro, musica, danza e letteratura “di rilevanza nazionale” (scrivo tra virgolette perché questa dicitura apre spazio alle più svariate interpretazioni). Non c'è molto da stare allegri comunque, se pensiamo che nel resto d'Europa da tempo esistono strutture formative nelle quali è possibile conseguire una laurea in danza, ma meglio tardi che mai, come si dice. Quello su cui vorrei spostare la discussione, però, riguarda più la consapevolezza della nostra posizione, il luogo in cui abbiamo scelto di posizionarci nei confronti del nostro ruolo nella società e delle istituzioni, della danza e dei colleghi. Mi chiedo spesso il perché della nostra invisibilità, nonostante rappresentiamo un piccolo esercito in termini numerici, del poco rispetto che riceviamo come lavoratori, del fatto che la maggior parte delle persone pensano che il nostro sia un lavoro facile, che può fare chiunque, del perché siamo arrivati al punto in cui non esiste più una distinzione reale tra chi ha fatto dell'insegnamento della danza una scelta di vita e chi invece lo fa senza avere una vera motivazione o competenza, con la conseguenza di ritrovarci tutti in un caotico calderone, nel quale spesso gli allievi non riescono più neanche a riconoscere le qualità di un maestro.

La Costituzione Italiana, all'articolo 33, dice che “l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento”, e questo certamente non ci ha mai aiutati nel processo verso un riconoscimento della nostra posizione, però è anche vero che, laddove non arriva la politica, le cose possono cambiare a partire dal basso, anzi molto spesso la politica agisce proprio per affermare sulla carta un cambiamento già avvenuto nella società o in un suo specifico ambito. Quindi mi chiedo e vi chiedo: chi siamo noi? Che responsabilità abbiamo in tutto questo? Siamo davvero una categoria? Abbiamo una visione a lungo termine? Personalmente, arrivata a 40 anni, non trovo molto confortevole ritrovarmi a firmare contratti che non sono coerenti con la mia figura e con il mio lavoro o di non poter mai avere la possibilità di una assunzione regolare, di certo non per colpa dei datori di lavoro, che cercano solo di far sopravvivere le proprie realtà, costate anni di duro lavoro. Le scuole di danza in Italia sono tante, aumentano di giorno in giorno, luoghi di aggregazione e di studio, soprattutto per prima, seconda infanzia e adolescenza, spazi in cui le persone vengono aiutate a esprimere sé stesse, che offrono un servizio importante al cittadino ed alla comunità.  Non siamo poi così invisibili.

Il nostro VERO nuovo anno sarà quel tempo in cui potremo avere un conforme contratto di assunzione nelle scuole di danza che ci ospitano, all'interno delle quali nutrire idee e progetti insieme a chi dirige la struttura, senza ritrovarsi sempre sull'orlo del baratro fino a settembre, vivendo una semplice influenza come un crollo finanziario. È così che potremo finalmente sentirci riconosciuti, parte di un tessuto sociale e culturale che ci accoglie e con il quale interagire. Per fare questo però è necessario lavorare sul substrato intellettuale che ci compete, composto non solo dai contenuti e dalla preparazione tecnica, sicuramente importanti, ma a monte, da una profonda analisi sulla nostra identità di formatori coreutici, individuale e collettiva. Credo sia proprio arrivato il momento di cominciare una discussione seria e condivisa per individuare dei punti fermi irrinunciabili che possano identificarci, nei quali riconoscerci, poiché se noi per primi non sappiamo chi siamo e dove vogliamo andare, come possiamo aspettarci che qualcun altro lo faccia al posto nostro?

In passato alcuni di noi hanno tentato di muoversi in questa questa direzione: sono state lanciate petizioni, indette tavole rotonde, coordinamenti, riunioni, ma pare proprio che la componente personalista della nostra indole profonda l'abbia avuta vinta finora, lasciando cadere nel vuoto gli sforzi di pochi, che da soli non sono riusciti a diventare massa critica. Il modello economico capitalista, nel quale questo paese è ancora tristemente invischiato, si lascia sedurre dalla proprietà privata, dal timore della concorrenza, dall'essere 'imprenditori di sé stessi', ma io sono convinta che per costruire un futuro migliore, non tanto per noi, perché il cambiamento richiesto sarà lungo, quanto per la Danza e per tutti coloro che la praticheranno, è indispensabile agire collettivamente, e farlo subito, perché il lavoro da fare è veramente tanto, e soltanto insieme possiamo compiere questo passo. Di danza, ovviamente.

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