Rubriche Setteotto

Lia Courrier e l’adagio, “un fuoco che si muove nelle profondità dell’oceano”

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Eccoci qui giunti a parlare del momento più languido della lezione, preparatevi a versare lacrime di struggimento, di quelle che lacerano il cuore nella pena della passione. L’adagio.

Che sia alla sbarra o in centro l’adagio è sempre stato un momento adorato per me, nonostante non possa di certo dire di avere facilità nelle aperture e nell’alzare le gambe sopra la testa. Avrete però capito, ormai, che per me non sono queste le cose che contano in un danzatore, così mi sono sempre dilaniata nel romanticismo più sfrenato, ad ogni esecuzione o creazione di un adagio per i miei allievi, un elemento di cui subisco il fascino non solo per la bellezza e l’eleganza del movimento richieste, neanche per il controllo e consapevolezza assoluti per poterlo interpretare correttamente, ma soprattutto per la possibilità espressiva e drammaturgica che offre a chi è in grado di aprire il cuore alla potenza di lentezza e sospensione.

Eseguire un adagio vuol dire essere in grado di suddividere un secondo in cento parti, e poi prendere una di queste parti e suddividerla ancora per cento, con l’obiettivo di controllare ogni istante di grazia, in ogni fase del movimento e in ogni parte del corpo. La pelle diventa una sorta di medium per il passaggio dell’elettricità, che viene trasmessa ad altissima velocità ovunque, in superficie e in profondità, facendo del corpo un brillante strumento unitario, testimone del presente assoluto.

Nell’adagio ci viene richiesto di essere totalmente immersi in quello che stiamo facendo, con tutto il nostro essere, di percepire non solo ogni cellula del corpo in movimento, ma anche il flusso cangiante dell’aria attorno al corpo, la densità del gesto e la sua risonanza nell’ambiente circostante. Per fare questo non è indispensabile fare del contorsionismo, portando le gambe a sfiorare le orecchie, non è una questione di quantità ma di qualità, due concetti che non è così scontato vadano a braccetto. Se il principale obiettivo rimane solo quello di eseguire delle pose estreme, per quanto belle e virtuose, non riusciremo a centrare la sfida che l’adagio ci pone, che è mettere in evidenza non tanto l’elasticità del corpo ma quella del tempo, attraverso un uso sapiente del fraseggio musicale, ad esempio, o dando al corpo quella speciale qualità materica fluida, in grado di raddensarsi per un  istante in una posizione, per poi sciogliersi come cera sulla fiamma, scivolando verso un’altra posizione, senza mai fermarsi, in continua trasformazione.

L’adagio è una fiamma accesa nella penombra che continua a cambiare forma, sempre connessa con l’asse verticale, al quale ritorna naturalmente ogni qual volta l’aria attorno a lei si ferma. Una fiamma che dona pace, armonia e tranquillità a chiunque la osservi, ipnotica e sensuale, calda e sorprendente in ogni istante. Ci si può perdere ad ammirare la sua continua trasformazione in termini di grandezza, intensità e colore, che costantemente si producono secondo una organizzazione organica e ritmicamente perfetta, intervallando fasi di quiete ad altre in cui si esprime secondo un susseguirsi di sorprendente creatività.

L’adagio è un fuoco che si muove nelle profondità dell’oceano.

La sua luce riscalda il cuore.

Il suo movimento ci connette con la parte più profonda di noi.

Un adagio che ho sempre adorato, è l’assolo maschile del Lago dei Cigni del primo atto, quando Sigfried danza la consapevolezza di essere diventato un uomo e di doversi assumere le responsabilità che gravano sulle spalle di ogni adulto, specialmente per lui che è un principe. Questo assolo rappresenta il suo addio alla fanciullezza e alla spensieratezza, e l’interprete rimane solo in uno spazio scenico enorme e plumbeo, presagio del dramma che si consumerà negli atti successivi. Dopo aver congedato tutti Sigfried comincia con un incedere di passi in avanti, mentre le note dei fiati introducono una melodia che è già atmosfera lunare e languidissima. Le versioni che amo di più, essendo una inguaribile romantica, sono ovviamente quelle di Sir Anthony Dowell nella storica versione con Natalia Makarova, e quella del mio idolo Rudolf Nureyev. La loro esecuzione mi tocca nel profondo e la meravigliosa musica di Tchaikovsky, che ha scritto le più belle pagine per balletto di sempre, mi porta proprio in quel sentimento che è un misto di paura, nostalgia, languore, eccitazione, dubbio, che accompagnano un tale delicato passaggio dell’esistenza.

Che poesia in quei movimenti sospesi e che scelta musicale singolare, quella di utilizzare un adagio per un assolo maschile, solitamente caratterizzato da salti imponenti e di virtuosismi piroettosi.

Qui invece il danzatore si muove con grande precisione, in una atmosfera di grande tensione emotiva, eseguendo una coreografia di grande difficoltà, ma non attraverso un virtuosismo evidente e sfacciato come un manége di grand jeté o di una combinazione di tours en l’air, quanto invece una dimostrazione di controllo e fermezza, degna di un principe, celata dietro ad una serafica eleganza quasi evanescente.

Solo a scriverne sento già qualcosa nel profondo sciogliersi.

Lentamente.

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