Finchè c'è tango c'è vita Rubriche

Pichuco: “Per me il Tango è il suono del mio cuore…”

“… il Tango non lo si può conoscere: lo si sente o non lo si sente, ma non riuscirei a dire ciò che è tango… Per me il Tango è il suono del mio cuore, della strada dove vivo, dello sguardo di chi ho incontrato ed essendo una musica popolare è fatta di emozioni e di sentimenti e questi non si possono mettere sulla carta…

il Tango viene da lontano, non parlo del secolo scorso, viene da molto più lontano. Nasce da quelle emozioni primitive che l’umanità, per quello che osservo e sento dire, non ha mai saputo né cancellare, né controllare: l’infelicità, la paura, la tristezza, il senso di mancanza, la nostalgia, la difficoltà di amare, il dolore, ma anche la rabbia, la violenza, il coraggio …”

Finche c’è tango c’è vita prende a prestito oggi le parole di un personaggio non meno noto di altri, ma meno “consumato”,  meno “utilizzato” di altri, un artista poliedrico e un talento nato: Anibal Troilo.

Narra la leggenda che il piccolo Troilo, ribattezzato dal papà “Pichuco”,  il nomignolo di un amico che si porterà poi appresso “Toda una vita”, cresce vivendo per strada al 3280 di Calle Soler e come tanti altri bimbi ama giocare a pallone.

Un giorno Pichuco scaglia il pallone dentro una vetrata di un Caffè. Corre a scusarsi, ma da lì non esce più, da lì cambia la sua vita poiché nel caffè ci sono tre signori, tre musicisti all’opera: uno di loro suona un oggetto strano, uno strumento mai visto e con la tipica curiosità dei bimbi ne rimane rapito e affascinato.

Rimane ad ascoltare il suono del bandoneon per ore e alla sera quando torna a casa gioca col suo cuscino fingendo di farne uscire lo stesso suono.

Chiede alla mamma di regalargliene uno e pensando sia un giocattolo, la donna glielo promette. Scopre poi che è uno strumento musicale dal costo importante e pur di accontentare il figlio fa enormi sacrifici per riuscire a pagare le rate pattuite.

Pichuco iniziò così a 8 anni a suonare quel bandoneon da cui non si separerà mai più: Juan Amendolaro fu la persona che lo introdusse ai segreti dello strumento ma dopo circa 6 mesi il maestro lo abbandonò poiché non aveva più nulla da insegnargli e Pichuco continuò lo studio e la sua evoluzione come bandoneonista autodidatta.

La prima esecuzione in pubblico fu a soli 11 anni e a 14 ebbe l’idea di formare il suo quintetto musicale. Poi la sua favola è tutta in ascesa fino alla conquista del titolo di  “El Bandoneón de Buenos Aires”.

Troilo fu anche compositore e scrisse numerosi celebri tanghi: “Toda mi vida”, “Barrio de tango”, “María”, “Sur”, “Romance de barrio”, “Discepolín”, “Responso”, “Patio mío”, “Una canción”, “Desencuentro”… e a lui si deve il successo di uno dei brani più famosi nel repertorio di musicisti e di ballerini.

In ogni spettacolo di tango, generalmente nel finale, non manca mai un brano dal titolo emblematico “Quejas de bandoneon”… lamenti di bandoneon…si perché il suono di questo strumento è un po’ come un lamento, come una lunga eterna sofferenza che a tratti si spezza e chissà forse cessa per un respiro di serenità, per poi trovarsi nuovamente nelle dolenti note della sua musica o della vita stessa.

“Quejas di bandoneon” è stato scritto nel 1918 da Filiberto ma per varie ragioni solo con l’esecuzione del 1944 di Troilo trova il suo meritato successo.

Forse perché lo stile di Pitchuco  è sempre equilibrato e di buon gusto: per la sua orchestra sapeva come scegliere i migliori musicisti e cantanti che accanto a lui davano il meglio. Aveva equilibrio di forme, senso della musica e al contempo capacità  di grande espressione sentimentale: “Dicono che mi emoziono troppo, spesso e piango. Sì, è vero. Ma non faccio mai le piccole cose.” 

E sulle note di ben 6 bandoneones, ascoltiamo con le nostre emozioni la sua esecuzione di “Quejas de bandoneon”:

https://m.youtube.com/watch?v=y32Gn-Z4DFk

E come sempre buon Tango a tutti, a chi lo balla, a chi inizierà a ballarlo, a chi lo ascolterà oppure lo guarderà, a chi lo ama e a chi lo rifiuterà e male ne parlerà … A chi vive insomma perché Finché c’è tango c’è vita!

Un abbraccio!

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