Rubriche Setteotto

Torna Lia Courrier con “SetteOtto”: La danza è per tutti?

La prima presentazione del mio libro, oltre ad essersi rivelato un bagno di emozioni forti, si è anche rivelata un’occasione per importanti riflessioni. Dopo una prima parte molto formale in cui si è parlato del libro, la discussione ha poi preso un respiro più ampio, e le cose che sono state dette hanno fluttuato nella mia mente per giorni, donandomi nuovi punti di vista da cui osservare questo diamante dalle mille sfaccettature che è la danza.

La signora Anna Maria Prina, che non solo ha scritto la prefazione al mio libro ma era anche presente quel giorno, ha espresso, con l’eleganza che la contraddistingue, un certo dissenso nei confronti di una frase che ho detto e ripetuto più volte non solo in quel frangente ma anche nei miei articoli, un concetto nel quale credo come sono certa di essere qui a scrivere in questo momento, ossia: la danza è per tutti ma non è di nessuno. Alla luce delle obiezioni poste dalla Signora Prina, però, mi sono resa conto che questa frase, per me è di una chiarezza cristallina persino nella sua estetica compiuta di cerchio, una linea che alla fine incontra nuovamente sé stessa e chiude uno spazio inviolabile al suo interno, in realtà necessiti di specifiche per non lasciare adito a interpretazioni sbagliate. In questa stagione dominata dai parvenue, dagli opinionisti tuttologi, dall’incomprensibile attrazione per il trash, dall’idea che con il denaro si possa comprare anche il talento che non si ha, questo concetto potrebbe essere interpretato, digerito, deformato e sputato fuori come qualcosa di diametralmente opposto a ciò che in realtà vorrei comunicare, ossia che qualsiasi cosa tu faccia danzando va bene comunque, tanto la danza è per tutti e chiunque può farlo.

Ok, fermi tutti un attimo. No, non è proprio questo il pensiero nascosto tra le righe di quella frase.

Forse si rende necessario specificare: la danza è per tutti coloro che la amano e la comprendono. Questa è la caratteristica fondamentale affinché si possa aprire quel canale diretto, da cuore a cuore, tra la danza e chi la pratica. Altrimenti rimane solo ginnastica, un allenamento del corpo fine a sé stesso, ma non la si può davvero chiamare danza. Questo per me è valido ad ogni livello, sia che si parli di professionisti che di aspiranti tali o di danzatori amatoriali. Chiunque metta in gioco sé stesso totalmente, abbandonandosi al potere magico del movimento, perdendosi nella ricerca dell’onestà e della verità in ogni dettaglio, per me sta danzando, che lo stia facendo sul palcoscenico del più grande teatro del mondo o nella sala di una scuola amatoriale non fa molta differenza.

Un’altra ospite presente quel giorno, che ha scritto uno dei racconti contenuti nel libro, danzatrice ma anche antropologa, ha sollevato una questione che secondo me è cruciale in questa discussione, ovvero la connessione con la sfera spirituale nell’arte. In occidente l’arte è stata mercificata, commercializzata, posta come un intrattenimento che si paga, nonché un mestiere retribuito (che si guadagni tanto o poco è irrilevante in questo contesto) che ha dato al danzatore lo status di lavoratore. Questo processo ci ha permesso di fare della creazione artistica uno strumento di sostentamento, ma allo stesso tempo, lentamente, ci ha anche forse allontanato dall’ascolto e dalla presenza spirituale nell’atto di danzare, frapponendo mille altri aspetti che in questa nuova ottica sono diventati più importanti, in questo nuovo ruolo che l’arte del palcoscenico ha assunto nella nostra società: quanti biglietti sono stati venduti? Quello che faccio piacerà al pubblico? Piacerà alla critica? Riuscirò a vincere quel premio? Tutte questioni egoiche, che mettono al centro la soddisfazione di un desiderio, più che la ricerca del proprio Sé attraverso la trascendenza. In alcune parti del mondo possiamo ancora assistere a puri atti magici compiuti attraverso il movimento. La mia amica saprebbe spiegarlo molto meglio di come possa farlo io, dal momento che la sua ricerca in questi ultimi mesi si è dedicata proprio all’osservazione delle danze rituali, ma basta guardare la danza dei sufi, nella quale i dervisci, sostenuti dai canti e dalle musiche sacre, cominciano a roteare su se stessi, facendo tendere la stoffa delle gonne bianche, ed è impossibile non rimanere incantati da quei movimenti così semplici e pieni di una Grazia sospesa. Sembrano seguire le traiettorie degli astri e dei pianeti, con i visi estatici nell’atto di assaporare la trasmutazione. Oppure la danza delle geishe giapponesi, in cui il simbolismo di ogni gesto è così carico di significato e sentito dalle danzatrici che l’incanto le avvolge e ci travolge; ancora la danza classica indiana, espressione di una civiltà che venera il Dio Shiva, che in una delle sue manifestazioni è Nataraja, il Signore della Danza. Ma non è necessario andare così lontano, anche in Europa molte danze popolari conservano questo legame con l’origine sacra del movimento. Finché non perderemo del tutto questo contatto, e riusciremo a muoverci onorando anche la nostra origine divina, danzando per il puro piacere di danzare e per alleggerire la nostra esistenza materica con questa dichiarazione di indipendenza dalla vita terrena, per spingerci nel territorio dell’energia che si manifesta, allora la danza sarà al nostro fianco, e noi saremo i suoi ministri, perché quando avviene questo incontro reciproco, e ognuno trova la sua propria danza, non esiste nulla che si possa frapporre in questa relazione. In presenza di queste condizioni allora si, possiamo dire che la danza è proprio per tutti.

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