Interviste

Oriella Dorella: “ho avuto una bella vita, ricca e colma di emozioni”. Seconda parte

Ci si affeziona agli artisti che s’incontrano, alle loro emozioni, e a ciò che riescono a donarti, aprendoti il cuore. La signora Oriella Dorella non si è risparmiata. Ha raccontato se stessa con tale e tanta sincerità da rendere vivi i suoi ricordi, reali le sue gioie e gli applausi ricevuti, palpabili le sue malinconie. In questa seconda parte continua il viaggio in una vita colma di bellezza, una vita “cavalcata” e mai subita, una vita ricca e..dolce.

Parlava di Mario Pistoni, suo partner e coreografo de “La Strada”. Che rapporto ha avuto con i danzatori che l’hanno accompagnata sulla scena?

Sono sempre stata molto pretenziosa ed esigente. In scena ho sempre dato tutto. Ambivo alla perfezione. Tanto pretendevo da me stessa, quanto da chi mi stava accanto. Non sono stata semplice da gestire e me ne rendo conto. Ma per fortuna ho avuto partner straordinari. Complici negli sguardi, nell’enfasi, nelle emozioni che si vivevano. Non ho mai amato i divi. E non li amo tuttora.

Altro ruolo in cui è spesso stata identificata è Caterina de “La bisbetica domata”. Altro personaggio che sembra esserle stato cucito addosso. 

Da bambina, come le dicevo prima, danzavo nell’aia con gli abiti di seta delle zie e poi mettevo i pantaloncini, correvo in bicicletta senza mani, giocavo a palla e mi comportavo come un maschiaccio. Gelsomina è la bimba dei prati, che raccoglieva fiori, Caterina è la ragazzina che correva in bici, passava col semaforo rosso, provocava il vigile del paese facendogli i dispetti. Sono sempre stata una provocatrice. Trovo sia un modo per misurarsi.

Mi spiega perché?

Se io ti stimolo, la tua reazione stimola me. Se una persona o una cosa non m’interessa, non mi spendo in alcun modo. Dall’interesse o dalla curiosità, nasce la provocazione.

Come si relaziona nei confronti di ciò che le è capitato nella vita? Quando guarda al suo passato così pieno e ricco come si sente?

Tutto è avvenuto perché doveva avvenire. Sono stata fortunata, ma al contempo caparbia e determinata. Ho avuto una vita a tratti difficile, ma tolta la malinconia, la solitudine di alcuni momenti, la tristezza, mi sento una persona ricca. Ricca perché  ho vissuto grandi emozioni, anche dolorose. Mi sono assunta immense responsabilità, verso me e verso gli altri. Ho rinunciato a un pezzo di carriera che poteva essere molto interessante e duratura. Ma ho scelto. E non lo rinfaccio a nessuno. Oggi se mi guardo allo specchio, sono serena. Ho avuto una vita bella. Piena di fortuna e di certo, colma di emozioni infinite.

Quando va ad assistere alla rappresentazione di balletti che lei ha interpretato nella sua carriera, come si pone?

Sto male quando li vedo ballati male o quando la coreografia non è fedele all’originale. Ma se lo spettacolo è di qualità, provo solo gioia e applaudo fino a che le mani non mi fanno male. Mi rende felice vedere bei ballerini, ragazzi giovani con talento da vendere e balletti ben fatti. Non sono legata al ricordo del passato, all’applauso, al palcoscenico. Sono orgogliosa di ciò che ho fatto, ma vivo il presente.

Il nome di Oriella Dorella è legato anche a felicissimi trascorsi televisivi. Com’è arrivata un étoile scaligera al mondo della TV?

