Rubriche Setteotto

Questa è musica, bellezza! La gioia della musicalità di Lia Courrier

La musicalità è una caratteristica che amo assaporare in un danzatore.

Una capacità molto rara, devo dire, che riguarda da vicino la sensibilità e il mondo interiore di un artista, rivelando il gusto personale nel movimento.

Una volta, non molto tempo fa a dire il vero, durante le classi di balletto c’era sempre un Maestro accompagnatore che, seduto al pianoforte, suonava una musica appositamente pensata per quel particolare esercizio. La tecnologia, a parte rari casi, ha oramai sostituito questa preziosa presenza, prima con i nastri magnetici e i compact disc, e poi con lettori digitali e applicazioni musicali dedicate. Di certo queste soluzioni sono un valido strumento di lavoro, ma nulla potrà mai eguagliare il calore di quel dialogo perfetto tra pianoforte e danza, uniti da una interrelazione vivente. La musica digitale, riproducibile infinite volte, è sempre uguale a sé stessa e si impone con la sua metrica inamovibile, condizionando inevitabilmente la creatività dell’insegnante, che non può disporre della malleabilità di due mani che diteggiano sui tasti. Proprio per questo, malgrado cominci ad avere una libreria alquanto nutrita sul mio tablet, può capitare di non riuscire proprio a trovare la musica giusta per quella sequenza di salti che avevo in mente di fare, così finisco per accontentarmi di quello che c’è, ma che non sostiene il movimento come dovrebbe. A volte mi accorgo di indugiare troppo nel cercare, senza comunque trovare qualcosa di accettabile, allora può capitare che decida di azzardare, chiedendo ai danzatori di eseguire le sequenze sul silenzio, una cosa insolita per la classe di balletto. In queste occasioni, quando osservo il movimento nudo, privo dell’appoggio offerto dalle note, so che un’altra musica da lì a poco emergerà, o meglio tante diverse musiche, non sempre armoniose, sorgeranno dai danzatori stessi.

È  la musica del corpo che si mostra!

Proprio così: la danza è una musica che si guarda, un’armonia di suoni silenziosi che proviene dalla profondità sottile e poetica del danzatore, dalla sua capacità di lasciare che il corpo disegni nello spazio attraverso il tempo. Questo esperimento, che propongo sempre con rinnovata curiosità, nella sua semplicità ci mette immediatamente di fronte a due fatti importanti: primo, che il conteggio della musica è una convenzione, un modo per avere dei punti di riferimento, ma quando osserviamo quella griglia più da vicino, solo apparentemente rigida come una gabbia, ci renderemo conto che le sue maglie sono abbastanza larghe ed elastiche da poter contenere un numero considerevole di piccole sfumature possibili, giocando sui volumi e sulle sospensioni, su allungamenti e compressioni, ed è proprio attraverso queste modulazioni che ogni danzatore mostra la sua propria idea della danza. Secondo fatto: la musica che accompagna le lezioni non dovrebbe mai diventare un comodo letto su cui sdraiarsi, bisognerebbe sempre impegnarsi per sostenere la musicalità del corpo in modo autonomo e altrettanto potente.

Quando mostro le combinazioni, durante le mie classi, mi limito a spiegare le sequenze sistemando i passi ordinatamente, all’interno delle battute musicali, contando fino a otto come da tradizione, eseguendo i movimenti senza aggiungere nulla di personale, lasciando uno spazio libero in cui invitare gli allievi a cercare un proprio personale fraseggio. Non sto assolutamente parlando di permettere ai danzatori di modificare l’esercizio, adattandolo a loro piacimento, anzi, questo atteggiamento di cambiare le sequenze che l’insegnante assegna mi ha sempre dato l’impressione di una certa sciatteria nello studio, dal momento che se viene data una specifica combinazione di movimenti un motivo ci sarà. Quello di cui parlo è una ricerca più arguta e difficile: una sospensione più sentita, un equilibrio tenuto allungandosi fino alla fine della nota, un pas de bourrée rapidissimo per lasciare più tempo ad  un salto, che in questo modo sembra rimanere sospeso per aria, lavorare sui contrasti e sull’effetto sorpresa, per esaltare il potenziale comunicativo del movimento attraverso la musica.

Le possibilità sono illimitate.

Ammirare un ballerino dalla spiccata musicalità, che diviene uno strumento vibrante e risonante, capace di insinuarsi tra le pieghe delle note con fluidità, intrecciare la propria partitura per il corpo con quella consueta ‘per orecchie’, con un corpo in grado di cantare una danza piena, tridimensionale, fresca e presente nell’attimo, è qualcosa di talmente gradevole da osservare per me che, quando ho il privilegio di ammirare tutto questo, in una delle mie lezioni come sul palcoscenico, quello che mi viene sempre da pensare è: questa è musica, bellezza!

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