Interviste

Monica Perego: “si può avere solo un grande sogno nella vita, e io l’ho realizzato”

Monica

Hai avuto una straordinaria carriera, sei stata danzatrice di punta dell’English National Ballet mietendo successi in tutto il mondo, hai danzato al fianco dei più grandi ballerini. Poi la decisione di lasciare tutto e defilarti, dedicandoti alla “tua vita”. Che cosa è accaduto?

Ogni percorso deve avere, a mio avviso, un inizio e una fine. La danza presuppone una dedizione totale sin da quando si è bambini, spesso trascurando tanti aspetti della propria vita privata. Quando si diventa più grandi e soprattutto se arrivi dove sono arrivata io, totalmente appagata e felice, hai anche desiderio di una vita familiare. Così succede che cambino le priorità. Un figlio, perché è di quello che parlo, ha bisogno di una madre presente che lo cresca e che gli stia accanto. Non critico le scelte di nessuno ma io ho sentito fortissima la necessità di lasciare a casa il mio”egoismo” e pensare solo a lui.

Quali erano i tuoi sogni di bambina?

Parlare di sogni forse non è corretto. Il desiderio era quello di essere la principessa, di essere Aurora di interpretare un personaggio delle favole.

La danza ti ha scelto o sei tu ad aver scelto lei?

Credo di averla scelta io. Sin da bimba danzavo in casa. Mio padre, sportivo ancora oggi a settantasei anni, mi ha fatto provare tanti sport. Nuoto, tennis. Ma la danza è stata, da che ne ho ricordo, l’unica cosa che m’interessava.

Quando hai preso consapevolezza che, al di là della passione, la danza sarebbe diventata la tua professione?

Credo che la svolta sia stata la vittoria al concorso “Benetton Danza” che consisteva in una borsa di studio presso la Royal Ballet School. Avevo sedici anni. Prima di allora studiavo in una piccola scuola di provincia che seppur buona non mi permetteva di immaginare una carriera di tipo professionale.

Ci racconti quegli anni?

L’arrivo a Londra fu decisamente traumatico. Ero lontana dalla mia famiglia e mi sentivo catapultata nel mondo dei grandi. Sola.

Quando hai avvertito la “solitudine” e come l’hai superata?

L’arrivo a Londra fu sicuramente il primo momento in cui capii cosa si provava a sentirsi soli. Però nonostante le difficoltà, grazie anche alla presenza di due amici italiani, riuscii a superarlo.

Il periodo più brutto però corrispose con l’entrata nella compagnia dell’English National Ballet. Durante il mio secondo anno da corpo di ballo, Ronald Hynd venne a scegliere il cast della sua Coppelia. E mi scelse per il ruolo di Swanilda. Ovviamente dopo tutte le prime ballerine. La compagnia mi voltò totalmente le spalle, non mi salutarono neanche più. Ignorandomi completamente. In quell’occasione capii cosa fosse la vera solitudine. Da adulta impari a gestirla, a conviverci e forse anche, in parte, ad apprezzarla.

Dopo la Royal Ballet School sei entrata alla Birmingham Royal Ballet, poi entri nel corpo di ballo dell’English National e nel 1997 diventi principal dancer della compagnia. Te lo aspettavi?

Un po’ si…L’anno precedente alla mia nomina avevo interpretato tanti primi ruoli. Però l’emozione di sentire il proprio nome associato al titolo di “principal dancer” fu immensa. Capii che i sacrifici e i momenti di difficoltà vissuti, c’erano stati per uno scopo. Toccai il cielo con un dito.

 Oggi è abbastanza normale che un danzatore italiano trovi fortuna all’estero. Le difficoltà che il nostro paese attraversa, favoriscono “l’emigrazione” verso altri lidi. Tu sei diventata una stella italiana all’estero in tempi non sospetti. Come hai vissuto questo traguardo?

Io sono italiana e tale mi sentirò per sempre. Tant’è che dopo dodici anni a Londra sono tornata nella mia città, Monza. Di certo portare il nome dell’Italia in giro per il mondo mi ha reso orgogliosa. E molto felice.

Quali caratteristiche ti hanno resa la prima ballerina dell’English National Ballet?

 Sono sempre stata tecnicamente molto forte. Avevo bei salti e un giro molto sicuro. Ma credo sia altro ad avermi permesso di raggiungere quei risultati. Mi dicevo sempre che il 100 per cento non era abbastanza. Il massimo che puoi fare non è abbastanza. Se ti fermi, non vai oltre. Io ho sempre avuto quest’atteggiamento nei confronti del lavoro e nei confronti di me stessa. E questo ha pagato.

La signora Anna Maria Prina sostiene che i sacrifici, in questo lavoro, non esistano. I danzatori scelgono questa vita e ciò, automaticamente, esclude il sacrificio. Cosa ne pensi?

