Rubriche Setteotto

Lia Courrier ci parla della danza e del CONI. “Siamo maestri o istruttori?”

Anche questa settimana ribadisco ancora una volta (sono tediosa, lo so) un concetto per me fondamentale e irrinunciabile: la distinzione tra una disciplina artistica come la danza ed una sportiva. Sebbene il corpo sia ugualmente impegnato in una intensa attività motoria, infatti, sono le modalità e le motivazioni a differire profondamente. Per tutti coloro che vivono la danza come me, questi sono anni difficili, poiché da tempo i tentacoli della piovra CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) hanno cominciato ad agitarsi rendendo torbide le acque, avvolgendosi attorno alla danza e al suo insegnamento, stritolandola fino a non consentirle di respirare liberamente. Sono consapevole di quanto questo sia un argomento che divide, evidenziando diversità di vedute e opinioni, ma non posso più tacere, è necessario dipanare la matassa di sentimenti che emergono ogni volta che una discussione su questo argomento si presenta tra colleghi di una certa esperienza, e che provoca un certo sconforto, uno scuotimento fin nei fondali profondi della nostra stessa identità di danzatori e insegnanti. 

Premetto che la mia analisi critica non è in alcun modo rivolta alle scuole di danza e ai direttivi, che provano semplicemente a sopravvivere in una condizione tutt'altro che facile, ma vorrei parlare a chi sta più in alto: al Ministero, che continua a rifiutarci la dignità di lavoratori concedendoci un contratto di lavoro adeguato,  congruente alla nostra figura e alla preparazione che essa richiede, probabilmente per non scomodare troppo le realtà istituzionali e il loro status. Mi rivolgo anche al CONI, che pare proprio aver individuato nel nostro settore allo sbando un possibile e allettante mercato. 

Lo smembramento culturale, sociale e di settore sta oggi raggiungendo il suo apice, ma la bella notizia è che ogni crisi si presenta in risposta ad una profonda necessità di cambiamento. Per questo sono convinta che ci troviamo ad un bivio: assistere al crollo totale, in silenzio e sperando di sopravvivere, oppure comprendere le ragioni che stanno alle origini di questo decadimento, per individuare una strada che permetta a noi e alla danza di esistere anche in futuro, senza perdere la nostra identità. Non è negativo che qualcuno finalmente si interessi a noi, dato che finora siamo sempre stati degli invisibili, ma il CONI è un organismo che attualmente non possiede le competenze necessarie per poter sopperire alle mancanze ministeriali, a cui da tempo immemore chiediamo una riforma per il riconoscimento della figura del maestro di danza. Temo, però, che non ci sia interesse in questo senso, poiché già da troppi anni osservo impotente questo preoccupante insinuarsi degli enti sportivi nell'ambito di una danza che sportiva non è, un lungo periodo in cui questa realtà non ha fatto nulla per colmare le lacune nella cultura della danza, incapace di capire in che modo questa entra nelle vite dei bambini, dei ragazzi e infine diventi una vera e propria professione. Assisto con orrore a questa progressiva ibridazione della danza con il fitness, alla danza trattata e utilizzata seguendo metodologie più consone ad un ambito sportivo che artistico, corsi di formazione per insegnanti in una settimana, se non in un week end, con rilascio di 'diplomi', ossia attestati di valore meno che nullo. In pratica l'operazione del CONI con la danza si è sempre occupata quasi esclusivamente di questioni fiscali e burocratiche, limitandosi alla consultazione di commercialisti che si sono adoperati per far entrare il pezzo quadrato nel buco rotondo. Ma così non si scalfisce neanche la superficie del problema.

Partiamo dai nostri vicini di casa: In Francia per insegnare devi essere valutato da una commissione di qualità che attesta la tua preparazione. Se non dimostri di avere lunga esperienza di insegnamento alle spalle, che ti consente di accedere direttamente all'esame finale, dovrai seguire un corso formativo che dura anni, con un programma mirato all'insegnamento. Se non superi l'esame non eserciti. Tra i colleghi ci sono detrattori che mettono in dubbio la serietà e la qualità di questa prassi, ma io credo sia una possibilità che qui non ci sogniamo neanche di avere, nella situazione ectoplasmatica nella quale ci troviamo.

Se il CONI fosse davvero interessato ad accogliere la danza, dovrebbe impegnarsi a comprendere questo mondo con cui vuole interagire, rispondendo alla domanda che si solleva, ad alta voce, da parte di chi la danza la insegna da anni con professionalità e coerenza: istituire delle commissioni di qualità formate da professionisti di grande esperienza nel settore dell'insegnamento della danza, non solo del balletto, per una regolarizzazione della figura del maestro, con riconoscimento statale, un contratto nazionale e una sanatoria per chi già ha una comprovata esperienza pluriennale nel settore. Tutto questo, ovviamente, oltre a richiedere delle competenze che attualmente non ci sono, ha un costo di cui nessuno vuol farsi carico, per questo è più facile fare leva sulla massa di lavoratori della formazione coreutica a cui questa situazione va più che bene, richiedendo un obolo per affiliarsi ad un ente in cui non ci riconosciamo e che non ci rappresenta, proponendoci corsi di formazione pensati per istruttori sportivi, con il rischio di alterare e stravolgere l'idea stessa della danza e del suo insegnamento che tra l'altro, per la Costituzione Italiana, sono stati indicati come liberi e ogni tanto, confesso, mi viene da pensare che sarebbe meglio rimanessero tali.

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