Mi trovavo al Festival di Spoleto. Danzavo un passo a due bellissimo su “Notti trasfigurate” di Shoenberg, con la coreografia di Jeffrey Coley. Il balletto fu montato in un giorno e mezzo. Non avevo neppure il costume, tanto è vero che indossai un abito rosso che mi prestò una mia collega. Vinsi il festival. A settembre doveva partire una trasmissione televisiva di Boncompagni, il quale voleva una prima ballerina. Chiese a Vittoria Ottolenghi un consiglio. E lei, che mi aveva visto a Spoleto, propose me. Mi chiamò alle nove di sera. Alle otto e trenta del giorno dopo dovevo trovarmi a Roma. Partii senza pensarci un attimo. Mi presentai a Boncompagni struccata, con un cappotto di lana in stile impero, stanca e sfinita dal viaggio e dalle interminabili prove in Scala dei giorni precedenti.  Boncompagni, inizialmente poco convinto, mi diede in mano a Luca Sabatelli. Facemmo due ore di prove con Enzo Paolo Turchi che si occupava delle coreografie e registrammo. Il programma era “Dream”. E fu un successo. Ecco, se posso ritenermi orgogliosa di qualcosa è decisamente il coraggio. Non mi è mai mancato.

Si vede come coreografa?

No, assolutamente. Non mi riconosco alcuna capacità creativa. Ho fatto talmente tante cose nella mia vita che una coreografia, probabilmente, uscirebbe fuori. Ma non è per me. Piuttosto amerei fare il ripetitore delle prime parti. Scavare nelle persone e tirar fuori le emozioni necessarie per interpretare un ruolo. Mi torna nuovamente alla mente Robert Strainer. Ricordo che stavamo provando la pazzia di Giulietta. Conclusa la prova mi disse: “Bello, ma non ci ho creduto”. Oppure: “Quella camminata è troppo nervosa, la bocca troppo poco aperta, l’impeto della corsa non va bene”. Un uomo dolcissimo che ti donava tutto se stesso e insinuava in me il dubbio della verità di ciò che facevo. Questi sono i ripetitori e questo mi piacerebbe fare.

Come Oriella Dorella, oggi, definirebbe se stessa?

Noi siamo il frutto del nostro passato. Oggi sono una donna che ha fatto la danzatrice, caparbiamente, con colpi di fortuna straordinari che ho saputo cogliere. Da sola. E ripeto, con coraggio. Alcune scelte le ho pagate care. Ma ho ammesso i miei errori. Ho chiesto scusa, ho detto mi dispiace. Ma ho detto anche “non mi spiace affatto e lo rifarei”. Detesto la gente opportunista. Preferisco che mi si dicano le cose senza troppi giri di parole. Sono una persona molto schietta, mi rapporto sempre con chiarezza. Nel lavoro, nell’amicizia e nella mia vita privata.

Come concepisce la vita Oriella Dorella?

Amo profondamente la vita. Non la si può subire. Bisogna cavalcarla. Anche rischiando.

Tra le tante cose dette si leggono molti aspetti di lei. La forza, la determinazione, la malinconia, in alcuni casi la solitudine. Tutti aspetti che ha dentro di sé e che ha portato sul palco. Facendo la differenza.

In “Romeo e Giulietta” c’è una sequenza in cui Romeo s’inginocchia, abbracciandola, mentre lei è in piedi. Entrambi fanno un rond con la testa. Per me era scomodo perché lui l’abbraccia con veemenza e lei rischia di barcollare. Sentivo che quel gesto non mi apparteneva. Poi la vita mi ha presentato una situazione in cui ho vissuto quel momento. E ho capito. Quel passo è pura passione: la testa di un uomo si pone all’altezza del grembo di una donna. Non lo avevo mai capito. Non avevo colto il languore di quell’attimo. Se nella vita provi delle sensazioni, e non hai pudori, le porti sulla scena. E infine, le doni. Credo sia questo il senso profondo della danza. Se non avessi conosciuto e vissuto certe cose, probabilmente, avrei finto. Avrei creato dei falsi surrogati. Non ci sarebbe stata verità.

E di verità, in questa lunga intervista ne ho recepita tanta. Un fluire ininterrotto di emozioni e di ricordi. Nomi, balletti, persone che si affacciano alla memoria di chi la vita, l’ha realmente vissuta. O come dice lei, cavalcata. Oriella Dorella ha donato a me, e a voi lettori, la parte più bella di se stessa. L’artista e la persona, le gioie e i dolori. Parole che sono gioielli preziosi da custodire e farne tesoro.

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