Rubriche Setteotto

Lia Courrier e l’elogio dello “Zumpappà”

Da pochi giorni sono tornata in sala ad insegnare balletto con le mie classi diurne per professionisti.

In questi primi momenti di ripresa dopo la pausa estiva, molte abilità apprese durante l’anno sono andate perdute, così come il controllo e la potenza nel gesto danzato, in virtù delle quali potevamo lanciarci con fiducia in diagonali di grandi salti sfrenate e liberatorie.

Durante il primo mese di lezione di questa nuova stagione di studio, scelgo oculatamente di inserire solo passi che non richiedano troppa forza, proprio per concedere agli allievi il tempo di passare all’ufficio oggetti smarriti per recuperare i loro averi. Evito di coinvolgerli in sequenze che contengano grandi giri, combinazioni di giri o salti in rotazione, ad esempio, cercando di assegnare esercizi che rispondano alle esigenze di questa epoca contrassegnata da fiumi di acido lattico a congestionare i muscoli e dal risveglio di quegli odiosi doloretti sparsi che ti fanno girare per strada con una deambulazione degna di Frankenstein, non appena il calore sviluppato dalla danza evapora via e tutta la fatica viene restituita con gli interessi.

Esiste una presenza, però, a cui non riesco mai a rinunciare, in particolare in questo momento. Il passo per tutte le stagioni, elegante in ogni occasione, con qualsiasi abbinamento di colore, temperamento, ritmo, da me amatissimo in ogni sua versione: il balancé, anche chiamato da molti pas de valse.

Si tratta di un movimento apparentemente semplice, che normalmente si danza su una musica in tre quarti, a ritmo di valzer, appunto, la cui esecuzione corretta e piena richiede invece una certa dose di tecnica digerita e assimilata, poiché racchiude in sé molto di quel personale senso del movimento, del gusto e della maestria di un danzatore. Il senso stesso della danza, insomma. Il balancé è un passo voluttuoso e ambiguo, nella sua capacità di cambiare pasta a seconda del contesto: è possibile interpretarlo in modo felino e seducente, oppure con candore e purezza; può sprizzare virilità da tutti i pori o esaltare la femminilità; può emanare vitalità o melanconia; può sorprendere lo spazio con la sua presenza plastica e materica, ma anche diventare il più etereo dei movimenti, donando al corpo la grazia evanescente di una silfide che fluttua leggera a mezz’aria.

Nell’eseguire un balancé il peso viene portato dolcemente da una gamba all’altra con un andamento rotondo e altalenante di salita e discesa. Il primo movimento che accende questa giostra, infatti,  è un tombè, una cessione di peso al pavimento, come quasi fosse l’accenno ad un piccolo svenimento. In seguito a questa caduta il corpo riceve poi una spinta uguale e opposta da pavimento, che lo fa ritornare su, fino a che non si scende nuovamente dall’altra parte, secondo un ciclo perfetto e senza soluzione di continuità. In tutto questo muoversi attorno all’asse, senza mai starci davvero dentro, il bacino disegna una traiettoria che ha la forma chiara di un otto disteso, conosciuto da tutti come il simbolo dell’infinito.

All’infinito infatti potrei andare avanti a fare balancé, perché la dinamica di questo movimento si autoalimenta, suggendo energia dal terreno, eppure donando al corpo, nella sua interezza, una irresistibile dinamica armoniosa. È impossibile, infatti, eseguire balancé senza sentire che tutto il corpo ne è coinvolto nel medesimo istante: bacino, gambe, braccia, testa, occhi, piedi, cuore. Ogni cellula partecipa e gioisce di questa vera e propria festa godereccia a cui non riesco mai a sottrarmi.

Sono una maniaca del balancé, i miei allievi lo sanno e sanno eseguirlo in tutte le possibili varianti, perché lo ficco dentro ad ogni occasione: nell’adagio in centro, nei grand battements, nelle pirouette, nei grandi salti. Spesso assegno un intero esercizio dedicato a questo amatissimo movimento, che chiamo amorevolmente ‘passo valzerino’ e addirittura, lo confesso, mi accade di inserirlo anche alla sbarra. Si, avete capito bene, oso l’impossibile pur di non separami da lui.  Solo all’idea di eseguire un balancé in apertura di un esercizio, sento la felicità risalire frizzante lungo le mie gambe, mentre la musica si gonfia di energia già negli accordi di preparazione in cui pregusto quella sensazione di dinamico arrembaggio verso lo spazio attorno a me,  mi sembra quasi di smuovere l’aria, che deve farsi da parte per lasciare al mio corpo la possibilità di incedere disegnando questo invisibile infinito a mezz’aria con le anche.

Sarà che l’Italia è la patria dello zumpappà, delle feste in cui i nostri nonni hanno fatto girare la testa alle loro dame, ruotando vorticosamente avvinghiati sulle piste da ballo; sarà colpa del valzerone del Gattopardo, composto da Giuseppe Verdi, che è entrato nell’immaginario collettivo incarnato nella bellissima Claudia Cardinale avvolta in un candido e sontuoso abito; o ancora sarà per quel valzer di Strauss che accompagna le evoluzioni cosmiche dell’astronave nel film di Stanley Kubrik ‘2001 odissea nello spazio’, che è rimasto stampato nella mia memoria. Insomma: non so come e perché, ma da sempre il piacere di danzare mi coglie nell’attraversare il balancé, fin dalla prima volta che la mia maestra mi iniziò a questo gioiello del codice del balletto. Abbandoniamoci con generosità, quindi, a questo ritmo ternario dalle mille sfaccettature ed emozioni.  Evviva il balancé!

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