Rubriche Setteotto

Sei emozionata?

Eccoci al termine di questo breve ciclo di articoli tematici che precedono la prima presentazione della raccolta dal titolo ‘in viaggio con la danza’, che avrà luogo a Milano, sabato 29 Aprile 2017, negli spazi di Open|More Than Books, in viale Montenero al civico 6, a partire dalle ore 16,00.

Parlo di ‘prima’ presentazione perché ne sono previste altre anche fuori Milano, anzi, approfitto di questo spazio per ringraziare tutte le scuole che ci hanno contattato per organizzare un incontro con l’autore nei propri spazi, sarò molto felice e onorata di presenziare a tutti gli appuntamenti.

Molti amici mi hanno chiesto se sono emozionata all’idea di questo evento.

D’impatto ho risposto che si, certo che lo sono, per poi osservare questa emozione più attentamente, rendendomi conto di quanto sia diversa da un’altra, che similmente precede un evento speciale, ma a me più familiare: quella che si prova prima di uno spettacolo.

Ho sempre percepito le energie che si muovono dietro alla scena in qualche modo tossiche per la mente e per il cuore. Quel tempo indefinito e indefinibile prima di varcare la soglia delle quinte, sempre così denso e intenso, l’elettricità che monta progressivamente all’avvicinarsi dell’ora del sipario, il nervosismo e l’adrenalina, la paura di non essere all’altezza, quell’inevitabile sensazione di non essere mai  davvero pronti. Tutto ciò che per la maggior parte dei danzatori rappresenta l’aspetto più esaltante del nostro mestiere, per me è sempre stato fonte di grande stress, preferendo di gran lunga la fase delle prove, dove non c’è ancora nulla di definito e ogni giorno si è illuminati da qualche nuova intuizione che rimette tutto in gioco. Il periodo delle prove è come la primavera della creazione artistica: tutto è leggero e profuma di fresco, la vita nasce e germoglia ovunque e il danzatore, come una apina operosa, è libero di saltare da un fiore all’altro e provare tutto ciò che gli appare come degno di attenzione. C’è tempo per scartare ciò che non serve, per tentare più strade, per avere ripensamenti, per ricominciare da zero, in ogni momento. Le prove sono un campo di infinite possibilità, perché contengono ancora una buona percentuale di vuoto, mentale e spaziale, ancora in fase potenziale.

Poi lo spettacolo prende una forma definitiva, lo si capisce quando oramai quella soglia è già stata oltrepassata: si tende a definire maniacalmente ogni dettaglio, cercando di ripeterlo sempre uguale a sé stesso; non esiste più nessuno spazio vuoto, tutto è stato deciso, ciò che accade non è più una sorpresa, ma comincia ad assumere i rassicuranti ma noiosissimi toni della routine e quindi è necessario cercare un modo per ritrovare ogni giorno la freschezza iniziale, in quelle azioni che hai eseguito già milioni di volte. In questa fase la danza non è più davvero libera di esprimersi, ma deve essere incanalata su una strada ben precisa, praticata fino allo sfinimento, senza poter prendere iniziative, per non destabilizzare gli altri o tradire la drammaturgia.

Per me da questo momento in avanti lo spettacolo è già come se fosse morto in qualche modo, nella mia esperienza è qui che comincia una notevole perdita in vitalità e onestà, per approdare al mero esercizio tecnico. Questo mi ricorda quegli album di disegni da colorare, dove i contorni neri, belli spessi, sono un chiaro invito a non oltrepassare la linea con la punta del pennarello. Se sei bravo alla fine avrai disteso il colore per bene all’interno degli spazi preposti, ma non avrai potuto davvero seguire il tuo istinto. Non fino in fondo, intendo. Anche come spettatrice percepisco chiaramente questa dimensione, quando presente,  in tutto ciò che vedo e apprezzo molto quando ho la possibilità di ammirare una danza che conserva il proprio nucleo vitale e vibrante anche alla milionesima replica. Bisogna proprio essere bravi per poter dare vita ad una simile magia, è questo per me il vero virtuosismo.

Forse per questo alla fine, un po’ inconsapevolmente a dire il vero, ho scelto di insegnare danza e non di danzare, proprio perché la scena, in fin dei conti, non è la dimensione in cui la mia personalità si esprime al meglio. In una sala con gli allievi, invece, l’atmosfera è totalmente diversa, siamo lì per studiare e per indagare, per dedicarci all’analisi dei movimenti e a come poterli eseguire al meglio delle nostre possibilità. Tutta quella matassa di emozioni per stomaci forti è ben lontana da questo luogo protetto e io posso godermi la danza senza che nulla possa inquinare la gioia pura e l’amore che nutro per questa arte.

A pensarci bene, quindi, la risposta alla domanda dovrebbe essere: si, certo che sono emozionata all’idea di presentare il mio libro alla piccola comunità di danzatori e insegnanti con cui sono in contatto, ma si tratta comunque di un’emozione assolutamente gestibile e piacevole da provare. Nessuna ombra: il libro è già stato scritto e stampato, anche volendo non potrei più apportare la benché minima variazione a ciò che vi è contenuto, quindi posso anche deporre gli strumenti e lasciarmi coccolare da tutti coloro che saranno presenti, senza preoccuparmi che il libro possa cadere, sbagliare un passo, inciampare, o che le lettere aggrappate alle pagine possano all’improvviso, per un incidente, scivolare giù tutte insieme.

Nulla di tutto questo potrebbe mai accadere.

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