Non sono d’accordo. Di certo scegliamo questa vita ma ciò presuppone delle rinunce. E tanti compromessi. Con un’adolescenza non vissuta appieno, con affetti lontani, con una solitudine, di cui prima si parlava, che non desidereresti vivere, ma che c’è. Io rifarei tutto ma i sacrifici li ho fatti, e sono stati tanti.

Secondo te n’è valsa sempre la pena?

Io direi di sì. Non voglio vantarmi di nulla ma ho incontrato e tuttora incontro colleghi che sono ancora lì, non hanno altro e non riescono a lasciare. Ho fatto uno dei gala di addio alle scene di Alessandra Ferri. Eravamo a Tokyo e danzavo con Roberto Bolle. Ricordo che tornata in albergo dopo lo spettacolo mi son detta: “Se tutto finisse domani, sarei la persona più felice del mondo”. Che cosa puoi volere di più? Mi ritengo una persona fortunata e appagata.

Oriella Dorella mi disse: “La danza mi ha permesso di addormentarmi come Carmen e svegliarmi Gelsomina”. A te cosa ha donato la danza?

La danza mi ha dato tutto. Mi ha regalato una vita fortunata e nella maggior parte dei casi, felice. La danza è un mondo che ci racchiude e ti coinvolge. Ti coccola. E’un mondo pieno di euforia, adrenalina, voglia di vivere.

Se tu dovessi definire la “tua fortuna”..

 Innanzitutto le doti fisiche. Sono un ottimo punto di partenza. Unite all’intelligenza e all’attitudine al lavoro della danzatrice. Poi il supporto dei miei genitori. Ci sono sempre stati. Da ogni punto di vista. Quando vinsi la borsa di studio alla Royal Ballet avevo a disposizione 22 milioni di lire. 2 milioni andarono in tasse e la scuola, per un anno, costava 17 milioni. I miei si rimboccarono le maniche e mi permisero la vita in Inghilterra.

L’appoggio dei miei è stato davvero importante. Quando chiamavo a casa, in lacrime dicendo che non ce la facevo più e volevo tornare a casa, la mia mamma mi rispondeva: “Ricorda che il treno passa una volta sola nella vita, pensaci”. Ho saputo dopo che metteva giù il telefono e piangeva. Ho avuto due genitori straordinari. Il mio più grande grazie lo devo dire a loro.

Tu hai avuto la fortuna di vivere un periodo in cui la danza era ancora circondata da un alone di meraviglia. Danzatori straordinari e divi del balletto irraggiungibili che han fatto la storia. Ti mancano quegli anni?

Mi mancano molto ma un tempo la danza era una nicchia dedicata a pochi. Oggi è più alla portata di tutti. Di certo abbiam perso in qualità e forse un po’ di magia.

Raccontami la serata in cui ti sei sentita maggiormente felice.

Forse la prima volta in cui ho interpretato Swanilda, quella Swanilda di cui prima parlavo. Dopo tutto ciò che avevo vissuto, è stato un momento che non dimenticherò mai.

E quella in cui non ti sei sentita soddisfatta di te?

Quando ero all’English National Ballet facevo 200 spettacoli l’anno. Qualche serata no c’è stata. Non siamo robot e capitano i giorni difficili.

Come ti ponevi nei confronti di te stessa?

Ero spietata. Capitava che facessi un buono spettacolo ma magari compivo un paio di errori. E non riuscivo a pensare che a quelli. Con l’esperienza e la maturità ho capito che sbagliavo e ho imparato a guardare il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto.

Qual è il ruolo che hai sentito maggiormente tuo?

Tutti mi ricordano, poiché virtuosa, nel “Don Chisciotte” e “Corsaro” ma nel mio cuore c’è “Romeo e Giulietta”. E’ un ruolo bellissimo che ti permette di cambiare emozioni e vesti nel corso del balletto stesso.

Il partner che hai nel cuore?

Patrick Armand, grande personalità e bravissimo ballerino. Con lui è nata una bella amicizia. Poi Roberto Bolle. Lui è l’esempio di come il cambiamento non l’abbia scalfito. Quantità e qualità sono andati di pari passo. Uomo intelligente, umile e professionale.

Se guardi con occhi adulti la tua carriera e la tua vita fino a questo momento, cosa provi?

Mi sento felice. Appagata e fiera. E molto fortunata. Rifarei tutto, rivivrei anche i momenti difficili.

Oggi se hai un sogno, qual è?

Voglio vivere appieno la maternità. Il mio sogno l’ho già coronato. Se ne può avere solo uno così grande nella vita. Ed io l’ho realizzato.

Ti porresti mai come esempio per i ragazzi di oggi, quelli che hanno un sogno?

Forse sì. Ma non per la carriera che ho avuto. Piuttosto per la tenacia. I sogni si realizzano se realmente perseguiti. Altrimenti rimangono solo sogni, chiusi in un cassetto.

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